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Caltagirone
Caltagirone è un comune di 36.846 abitanti della provincia di Catania. Situato nell'entroterra, è conosciuto per aver dato i natali a Don Luigi Sturzo e all'uomo politico Mario Scelba.
Caltagirone è un importante centro agricolo (uva, olive, mandorle, pesche, sughero) ma è noto soprattutto per la millenaria tradizione della produzione di ceramica. A questo proposito, la città è dotata di un proprio museo specializzato appunto in ceramica, che raccoglie oggetti che coprono l'evoluzione della produzione ceramica a partire dalla preistoria e dal periodo della Magna Grecia.
Ubicata presso la superstrada (ss.417) che collega Catania con Gela a circa 70 km a SO di Catania. La città si sviluppa su tre colli adiacenti della catena dei monti Erei e presenta un assetto urbanistico in cui la parte del centro storico, collocata più in alto, è nettamente distinta dalla zona di nuova espansione. Presso la parte nuova si trova una stazione ferroviaria della linea a binario unico Catania - Gela. La precedente linea ferroviaria che collegava il paese con Piazza Armerina (EN) venne disattivata negli anni '60.
I principali punti di interesse del centro storico sono la lunga scalinata della Matrice, in cui ognuna delle 142 alzate è decorata con un differenti piastrelle in ceramica che riprondono gli stili del passato, e il ponte di S.Francesco che collega i due colli su cui si sviluppa il centro storico.
Distrutta quasi completamente nel 1693 dal Terremoto della Val di Noto, Caltagirone interamente venne ricostruita: i principali edifici pubblici sono infatti in stile barocco. La città è inserita tra le città tardo barocche della Val di Noto, che costituiscono uno dei Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO. In tempi recenti vi è stato un rilancio turistico, anche se soprattutto a livello regionale.
La produzione ceramica, sviluppatasi nel corso dei millenni, ha portato ad una fiorente attività che si manifesta nelle innumerevoli botteghe in cui la produzione tradizionale di stoviglie e manufatti vari si va evolvendo sempre più verso forme artistiche decorate a mano. Oltre al vasellame, elementi di spicco nella produzione locale sono le figure in terracotta ed i fischietti. Le figure in terracotta inserite all'interno dei presepi artistici costituiscono uno degli aspetti maggiormente rilevante dal punto di vista artistico: al presepe sono dedicate numerose esposizioni sia permanenti sia temporanee nei mesi di dicembre e gennaio.
La città festeggia come patrono San Giacomo ed in occasione della festività, la scala monumentale viene illuminata con un sistema tradizionale di coppi colorati disposti in modo da riprodurre un disegno stilizzato dal notevole effetto scenico.
Arte e Storia
I primi insediamenti stabili nel territorio dell’odierna Caltagirone risalgono alla preistoria, come testimoniano gli scavi archeologici effettuati in contrada Sant’Ippolito – alle sorgenti del fiume Caltagirone – che hanno messo alla luce i resti di un villaggio neolitico abitato ininterrottamente sino all’arrivo dei Greci.
Poco distante in contrada Montagna, vi è una grande quantità di sepolcri scavati nella roccia calcarea a partire dalla prima età del bronzo. Meritano particolare attenzione le ricche tombe della struttura a “tholos”.
Sulle colline che dominano la vallata del fiume Maroglio si trova il grande centro greco di Monte San Mauro con costruzioni in muratura. Gli archeologi, inoltre, hanno trovato tracce della presenza umana in epoca remota nelle Moschitta, Paradiso, Piano dell’Angelo e nella stessa Caltagirone.
Fonti storiche riportano il nome “Kalat Gharun”, città delle grotte, forse proprio in relazione alle tombe preistoriche di contrada Montagna o alle abitazioni scavate nella roccia.
Sin dall’antichità fu scelta per la sua posizione privilegiata che le consentiva di controllare e difendere un vasto territorio. Scavi archeologici hanno dimostrato la presenza dei Romani nel territorio.
