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146 AC

146 AC

Eventi


- Fine della Terza Guerra Punica e distruzione di Cartagine

Nati

Morti

055

Terza guerra punica

La Terza guerra punica fu combattuta fra Cartagine e la Repubblica di Roma fra il 149 AC e il 146 AC. Fu l'ultima delle tre guerre fra le antiche superpotenze del Mediterraneo.

Situazione

Cartagine

Nella Prima guerra punica Cartagine aveva perso Sicilia, Sardegna e Corsica. Dopo l'avventura di Annibale, le cui imprese erano alla base della Seconda guerra punica, la città aveva dovuto cedere anche le redditizie conquiste in Spagna che l'avevano sostenuta finanziariamente - sia per il pagamento delle indennità conseguenti al primo conflitto, sia il quidicennio bellico di Annibale nella penisola italica. Inoltre, Cartagine stava pagando le nuove indennità richieste dopo la sconfitta di Annibale (200 talenti d'argento annui per 50 anni) e fu costretta a prestare un contingente alle forze di Roma nelle guerre contro Antioco III, Filippo V e Perseo. La relativa decadenza dello stato era mitigata da un riprendersi del commercio in cui i cartaginesi erano maestri e un nuovo impulso dato all'agricoltura e in particolare alle coltivazioni di ulivo e vite con tecniche moderne e ad alta resa suggerite dal manuale agronomico di Magone che era tradotto anche a Roma.

Roma

Per contro, subito dopo e in certi casi anche durante la Seconda guerra punica aveva iniziato una fase di espansione prodigiosa. Dal contrastato controllo dell'Italia a sud dell'Appennino tosco emiliano aveva esteso la sua influenza alla Pianura Padana alleandosi ai Veneti e chiudendo la partita con i Galli delle varie tribù padane. Per completare il controllo della Spagna, strappata ai cartaginesi, si inserì nelle lotte fra Marsiglia e i Galli transalpini conquistandosi quella che divenne la Provincia Narbonese, costruì la Via Domizia e intraprese una dura lotta per sottomettere le tribù dei Celtiberi, dei Carpetani e dei Lusitani. Intervenne pesantemente anche nelle isole maggiori, specialmente la Sardegna per sottomettere le tribù dell'interno.
Sul fronte orientale le legioni di Roma conquistarono l'Illiria bloccando i suoi pirati che operavano nell'Adriatico, la Grecia delle città stato, sottomisero la Macedonia facendone una Provincia, e intervennero sulla costa mediorientale ponendo fine al regno dei Seleucidi in Siria e dirigendo la politica dei vari regni in cui era divisa l'Anatolia (La parte anatolica del regno seleucida di Antioco Ierace, Pergamo, Cappadocia, Bitinia, Galazia, Paflagonia e il Ponto). In sintesi di tutti i paesi costieri del Mediterraneo restavano indipendenti (ma politicamente condizionati) l'Egitto dei Tolomei, alcune città-stato come Marsiglia e la Numidia, il regno che Massinissa, alleato di Roma contro Annibale, aveva strappato a Siface alleato dei punici. E la Numidia confinava a est con quello che restava dei possedimenti di Cartagine.

Atteggiamenti

Come si è detto, Cartagine subiva le pesanti condizioni di sconfitta e si atteneva ai patti in modo scrupoloso per evitare di dare ai romani l'occasione di gravare ulteriormente sulla città. Roma, però, non poteva dimenticare il pesante carico di costi economici, umani e psicologici causati da Annibale nel corso della precedente guerra. "Annibale è alle porte!" era diventata la frase spauracchio per i bambini (e non solo per i bambini). I territori a sud di Roma che avevano sopportato le scorribande, dei cartaginesi prima e delle legioni poi, erano in condizioni disastrose (nel solo 214 AC nove villaggi distrutti e 32.000 civili resi schiavi). Lo sforzo bellico fu grandioso in termini di risorse umane. Dalle sei legioni che Roma manteneva prima di Annibale, si era passati alle 25 nel 212 AC. Si può calcolare che con le forze degli alleati, Roma dovesse mantenere oltre 200.000 uomini a combattere. A questi bisogna aggiungere le forze navali con i loro costi e i loro uomini. Ogni combattente era sottratto alla produzione e soprattutto alle campagne e all'agricoltura.
Si può quindi comprendere perché Roma fosse ben attenta a far sì che Cartagine non rialzasse la testa. E a ricordare ai romani la loro nemica pensava Catone il Censore che terminava tutti i suoi discorsi con la famosissima frase "Ceterum censeo Carthago delenda est" (Cartagine deve essere distrutta). non tutti erano dell'avviso, per esempio Scipione Nasica, cugino dell'Africano rispondeva:"per me deve vivere". Ma non aveva lo stesso potere mediatico. Nondimeno, la situazione poteva mantenersi in uno stato di precario equilibrio se non fosse intervenuto Massinissa.