Durante la dominazione araba fu una delle fortezze più importanti della Sicilia orientale. Proprio agli Arabi si deve, con ogni probabilità, l’attuale nome della città che deriverebbe, secondo una delle più accreditate versioni, dalla definizione Qalàt al gerùn, cioè rocca o collina dei vasi, con la quale gli Arabi si riferivano al borgo che trovarono nel territorio ai tempi della loro dominazione, denominazione che fa chiaramente riferimento alla presenza, nei dintorni della città, di calanchi argillosi che fornivano materia prima ai produttori di manufatti d’argilla.
In particolare venivano realizzati contenitori adatti ad esportare la notevole produzione di miele.
Furono proprio gli Arabi ad introdurre nuove tecniche nella lavorazione dell’argilla e a dare, quindi, un nuovo importante impulso all’artigianato della ceramica. L’espansione vera e propria dell’abitato e il fiorire della sua economia avvennero durante il periodo normanno.
Nel 1154 Edrisi, il celebre geografo arabo alla corte di Ruggero il Normanno, descrive così Hisn-al Genun (Castello dei Genovesi): “Il castello di Caltagirone sorge imponente sulla vetta di un monte inaccessibile; nel suo territorio si estendono campi coltivati a perdita d’occhio”. Questo nome deriva probabilmente dalla presenza di una nutrita colonia di Genovesi giunti intorno al 1040.
La fiorente comunità ligure diede manforte al conte Ruggero contro i Musulmani durante l’assedio di Rocca di Judica. Quest’aiuto valse alla città di Caltagirone i possedimenti dei territori di Judica, Fetanasimo, Regalsemi e Campopietro ed è all’origine della ricchezza feudale della città.
Nel XIII secolo Caltagirone partecipò alla rivolta contro gli Angioini nei cosiddetti Vespri Siciliani.
Fu il nobile Gualtiero di Caltagirone a sollecitare l’avvento di re Pietro d’Aragona nel corso dell’assedio di Messina. Deluso nelle sue aspettative dal nuovo monarca, Gualtiero cospirò contro di lui e fu per questo decapitato in Piazza San Giuliano nel 1283.
In seguito, lo sviluppo dell’artigianato e del commercio legati alla produzione della ceramica consentirono la nascita di una classe di ricchi commercianti che vi si stabilirono provenienti anche da altre parti d’Italia.
Il benessere di cui godette la città è facilmente ravvisabile anche nel centro storico di Caltagirone che presenta edifici sacri e pubblici di pregevole fattura, la cui costruzione e il cui rifacimento fu affidato, com’era in uso, ad abili e famosi architetti ed artisti dell’epoca.
La città moderna
La moderna Caltagirone è, invece, disposta ad anfiteatro e si presenta agli occhi dei visitatori in tutto il suo splendore con le grandi chiese, i campanili, le torri ed una distesa di tetti dalle caratteristiche tegole in cotto. All’imbrunire sembra proprio un presepe. Le sue nebbie invernali la rendono misteriosa, alta ed inespugnabile fra i monti che la racchiudono. È infatti una delle poche cittadine di questa parte della Sicilia ad aver conservato, dopo il terremoto del 1693, parte delle testimonianze dell’arte e dell’architettura medievali e, soprattutto, la tipologia dell’abitato. Ma la vera attrazione dell’abitato è rappresentata dalla ceramica che qui ha una tradizione millenaria risalente al V secolo a. C.: le sue fornaci non hanno mai smesso di ardere. Oltre a visitare il Museo della Ceramica, per conoscere la storia e l’evoluzione di quest’arte attraverso i suoi manufatti, ogni angolo di Caltagirone, museo all’aperto, coglie di sorpresa il visitatore, qui con un inserimento colorato ed originale, lì con un vaso, per non parlare di quel capolavoro indiscusso che è la scalinata di Santa Maria del Monte.
Il Giardino pubblico
Alle spalle del Museo della Ceramica si trova il ‘’Giardino Pubblico’’. Vi si può accedere dal Teatrino, mediante due rampe di scale, da via Roma, dove si trova l’ingresso principale a fianco del Teatro Politeama, e dal viale Principessa Maria José. Il giardino, su modello dei parchi inglesi, è opera dell’architetto G. B. Filippo Basile. La realizzazione di una villa comunale sull’area della cosiddetta “silva di San Francesco”, parzialmente occupata da una collinetta, iniziò nel 1846. La progettazione dell’ingresso in stile liberty, caratterizzato da un’insolita cancellata – tra fasci di canne palustri dove s’indovinano piccoli, pesci, uccelli acquatici e rettili – alternata a pilastri, è opera dell’architetto Saverio Fragapane. All’interno, lungo i viali, si trovano vasi in terracotta realizzati dal Vaccaro Dongiovanni, maioliche di Giuseppe Di Bartolo e terrecotte ornamentali di Gioacchino Ali e del Vella. Nel piazzale centrale è in grand’evidenza il palco musicale in stile moresco con rivestimento in maiolica policroma. Nella parte inferiore si può ammirare una delle vasche della fontana dello scultore ed architetto fiorentino Camillo Camilliani del XVI secolo. Se si opta per l’ingresso di viale Principessa Maria José si scende per una duplice scalinata alla base della quale si possono ammirare due pannelli maiolicati di Gianni Ballarò e, racchiusa in una nicchia, una bella statua di Cerere, in tema con la decorazione dei pannelli, che rappresenta quasi un inno alla natura. Di fronte all’ingresso si può ammirare una gradevole balaustra in ceramica, realizzata nei primi decenni del Novecento, che circonda il giardinello antistante la Caserma dei Carabinieri.
Il Centro Storico
Di fronte all’ingresso del Museo si trova il Monumento ai Caduti, realizzato in bronzo dal palermitano Antonino Ugo.
Poco oltre sulla destra, in via Gueli, si può ammirare la casa di uno dei più grandi maiolicari calatini, Benedetto Ventimiglia, con una scenografica balconata ed un bel portale finemente decorato, naturalmente in ceramica settecentesca.
Inoltrandosi nell’attigua via omonima, degna di nota è la chiesa di San Pietro, ricostruita interamente nella seconda metà dell’Ottocento, la cui slanciata facciata di gusto gotico è incassata fra le due torri campanarie simmetriche decorate da tasselli in maiolica a punta di diamante color verde smeraldo della bottega Arcidiacono che la rendono unica nel suo genere; il portale bronzeo è opera di Gaetano Angelico. All’interno sono custoditi dipinti di Giuseppe Vaccaro. È da questa chiesa che la domenica di Pasqua, nelle ore pomeridiane, parte la caratteristica processione denominata “’A Giunta”, cioè l’incontro fra Gesù e la Madonna, che ha come protagonista principale una gigantesca statua di San Pietro. I fedeli salutano al grido “Viva Maria” il loro santo che annunzia a Maria la resurrezione di Cristo portato in trionfo. È una delle feste più sentite.
A pochi passi, sulla sinistra, s’incontra il Teatro Politeama, in stile liberty, progettato da Saverio Fragapane. Più avanti, sempre sulla sinistra, si apre Piazza Marconi sulla quale si ergono il recente Monumento a Luigi Sturzo e la chiesa di San Francesco di Paola, con l’annesso ex-convento. La chiesa ha subito numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli; all’interno, caratterizzato da un soffitto a cassettoni, sono custoditi numerosi dipinti fra cui, particolarmente pregevoli, due tele del Vaccaro. All’esterno, sul lato destro, un pannello in ceramica raffigura San Francesco di Paola. Si perviene in breve ad un belvedere detto Tondo Vecchio che s’affaccia su un panorama di monti e vallate. Il belvedere fu costruito nella seconda metà del Settecento da F. Battaglia, quale elemento decorativo del nuovo tracciato viario, progettato per collegare la città all’altopiano di Santa Maria di Gesù.