Massinissa

Ripresosi il suo regno, che gli era stato tolto da Siface, Massinissa si era dedicato allo sviluppo dei suoi territori. Per prima cosa inglobò alcuni regni minori in modo più o meno pacifico fino a portare la Numidia a svilupparsi su quasi tutta la costa dalla Tunisia all'Atlantico. Con una serie di riforme sociali ed economiche iniziò la trasformazione del regno da pastorale ad agricolo. Fondò alcune città, ne ingrandì altre e in genere mostrava la sua aspirazione a fondare un grande stato moderno. Per raggiungere un reale sviluppo territoriale, umano e tecnico, per fornire ai suoi pastori e neo agricoltori una base culturale ed economica doveva, però incorporare anche Cartagine e le sue conoscenze agricole, navali, commerciali. Massinissa, quindi approfittò degli accordi di pace del 201 AC fra Roma e Cartagine (che vietavano a questa persino l'autodifesa senza il consenso dei vincitori) per iniziare una serie di azioni di disturbo verso la città punica sottraendo territori di confine con la forza e contestandone diplomaticamente il possesso di altri.

Casus belli

Nel 193 AC Massinissa occupò Emporia nella Sirti Minor, tanto ricca da rendere a Cartagine un talento al giorno. Alle lamentele di Cartagine, il re numida ribatté che i punici erano stranieri i quali, avuto il permesso di possedere tanta terra quanta ne comprendeva una pelle di bue, si erano impadroniti di molta parte dell'Africa. Ad ogni buon conto il Senato inviò a Cartagine una delegazione comprendente Publio Scipione Africano che però non decise alcuna mossa contro la Numidia. Incoraggiato, nel 174 AC Massinissa occupò Tisca e il territorio circostante. Per salvare le apparenze Roma invio in Africa Catone alla guida di un'altra commissione. Tornato in Italia con ancora più radicata la convinzione che Cartagine stesse risorgendo economicamente e anche riarmandosi, Catone intensificò la sua martellante campagna per la distruzione della città. Un altro tassello alla guerra fu portato dagli stessi cartaginesi, una fazione favorevole a Roma e addirittura a Massinissa perse il potere e 40 membri furono esiliati. Rifugiatisi in Numidia, senza grande fatica spinsero il re, ottantenne, a inviare a Cartagine i sui figli per chiedere il rientro degli esuli. Cartagine rifiutò e Massinissa occupò la città di Oroscopa. Sapendo ormai di non poter ottenere giustizia da Roma, nel 150 AC l'esasperata Cartagine, rompendo i patti, decise il riarmo e apprestò un esercito di 50.000 uomini (come sempre in massima parte mercenari) e cercò di riconquistare Oroscopa. Però il re Numida, disponendo di forze militari di maggiore professionalità, riuscì vincitore. Il rischio per Roma, adesso, era che Cartagine, ancor più indebolita, cadesse preda della Numidia. Naturalmente a Roma non si sarebbe visto di buon occhio il formarsi in Africa di uno stato economicamente potente, esteso dall'Atlantico all'Egitto e con notevoli masse umane da impiegare nelle inevitabili guerre. La rottura dei patti, in ogni caso, era indiscutibile e fornì Roma di pretesto perfetto per poter intervenire. Contariamente ai desideri di Catone che parteggiava per un'immediata dichiarazione di guerra, all'inizio mandò una missione diplomatica per far desistere i cartaginesi dal riarmo, poi, anche per evitare che Massinissa la conquistasse e diventasse così troppo potente e incontrollabile, dichiarò guerra all'eterna rivale. Era il 149 AC e iniziava la Terza guerra punica.