Proseguendo sulla via Roma si giunge al monumento bronzeo dedicato a Gualtiero da Caltagirone, dello scultore Giacomo Baragli, e ad un piazzale su cui si erge la chiesa di San Francesco d’Assisi all’Immacolata. Edificata nel 1236 da uno dei più devoti seguaci di San Francesco, il Beato Riccardo, fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1693 in seguito al quale fu interamente ricostruita in stile barocco. Tuttavia si possono ravvisare qua e là elementi della struttura originaria di stile gotico. La facciata oggi si presenta a due ordini su cui campeggiano sculture riproducente gli elementi della simbologia mariana; al centro la statua dell’Immacolata. Successivamente furono costruiti il campanile e la cupola, rimasta incompiuta. Resti architettonici del XIII secolo sono visibili nella sagrestia, a sinistra dell’abside. Internamente sono custodite numerose tele dei fratelli Vaccaro, una statua lignea di Sant’Antonio del 1677, rivestita in argento, ed un grande pannello in maiolica d’Antonio Ragona, raffigurante il presepio con san Francesco.
Tornati sulla via Roma, si giunge in breve ad una delle opere architettoniche più interessanti di Caltagirone, il Ponte di San Francesco, decorato con bellissime ceramiche in rilievo, costruito nella prima metà del Seicento per collegare due delle tre colline su cui sorge la città.
Sulla destra si fa notare il Palazzo Sant’Elia, bell’esempio di dimora signorile. Oltrepassato il pont, ci si trova in pieno centro storico; subito, sulla sinistra, si staglia la massiccia mole dell’ex Carcere Borbonico, progettato alla fine del Settecento dall’architetto Bonajuto per volere del re Ferdinando, oggi sede del Museo Civico Luigi Sturzo. L’edificio ha un elegante androne e custodisce una preziosa porta bronzea del secolo XVI. Il Museo comprende una sezione archeologica, una pinacoteca ed una raccolta storica d’oggetti ed opere di vario genere e appartenenti ad epoche diverse. Vi si possono ammirare, fra gli altri beni, lo storico fercolo di San Giacomo, pergamene medievali e moderne, una pisside argentea del 1588 ed una pregevole balestra medievale riccamente intagliata.
Sullo stesso piazzale del Museo Civico sorge la chiesa di Sant’Agata, un tempo sede della confraternita dei ceramisti operanti in questo quartiere. L’attuale facciata, sormontata dalle tre arcate decorate in maiolica della cella campanaria, è dovuta al rifacimento settecentesco del Bonajuto.
A pochi passi da qui, la via Roma sfocia nell’antico Piano di San Giuliano (attuale Piazza Umberto I) che in età normanna prese nome dalla chiesa di San Giuliano, oggi cattedrale di Caltagirone. Edificata nel medioevo, la cattedrale fu ampliata modificandone in gran parte la struttura e persino l’orientamento che era originariamente con l’abside ad oriente. Nella prima metà del Seicento, un nuovo progetto, affidato all’architetto messinese Gulli, ne stravolse ancora una volta l’aspetto. Dopo il terremoto del 1693, che causò gravi danni all’edificio, provocando il crollo della cupola e del campanile, la chiesa venne restaurata e più volte rimaneggiata nel corso dei secoli. La facciata oggi presenta un originalissimo stile liberty, assai raro in un edificio sacro, con decorazioni a motivi floreali. I portali laterali, risalenti al Settecento, sono opera del Bonajuto. L’alto campanile, terminante con cuspide maiolicata e munito di un orologio decorato in ceramica, fu costruito nel 1956. L’interno della cattedrale custodisce numerosissime opere, alcune delle quali degne di nota: gli affreschi della volta, realizzati dai Vaccaro, il coro ligneo settecentesco, quattro antichi sarcofagi marmorei, una scultura raffigurante il Cristo morto opera di Giuseppe Vaccaro, un Crocifisso ligneo risalente agli del Cinquecento. Notevole la Cappella del SS. Sacramento per la ricchezza delle decorazioni. Sono visitabili anche il Tesoro della Cattedrale e l’Aula Capitolare.