Primi atti di guerra

Non appena si seppe che i consoli romani Lucio Marcio Censorino e Manio Manilio Nepote erano partiti per l'Africa dalle basi siciliane con un esercito di 80.000 uomini e 4.000 cavalieri, Cartagine capitolò e cercò di minimizzare i danni, rimettendosi alle decisioni di Roma e inviando 300 ostaggi scelti fra gli adolescenti della nobiltà punica. I consoli romani avevano però precise istruzioni di eliminare per sempre la città. L'esercito romano sbarcò vicino a Utica, che si arrese, e iniziò le operazioni. Partecipava anche, come tribuno, Scipione Emiliano, figlio del console Paolo Emilio morto a Canne e adottato nella gens Cornelia dal figlio di Scipione Africano. I consoli ricevetero gli ambasciatori di Cartagine ai quali rinfacciarono la ripresa delle ostilità. I malcapitati non poterono ribattere che Roma non avesse protetto, come invece promesso, i territori della sconfitta rivale e dovettero accettare le condizioni che furono poste: Cartagine consegnò al campo romano di Utica 200.000 armature, 2.000 catapulte e altro materiale bellico. Resi inermi i cartaginesi, Censorino disse che quello che avevano fatto non era sufficiente e che, per la sicurezza di Roma, Cartagine doveva essere distrutta. "Escano dunque dalle mura gli abitanti e vadano ad abitare ad ottanta stadi dal mare". Ben 15 Km più all'interno, lontano dalla sua prosperità; lontana dal mare. Gli ambasciatori riusciro a replicare che Roma non teneva fede alle promesse ma fu loro obiettato che Roma aveva promesso la salvezza ai cittadini, non alla città. Gli ambasciatori, al ritorno, furono quasi uccisi dalla folla. Il popolo si ribellò, finalmente ma tardivamente unito nell'odio agli invasori e nel desiderio di salvare la patria. Per prima cosa furono uccisi tutti gli italici presenti in città, furono liberati gli schiavi per avere aiuto nella difesa, richiamati Asdrubale e altri esuli che erano stati allontanati per compiacere Roma. Fu chiesta una moratoria di 30 giorni con il pretesto di inviare una delegazione a Roma. In questi giorni, sbarrate le porte della città e rinforzate le mura e iniziò una frenetica corsa al riarmo. I 300.000 cartaginesi fondendo ogni metallo recuperabile dagli edifici e dai templi, perfino oro e argento, riuscirono a produrre ogni giorno 300 spade, 500 lance, 150 scudi e 1.000 proiettili per le ricostruite catapulte. Le donne offrirono i loro capelli per fabbricare corde per gli archi. Quando i romani, partiti da Utica per distruggerla, arrivarono alle mura di Cartagine le trovarono chiuse e irte di armati. Trovarono un intero popolo compatto e stretto alla difesa della sua città.

L'assedio di Cartagine

Cartagine era estremamente ben difesa. Le mura erano possenti, i difensori decisi, i rifornimenti sicuri e abbondanti tramite il porto. I consoli trovarono una situazione difficile. La sosta aveva dato ad Asdrubale la possibilità di raccogliere circa 50.000 uomini ben armati. Manio Manilio Nepote portò i suoi uomini alle mura della cittadella mentre Censorino tentò di bloccare il porto con la flotta. Iniziò il lancio delle catapulte e i romani riuscirono a produrre una breccia nelle mura che però fu subito richiusa. I difensori contrattaccarono e distrussero parte dele macchine belliche. Quando i manipoli furono lanciati all'assalto della breccia furono sanguinosamente respinti. Censorino, da parte sua cercò di attaccare il borgo di Neferi ma fu anch'egli respinto da Asdrubale. Qui si distinse Scipione emiliano che riuscì a portare nel campo dei romani Imilcone, uno dei capi della cavalleria cartaginese, con oltre 1.200 cavalieri. Nel 148 AC i nuovi consoli Lucio Calpurnio Pisone e Lucio Ostilio Mancino furono inviati in Africa ma si rivelarono ancora più incapaci dei predecessori. In particolare Pisone si fece battere dai difensori di due città vicine Clupea e Ippona. Questi insuccessi resero audaci i cartaginesi che mandarono delegazioni in vari stati compresa la Numidia. Ma l'eccesso di fiducia fu letale. Asdrubale prese il potere con un colpo di stato rompendo la concordia precedente e ordinò di esporre sulle mura i prigionieri romani, orrendamente mutilati, per intimorire le truppe nemiche. Ottenne l'effetto contrario. I romani, inaspriti, non avrebbero concesso mercé.

Scipione prende il comando

Nel 147 AC Scipione Emiliano venne nominato console pur non ancora raggiunto l'età prescritta di 47 anni avendo come collega Gaio Livio Druso. Appena giunto sotto le mura di Cartagine dovette correre a salvare Lucio Mancino che, isolato da un contrattacco dei difensori e non riuscendo a sganciarsi, correva addirittura il rischio di morire di fame. Si doveva concentrare l'attacco alla città, dopo il restante territorio avrebbe ceduto. Asdrubale che difendeva il porto con 7.000 uomini, fu attaccato di notte e costretto a riparare a Birsa. E ancora le vettovaglie giungevano a Cartagine. Scipione, con una diga di tre metri, bloccò il porto attraverso il quale ai cartaginesi arrivavano i sempre più scarsi rifornimenti. I cartaginesi scavarono un tunnel-canale per poter rifornire la città e riuscirono addirittura a costruire cinquata navi. La rapidità di Scipione fu fatale. La flotta fu distrutta, il tunnel-canale chiuso e presidiato. Nel frattempo Nefari che era presidiata da un grosso nucleo cartaginese e che si dimostrava una spina nel fianco, fu attaccata da truppe romane comandate dal legato Lelio e dal figlio di Massinissa, Golussa, che Scipione aveva convinto ad allearsi a Roma. Si parlò di 70.000 morti e 4.000 sfuggiti ma sono cifre riportate da storici attenti a cantare le lodi dei vincitori. La caduta di Nefari portò con se la resa delle altre città. I romani si poterono concentrare su Cartagine.

Gli ultimi giorni di Cartagine

Per tutto l'inverno durò l'agonia della città. Senza più viveri e attaccata perfino da una pestilenza, Cartagine soffrì la fame, vi furono i "soliti" casi di cannibalismo e di morte per gli stenti. Scipione che conosceva benissimo le condizioni degli assediati non forzò l'attacco e solo nel 146 AC l'esercito venne lanciato a superare le mura. Lelio e le sue truppe scelte conquistarono il porto militare e il foro. I sopravissuti impegnarono i romani in una disperata battaglia per le strade della città, di casa in casa, che si protrasse per circa quindici giorni. Furono usati tutti i mezzi per rallentare l'inesorabile avanzata dei legionari. Ma l'esito era scontato. Gli ultimi soldati assieme a un migliaio di disertori romani, si rinchiusero nel tempio di Eshmun (collegato al greco dio della salute Asclepio o al romano Esculapio) sull'acropoli resistendo per altri otto giorni. Il tempio fu dato alle fiamme. Per risparmiare le sue truppe Scipione emanò un bando che prometteva salva la vita a chi si arrendeva e usciva disarmato dalla cittadella. 50.000 uscirono fra cui, vigliaccamente, Asdrubale. Dalle mura della cittadella la moglie di Asdrubale fra sanguinose ingiurie e maledizioni al marito gridò una preghiera a Scipione di punire il codardo indegno di Cartagine, salì al tempio incendiato, sgozzò i figli e come Didone si lanciò fra le fiamme. Dopo aver recuperato alcune opere d'arte che i cartaginesi avevano preso in Sicilia fra cui il Toro di Agrigento e la Diana di Segesta, Scipione abbandonò la città al saccheggio dei suoi soldati. Cartagine, la possente regina del Mediterraneo che aveva fatto tremare Roma, fu rasa al suolo, la città fu sistematicamente bruciata, le mura abbattute, il porto distrutto. Polibio lo storico greco narra che Scipione pianse vedendo in quella rovina la possibile futura sorte di Roma stessa. La Terza guerra punica era terminata.

Conseguenze immediate

I circa 50.000 superstiti, in massima parte donne e bambini, furono venduti - come d'uso - nei mercati degli schiavi; sulla città furono pronunciati i voti agli dei inferi e gettato il sale per significare che nulla di Cartagine doveva rinascere. I territori divennero ager publicus e dati in affitto a coloni romani, italici e anche libici. Massinissa non poté godere delle sue iniziative. Fra il suo stato e gli ex possedimenti di Cartagine fu scavata un fossato (poi Fossa Regia) che segnò definitivamente il confine fra la Numidia (per il momento ancora indipendente) e la neonata Provincia romana d'Africa. La situazione economica e sociale di Roma, al termine delle tre guerre puniche era talmente cambiata che Scipione Emiliano, nel 142, pregò per la conservazione della Repubblica e non per il suo ampliamento. Il sito di Cartagine era però troppo ben scelto perché rimanesse disabitato e una nuova città nacque e crebbe diventando la seconda città nella parte occidentale dell'Impero Romano è la città principale della Provincia romana di "Africa".

Voci correlate


- Guerre puniche
- Battaglia di Cartagine Categoria:Cartagine Categoria:Guerre Categoria:Roma antica

Cartagine

Cartagine (dal fenicio Kart-Hadash, Città Nuova; scritto in punico senza vocali: Qrthdst) era una città del nord Africa, situata nel lato esterno del Lago Tunisi, attraverso il centro della moderna Tunisi, capitale della Tunisia. Rimane ancor oggi una popolare attrazione turistica. Tunisia)]]