Sulla Piazza Umberto I s’affacciano anche importanti edifici civili: il Monte delle Prestanze (Monte di Pietà), progettato nella seconda metà del Settecento dal Bonajuto ed oggi sede del Banco di Sicilia, caratterizzato al piano inferiore da esili colonne corinzie su alti plinti che marcano il susseguirsi delle eleganti aperture; il Palazzo Crescimanno d’Albafiorita, sontuosa dimora settecentesca ricca di opere d’arte; il Palazzo Libertini di San Marco, il cui ingresso si trova in via Taranto. Da qui si può compiere una digressione. Discendendo per la gradinata che caratterizza la via Taranto, si giunge nella vecchia Piazza del Mercato, oggi Piazza Innocenzo Marcinnò, da cui si diparte la via Cappuccini, una stretta via medievale in fondo alla quale si erge il Convento dei Cappuccini, costruito con l’adiacente chiesa alla fine del Cinquecento, meta di pellegrinaggi da parte dei devoti di padre Innocenzo Marcinnò. Il Convento è l’unico edificio uscito indenne dal terremoto del 1693. Al suo interno, caratterizzato da un chiostro porticato, si possono ammirare una rara copia della Sacra Sindone ed un monumentale presepe ed effettuare la visita della ricca Pinacoteca e del Museo, ospitante preziose argenterie sei-settecentesche. La chiesa è caratterizzata all’esterno, in stile rinascimentale, dalla pietra bianca dei bei portali e all’interno dal soffitto ligneo a capriate e dal trittico seicentesco di Filippo Paladini, posto all’altare maggiore, al centro del quale è l’enorme dipinto raffigurante la Madonna dell’Odigitria.
Mediante la via Maria Santissima del Ponte, si giunge al Santuario di Santa Maria del Ponte, edificato nella seconda metà del Cinquecento ed interamente ricostruito nel Settecento. Nei pressi si trova una fonte che la tradizione vuole miracolosa in quanto nelle sue acque apparve la Madonna in onore della quale fu eretto il Santuario.
Sulla destra, in via Discesa del Collegio, si può ammirare la chiesa del Gesù o del Collegio, edificata nella seconda metà del Cinquecento. Si presenta con una facciata a due ordini divisi da un largo cornicione. Nell’ordine inferiore, il grande portale, delimitato da due coppie d’esili colonne su alti basamenti, è incorniciato da otto statue di santi entro nicchie. Nell’ordine superiore, ai lati della grande finestra sono poste le statue di San Giuseppe, della Madonna con Bambino e, alle due estremità, dei Santi Pietro e Paolo. All’interno, ad unica navata, si possono ammirare le preziose decorazioni in stucchi e marmi, il soffitto a cassettoni, l’altare barocco con colonne tortili in marmo mischio, il fastoso pulpito in legno intarsiato e le pregevoli cappelle laterali tra cui si segnalano, in particolare, quella della Pietà e quella dedicata a Sant’Ignazio di Lojola, fondatore dell’ordine dei Gesuiti, particolarmente elaborata e riccamente ornata.
Nella vicina via degli Studi si erge il Collegio dei Gesuiti: particolarmente degni di nota i due portali attraverso cui s’accede ai due cortili un tempo non divisi. Si tramanda che il Collegio abbia avuto fra i suoi discepoli anche Umberto Balsamo, “Conte di Cagliostro”.
Nelle immediate vicinanze, in via Discesa Verdumai, dopo pochi gradini s’arriva davanti al Teatro Stabile dell’Opera dei Pupi, fondato nel 1912, che ospita la Mostra-Teatro dei Pupi Siciliani.
Piazza Municipio un tempo era detta della Loggia per la presenza di una grande balconata dalla quale la nobiltà cittadina assisteva alle pubbliche manifestazioni. Sulla piazza s’affacciano alcuni degli edifici storicamente più rilevanti della città: il barocco Palazzo dei Principi Interlandi Bellaprima o Palazzo dell’Aquila, oggi sede del Municipio, ridisegnato in linee neoclassiche ed arricchito da uno splendido scalone dell’architetto Nicastro. Girando attorno al palazzo se ne può ammirare il retro in stile liberty; l’ex Palazzo Senatorio, poi trasformato nel Teatro Comunale Garibaldi ed oggi occupato dalla Galleria Luigi Sturzo; il Palazzo Gravina, in stile barocco, sul cui prospetto risalta il bellissimo balcone sostenuto da decorativi mensoloni; la Corte Capitaniale, in origine sede del Capitano di Giustizia, con seicentesche decorazioni dei Gagini alle finestre.