Fondazione di Cartagine

Cartagine è stata fondata attorno al 814 AC, da coloni fenici provenienti dalla città di Tiro che portarono con loro il dio della città Melqart. Secondo la tradizione a capo dei coloni (o forse profughi politici) era Didone (conosciuta anche come Elissa). Numerosi sono i miti relativi alla fondazione che sono sopravissuti attraverso le letterature greca e latina. I primi anni di Cartagine, posta nel Mare Mediterraneo, sono definiti da una lunga serie di rivalità fra le famiglie proprietarie terriere e le famiglie dei commercianti e marinai. In genere, a causa dell'importanza dei commerci per la città, la fazione "marittima" controllava il governo e, durante il sesto secolo AC, Cartagine cominciò ad acquisire il dominio dell'area del Mediterraneo Occidentale. Mercanti ed esploratori costruirono una vasta rete di commerci che portarono una grande prosperità e un largo potere alla città-stato. Si tramanda che già all'inizio del sesto secolo AC Annone il navigatore si sia spinto lungo la costa dell'Africa fino alla Sierra Leone; contemporaneamente sotto la guida di Malco, la città iniziò la conquista sistematica delle regioni costiere dell'Africa e del suo interno. All'inizio del quinto secolo AC, Cartagine era il più importante centro commerciale della regione, una posizione che avrebbe mantenuto fino alla sua caduta per mano Romana. La città-stato aveva conquistato i territori delle antiche colonie fenicie (Hadrumetum, Utica, Kerkouane...) e le tribù libiche, allargando la sua dominazione su tutta la costa dell'Africa dall'odierno Marocco ai confini dell'Egitto. La sua influenza inoltre, si allargava nel Mediterraneo con il controllo della Sardegna, Malta, le Isola Baleari e la parte occidentale della Sicilia. Erano state stabilite colonie anche in Spagna. In tutto il Mediterraneo occidentale resistevano all'imperialismo commerciale cartaginese solo Marsiglia (colonia greca), le colonie greche della costa italiana e i commercianti Etruschi che a malapena mantenevano il controllo delle coste italiane del Mar Tirreno.

Commercio cartaginese

Mar Tirreno Mar Tirreno L'impero commerciale cartaginese, alle origini, dipendeva strettamente dalle relazioni economiche con Tartessos e altre città della Penisola Iberica. Da qui Cartagine otteneva grandi quantità di argento e, cosa molto più importante, di stagno, determinante per la fabbricazione di oggetti di bronzo in tutte le civiltà antiche. Cartagine seguiva le rotte commerciali della città-madre, Tiro. Alla caduta di Tartessos le navi cartaginesi risalirono direttamente alla sorgente primaria dello stagno nella regione nord occidentale della Penisola Iberica e in seguito fino alla Cornovaglia. Altre navi cartaginesi si inoltrarono nella costa atlantica dell'Africa tornando con l'oro fino dall'odierno Senegal. Se la poesia epica greca e gli storici contemporanei a Roma imperiale ricordano l'opposizione militare di Cartagine alle forze delle città-stato greche e della Repubblica Romana, è vero che il teatro greco e le sue commedie ci hanno tramandato l'immagine del commerciante cartaginese, con le sue vesti, anfore e gioielli. Generalmente veniva dipinto come un tipo divertente, una venditore relativamente pacifico e colorato, attento a trarre profitto scucendo al nobile e innocente Greco ogni suo singolo centesimo. Evidente simbolo di ogni tipo di scambio, dalle grandi quantità di stagno necessarie a una civiltà basata sul bronzo a tutti i manufatti tessili, di ceramica e di oreficeria. Prima e durante le guerre si vedevano mercanti cartaginesi attraccare in ogni porto del Mediterraneo, comprando e vendendo, stabilendo magazzini dove potevano, oppure dandosi al commercio spicciolo nel mercatini all'aperto appena scesi dalle loro navi. O anche entrambe le cose. La lingua etrusca non è ancora stata del tutto decifrata ma scavi archeologici nelle loro città mostrano che gli Etruschi furono per parecchi secoli clienti e fornitori di Cartagine, molto prima della espansione di Roma. Le città-stato etrusche furono partner commerciali di Cartagine oltre che, a volte, alleate in operazioni militari.

Governo cartaginese

Il governo di Cartagine era un'oligarchia, non diversa da quella di Roma repubblicana. Però ne conosciamo pochi dettagli. I Capi dello Stato erano chiamati "sufeti" che poteva essere il titolo del governatore della città-madre Tiro. "Sufeti" letteralmente si traduce con "giudici" - e come non pensare ai "Giudici" della Bibbia ebraica? E Israele non era lontana da Tiro! Gli scrittori romani invece, utilizzavano il termine "reges" (Re); ma non dimentichiamo il forte senso spregiativo che la parola "re" aveva per i romani, accesi repubblicani. Più tardi uno o due sufeti, che si suppone esercitassero il potere giudiziario ed esecutivo ma non quello militare, cominciarono ad essere annualmente eletti fra le famiglie più potenti e influenti. Queste famiglie aristocratiche erano rappresentate in un consiglio supremo, comparabile al Senato di Roma, che aveva un ampio spettro di poteri. Non si sa, però, se i sufeti venissero eletti dal consiglio o direttamente dal popolo in assemblea. Anche se il popolo poteva avere qualche influenza sulla legislazione, gli elementi democratici erano piuttosto deboli a Cartagine e l'amministrazione della città era sotto il fermo controllo degli oligarchi.

Religione cartaginese

La Cartagine fenicia era nota fra i suoi vicini per i sacrifici dei bambini. Plutarco (46 - 120) parla di questa pratica, come fanno Tertulliano, Paolo Orosio e Diodoro Siculo. Per contro Tito Livio e Polibio non ne parlano. Scavi archeologici moderni tendono a confermare la versione di Plutarco. In un solo cimitero per bambini chiamato "Tophet" ("area sacra") è stata deposta fra il 400 AC e il 200 AC una quantità - stimata - di 20.000 urne. Queste urne contenevano le ossa calcinate di neonati e in qualche caso di feti o di bimbi attorno ai due anni. Questo indica che se i bambini erano piccoli, quelli più giovani venivano sacrificati dai genitori. D'altra parte è stato anche ipotizzato che quelle trovate fossero semplicemente le ossa cremate di bambini morti naturalmente. Però alla luce di altri ritrovamenti Canaaniti, questa spiegazione sembra meno credibile. I pochi testi cartaginesi che ci sono rimasti non fanno mai menzione a sacrifici di bambini. Il dibattito fra gli storici e gli archeologi rimane aperto. Cartagine venerava molti dei. La suprema coppia divina era formata da Tanit e Ba-al-Hammon. Diversamente dalla maggioranza della popolazione i preti si radevano il viso. Nei primi secoli i rituali della città includevano danze ritmiche tratte dalla tradizione fenicia e sembra che la dea Astarte fosse molto popolare. Nel periodo di massimo splendore Cartagine ospitava un grande numero di divinità provenienti dalle civiltà greca, egizia ed etrusca.

Prima guerra siciliana

Il successo di Cartagine portò alla creazione di una potente flotta atta a scoraggiare sia i pirati che le nazioni rivali. La flotta, accoppiata al successo e alla crescente egemonia portò Cartagine in un sempre crescente conflitto con la Grecia, l'altro maggior concorrente per il controllo del Mediterraneo Centrale. L'isola di Sicilia, posta alle porte di Cartagine, divenne il teatro dove sarebbe scoppiato questo conflitto. Fin dai primi giorni sia Greci che Fenici furono attratti dalla grande isola, lungo le coste della quale stabilirono un grande numero di colonie e stazioni di posta. Nel corso dei secoli furono combattute piccole battaglie fra questi insediamenti ma nel 480 AC la Sicilia divenne il terreno principale per la prima grande campagna militare cartaginese. Gerone, tiranno di Siracusa, in parte aiutato e supportato dai Greci, tentava di unire l'isola sotto il suo governo. Questo imminente pericolo non poteva venire ignorato da Cartagine che, forse come parte di un'alleanza con la Persia al momento in guerra con la Grecia, mise in campo il più grande esercito che avesse mai formato, al comando del generale Amilcare. Anche se le cifre tradizionali indicano un numero di 300.000 uomini, quasi sicuramente esagerato, certo Cartagine mostrò una forza formidabile. Nella navigazione verso la Sicilia, comunque, Amilcare soffrì di predite (probabilmente severe perdite) a causa delle avverse condizioni atmosferiche. Sbarcato a Panormum (oggi Palermo), Amilcare fu pesantemente sconfitto nella battaglia di Himera dove trovò la morte o per le ferite o per suicidio suggerito dalla vergogna. Cartagine fu severamente indebolita dalla sconfitta e il vecchio governo, allora nelle mani della nobiltà, fu sostituito dalla Repubblica Cartaginese.

Seconda guerra siciliana

Nel 410 AC, nondimeno, Cartagine aveva recuperato la sua potenza sotto una serie di governanti di successo. La città aveva conquistato la maggior parte della moderna Tunisia, aveva rafforzato alcune colonie e ne aveva fondato di nuove nel Nordafrica. Erano stati sponsorizzati i viaggi di Magone Barca attraverso il deserto del Sahara e di Annone il navigatore lungo le coste atlantiche dell'Africa. D'altra parte, in quell'anno si verificò la secessione delle colonie iberiche e questo diminuì drasticamente la fornitura di argento e rame. Annibale Magone il nipote di Amilcare cominciò la preparazione per reclamare il possesso della Sicilia mentre altre spedizioni furono inviate verso il Marocco e il Senegal e perfino nell'Atlantico. Nel 409 AC Annibale Magone guidò la nuova spedizione in Sicilia riuscendo a conquistare le piccole città di Selinunte (antica Selinus) e Himera prima di rientrare trionfalmente a Cartagine con le loro spoglie. Siracusa, la principale nemica, rimase però intoccata e nel 405 AC Annibale Magone guidò una seconda spedizione per conquistare l'intera isola. Questa spedizione incontrò una feroce resistenza armata e fu colpita dalla pestilenza. Durante l'assedio di Agrigento, Annibale Magone morì per la peste che decimò le forze cartaginesi. Il successore di Annibale Magone, Imilco riuscì a riportare la campagna su migliori binari rompendo l'assedio dei Greci, conquistando Gela e sconfiggendo ripetutamente le forze di Dionisio il nuovo Tiranno di Siracusa. Ciononostante, con l'esercito indebolito dalla peste, fu costretto a chiedere la pace prima di ritornare a Cartagine. Nel 398 AC Dionisio, riacquistata la sua potenza, ruppe il trattato di pace colpendo la fortezza cartaginese di Motya. Imlico rispose con decisione guidando una spedizione che non solo riprese Motya ma conquistò Messina e, infine, pose l'assedio a Siracusa stessa. L'assedio terminò con successo nel 397 AC ma l'anno successivo la peste colpì ancora l'esercito di Imlico che collassò. D'altra parte, la conquista della Sicilia era diventata un'ossessione per Cartagine. Nel corso dei successivi 60 anni Greci e Cartaginesi si scontrarono in un'incessante serie di scaramucce. Nel 340 AC Cartagine era attestata nell'intero sudovest della Sicilia e una fragile pace regnava sull'isola.