La chiesa di Santa Maria del Monte, l’antica Matrice, risale alla fine del medioevo ma oggi si presenta con l’aspetto conferitole dalla ricostruzione settecentesca. Fu probabilmente costruita utilizzando le pietre dell’antico castello di Caltagirone. Al suo interno sono custoditi un prezioso dipinto del XIII secolo raffigurante la Madonna di Conadomini, sculture cinquecentesche, una statua marmorea gaginesca del Quattrocento raffigurante la Vergine col Bambino ed una pittura lucchese del secolo XIII. La campana d’Altavilla, strappata ai musulmani dalla rocca di Judica al tempo del Conte Ruggero, rappresenta ancora oggi il simbolo della memoria storica della città. Nel piazzale antistante la chiesa, alcune rampe di scale portano all’ex Istituto Salesiano di Sant’Agostino, luogo dove sorgeva l’antico castello.
La chiesa di Santa Maria del Monte è uno dei pochi casi di edifici in cui la scalinata che la precede è più apprezzata della chiesa stessa. La scala, vera opera d’arte degli abili ceramisti locali, fu progettata nel Seicento per collegare la città bassa (piano di San Giuliano), e cioè la parte nuova della città, a quella bassa, al centro storico, ed è costituita da una serie di centoquarantadue gradini in pietra lavica decorati, nel 1953, da mattonelle in maiolica nei tipici colori della ceramica di Caltagirone, fra cui prevalgono il verde, l’azzurro e il giallo. Ogni gradino è decorato con mattonelle diverse, con motivi geometrici o figure tratte dalla tradizione locale raccolti da Antonino Ragona. L’intera gradinata è suddivisa, per così dire, in settori costituiti da quattordici gradini in cui le decorazioni delle maioliche si richiamano a diversi periodi storici, dal X secolo ai nostri giorni. È un vero spettacolo di colori, ma ancor di più quando, in occasione della festa patronale di san Giacomo, che si svolge in luglio, viene illuminata da migliaia di lanterne di color bianco, rosso e verde disposte in modo da disegnare un’immagine.
Quasi a metà della scala, in via del Carmine, sorge la chiesa del Carmine, su uno spiazzo dal quale si gode una bella vista sui tetti della città.
Alla base della scala, sulla sinistra, si trova la chiesa di San Giuseppe dall caratteristica pianta centrica non comune nell’architettura siciliana.
Effettuando una digressione sulla medievale via San Bonaventura si possono osservare i palazzi gentilizi Spadaro e Secusio. In fondo vi è la chiesa di San Bonaventura, eretta nel 1624, affrescata da Pietro Paolo Vasta ed ornata da pregevoli maioliche.
Nell’antico quartiere della Matrice il punto più panoramico è il piazzale che si apre a partire dalla via Sant’Agostino, nei pressi della quale si trova la chiesa di San Nicola, esistente già nell’XI secolo, che ha subito nel tempo numerose modifiche e parziali ricostruzioni. Il bel campanile è del Maruviglia. La chiesa ospita il Museo Etnologico Siciliano, una raccolta d’oggetti della civiltà rurale che prevalentemente risalgono al periodo fra Ottocento e Novecento.
Da qui, percorrendo la via San Gregorio, si giunge ad una delle istituzioni più importanti della città, l’Istituto d’Arte per la Ceramica, fondato nel 1928 con lo scopo di contribuire all’incremento ed al perfezionamento dell’arte dei vasai ceramisti. L’Istituto accoglie, inoltre, un museo ed una biblioteca, che dispongono di una raccolta di ceramiche rare e di libri di grande valore documentario. Vi si trovano esposti anche i migliori lavori realizzati dagli allievi dagli anni Cinquanta ad oggi.
Accanto all’istituto si può ammirare la Torre di San Gregorio, un tempo campanile del monastero delle benedettine. L’ex Monastero e la Torre ospitano dal 1997 una Mostra Naturalistica permanente. L’esposizione accoglie reperti provenienti da varie zone della Sicilia ed in particolare dal territorio di Caltagirone. Il comprensorio è presentato in tutti i suoi aspetti, da quello geografico e geologico a quello biologico. Vi è la possibilità, per i gruppi e le scolaresche, d’assistere alla proiezione di audiovisivi e di svolgere attività didattica con materiali geologici e biologici predisposti allo scopo. Attraverso immagini, schemi, cartografie, pannelli e bacheche interattive si passa dai pesci fossili ai minerali. Completano la mostra un vasto erbario e cinque bacheche con animali tipici dell’ambiente.