Terza guerra siciliana

Nel 315 AC Agatocle tiranno di Siracusa, assediò Messene (Oggi Messina. Nel 311 AC invase gli ultimi possedimenti cartaginesi in Sicilia rompendo i correnti accordi di pace e mise Akragas sotto assedio. Amilcare, nipote di Annone il Navigatore, guidò la risposta cartaginese riscuotendo un enorme successo. Nel 310 AC controllava pressoché l'intera Sicilia e pose ancora sotto assedio Siracusa. Con una mossa disperata Agatocle, nel tentativo di salvare il suo potere, guidò una contro-spedizione di 14.000 uomini contro la stessa Cartagine. Fu un successo. Per fronteggiare questo inaspettato attacco Cartagine dovette richiamare Amilcare e la maggior parte del suo esercito di stanza in Sicilia. La guerra terminò con la sconfitta di Agatocle nel 307 AC. Le forze siracusane dovettero ritornare in Sicilia permettendo però ad Agatocle di negoziare una pace che manteneva a Siracusa il controllo del potere greco in Sicilia.

Pirro re dell'Epiro

Fra il 280 AC e il 275 AC, Pirro dell'Epiro mosse due grandi campagne nel tentativo di proteggere ed estendere l'influenza greca nel Mediterraneo Occidentale. Una guerra venne scatenata contro Roma con il proposito di difendere le colonie greche nel Sud Italia. La seconda campagna venne mossa contro Cartagine nell'ennesimo tentativo di riportare la Sicilia interamente sotto controllo greco. Pirro fu sconfitto sia in Italia che in Sicilia. Ma dove per Cartagine questo significò il mero ritorno allo status quo, Roma con questa guerra conquistò Taranto e mise una robusta ipoteca sull'intera Italia. Il risultato finale mostrò quindi un nuovo bilanciamento del potere nel Mediterraneo Occidentale: La Grecia vide ridotto il suo controllo sulla Sicilia mentre Roma crebbe come potenza e le ambizioni territoriali la portarono per la prima volta direttamente allo scontro frontale con Cartagine.

La crisi messinese

Una nutrita compagnia di mercenari era stata assunta al servizio di Agatocle. Alla morte del Tiranno nel 288 AC, questi si trovarono improvvisamente senza lavoro. Anziché lasciare la Sicilia si posero all'assedio di Messina, conquistandola. Con il nome di "Mamertini" (figli di Marte), si posero al comando della città terrorizzando i territori circostanti. Dopo anni di scaramucce, nel 265 AC Gerone II, nuovo Tiranno di Siracusa, entrò in azione. Trovandosi di fronte a forze preponderanti i Mamertini si divisero in due fazioni. Una pensava di arrendersi ai cartaginesi, la seconda preferiva chiedere aiuto a Roma. Così due ambasciate furono inviate alle due città. Mentre il Senato di Roma dibatteva sul comportamento da tenere, i cartaginesi decisero rapidamente di inviare una guarnigione a Messina. La guarnigione fu ammessa in città e una flotta cartaginese entrò nel porto di Messina. Poco dopo, però i cartaginesi cominciarono a negoziare con Gerone mettendo in allarme i Mamertini che inviarono un'altra ambasciata a Roma chiedendo l'espulsione dei cartaginesi da Messina. L'arrivo dei cartaginesi aveva posto notevoli forze militari proprio attraverso lo Stretto di Messina. Per di più la flotta cartaginese deteneva l'effettivo controllo dello Stretto stesso. Era chiaro ed evidente il pericolo per i vicini di Roma e per i suoi interessi. Come risultato il Senato di Roma, anche se riluttante ad aiutare una banda di mercenari, inviò una spedizione per restituire il controllo di Messina ai Mamertini. Le due maggiori potenze del Mediterraneo Occidentale si fronteggiavano. Era l'inizio delle Guerre Puniche.

Le guerre puniche

Gerone II L'attacco romano alla forze cartaginesi di Messina scatenò le Guerre puniche.
Durati complessivamente circa un secolo, questi tre grandi conflitti fra Roma e Cartagine avrebbero determinato per secoli - e ancora oggi in parte determinano - il destino della civiltà occidentale.
- Prima guerra punica (dal 264 AC al 241 AC)
- Seconda guerra punica (dal 218 AC al 202 AC)
- Terza guerra punica (dal 149 AC al 146 AC) Con le Guerre Puniche Roma annientò Cartagine. La fine della Terza Guerra Punica segnò la fine della potenza cartaginese e la completa distruzione della città-stato da parte di Publio Cornelio Scipione Emiliano. I soldati romani andarono casa per casa uccidendo i cartaginesi e rendendo schiavi i sopravissuti. Il porto di Cartagine fu bruciato e la città rasa al suolo. Cartagine non sarebbe mai più stata rivale di Roma.

L'ultima Cartagine antica

Il sito era però troppo ben scelto perché rimanesse disabitato e una nuova città nacque e crebbe diventando la seconda città nella parte occidentale dell'Impero Romano e la città principale della Provincia romana "Africa". Alla fine del secondo secolo DC Cartagine era il centro dell'Africa Romana e Tertulliano retoricamente si rivolge al governatore romano puntualizzando che come i cristiani di Cartagine ieri erano pochi e ora "hanno riempito ogni spazio fra di voi - città, isole, fortezze, villaggi, mercati, campi, tribù, compagnie, palazzi, senato, foro: non abbiamo lasciato niente per voi tranne i templi dei vostri dei" (Apologeticus, scritto a Cartagine circa 197) Non ha importanza che Tertulliano ometta qualsiasi menzione alla regione circostante, alla rete di villaggi, alle società delle proprietà terriere. alcuni anni dopo, al poco documentato Concilio di Cartagine parteciparono non meno di settanta Vescovi. Poco dopo Tertulliano si distaccò dalla corrente principale rappresentata dal sempre crescente potere del Vescovo di Roma; ma un più serio pericolo per i cristiani fu la controversia Donatista che interessò S. Agostino di Ippona mentre terminava la sua educazione a Cartagine, prima di spostarsi a Roma. La ricaduta politica della profonda disaffezione dei cristiani d'Africa fu un fattore cruciale per la facilità con cui Cartagine e le città vicine furono conquistate, nel 439, da Genserico re dei Vandali che sconfisse il generale bizantino Bonifacio facendo di Cartagine la sua capitale. Genserico era considerato anch'egli un eretico, un Ariano e gli Ariani disprezzavano i Cristiani Cattolici. Una semplice maggiore tolleranza, forse avrebbe cambiato le cose. Dopo un fallito tentativo di riconquistare la città nel quinto secolo, i bizantini riuscirono infine a entrare in Cartagine nel sesto secolo. Con il pretesto della deposizione del nipote di Genserico da parte di un lontano cugino Gelimero, i bizantini inviarono un esercito a conquistare il regno dei Vandali. Il 15 Ottobre 533, domenica, il generale bizantino Belisario, accompagnato dalla moglie Antonia, fece il suo formale ingresso a Cartagine risparmiandole saccheggio e massacro. Durante il regno dell'imperatore bizantino Maurizio I Cartagine divenne un Esarcato, come Ravenna in Italia. Questi due Esarcati furono il bastione occidentale dell'Impero Romano d'Oriente, tutto ciò che rimaneva del suo potere all'Ovest. All'inizio del settimo secolo fu l'Esarca di Cartagine, Eraclio, di origini Armene a spodestare l'imperatore Foca. L'Esarcato bizantino non fu in grado, però, di reggere la pressione dei conquistatori arabi del settimo secolo. Il primo attacco arabo all'Esarcato di Cartagine ebbe inizio - ma senza un grande successo - in Egitto nel 647. La campagna finale contro Cartagine si ebbe dal 670 al 683. Nel 698 l'Esarcato d'Africa fu definitivamente sconfitto dalle nascenti forze dell'Islam.

Bibliografia


- Hannibal's Campaigns, by Tony Bath. New York, NY: Barnes & Noble Books, 1981.
- Late Carthaginian Child Sacrifice and Sacrificial Monuments in their Mediterranean Context, by Shelby Brown. Sheffield: Sheffield Academic Press, 1991.
- La vie quotidienne à Carthage au temps d'Hannibal. Gilbert et Colette Charles-Picard. Paris: Hachette, 1958
- La légende de Carthage. Azedine Beschaouch. Paris: Gallimard, 1993.
- Carthage: Uncovering the Mysteries and Splendors of Ancient Tunisia'. David Soren, Aicha Ben Abed Ben Kader, Heidi Slim. New York: Simon and Schuster, 1990

Voci correlate


- Lista dei Re di Cartagine (in inglese)
- Annibale
- Cartagine - la rivolta dei mercenari
- Patriarcato di Cartagine Categoria:Tunisia ja:カルタゴ ko:카르타고

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