Se, partendo da Piazza Municipio, imbocchiamo invece la via Luigi Sturzo, una delle più importanti della città, si entra nel quartiere San Giorgio. Subito, sulla destra, s’incontra la chiesa del Purgatorio, il cui aspetto attuale si deve alla ricostruzione settecentesca e al cui interno si possono ammirare numerosi dipinti di pregevole fattura, realizzati dai fratelli Vaccaro.
A fianco di codesta chiesa, si trova la settecentesca chiesa di Santa Chiara, opera dell’architetto Rosario Gagliardi, caratterizzata dalla pianta ellittica ed arricchita da un bel pavimento mailiocato.
Sul successivo tratto di via Sturzo s’affacciano numerosi edifici prestigiosi, fra i più notevoli Palazzo Aprile di Cimia e Palazzo Longobardi. Poco più avanti, proseguendo sulla medesima via, si trova Palazzo Vella o Magnolia, in stile liberty, caratteristico per la sua facciata in terracotta.
A pochi passi si pare il largo San Domenico dove sorgono, l’una di fronte all’altra, la chiesa di San Domenico e la chiesa del SS. Salvatore. La prima, attualmente adibita ad auditorium musicale, è stata eretta nell’Ottocento ed è caratterizzata da due campanili gemelli che affiancano il timpano di coronamento. La seconda, anch’essa ottocentesca, conserva una Madonna cinquecentesca di Antonello Gagini e la tomba di don Luigi Sturzo.
Più avanti, sulla sinistra, si erge l’ex Ospedale delle Donne, dal prospetto rinascimentale, disegnato dal Nicastro, decorato da medaglioni di terracotta in rilievo realizzati intorno alla metà dell’Ottocento dallo scultore S. Failla. Oggi è sede della Galleria Civica d’Arte Contemporanea, istituita nel 1996, che ospita una collezione permanente di opere dello scultore Ballarò ed un’esposizione antologica di opere d’artisti contemporanei, acquisite dalle Rassegne Nazionali della Ceramica a partire dagli anni ’80, con una particolare attenzione alla produzione ceramica, con l’intento di creare un legame di continuità con questa secolare tradizione. La Galleria possiede una ricca biblioteca specialistica ed un archivio documentario e fotografico.
In fondo alla via Sturzo si apre il largo San Giorgio dove sorge l’omonima chiesa. Della struttura originaria, risalente – secondo la tradizione – al secolo XI ed attribuita ai Genovesi che in quel tempo si trovavano in città, sono visibili nell’attuale edificio alcune feritoie e il portale; da notare la bella torre campanaria coronata da merli. All’interno è conservato il Mistero della Trinità, dipinto fiammingo attribuito a Roger van der Weyden.
Nel medesimo quartiere si trova la casa natale di don Luigi Sturzo, all’incrocio delle vie Edera e Santa Sofia.
Sempre da Piazza Municipio, il salotto della città, attraverso la via Vittorio Emanuele ci si può dirigere verso la Basilica di San Giacomo. È la via demandata al passeggio serale. Lungo il percorso, tanti negozi per lo shopping e i bar e le gelaterie per una sosta.
Sulla sinistra s’incontrano una mostra permanente della ceramica ed un Presepe monumentale di 200 mq, il più grande d’Italia, che è animato da speciali effetti visivi e sonori e dotato di oltre cento figurine in terracotta colorata che riproducono scene di vita quotidiana.
Sul lato opposto della strada si erge Palazzo Grifeo, un tempo radenza dei conti.
Pochi metri dopo, sulla sinistra si può ammirare il Palazzo delle Poste, pregevole edificio del XX secolo in stile liberty, opera di Saverio Fragapane.
Proseguendo, sullo stesso lato s’incontrano le ceramiche d’arte Lucidi e, più avanti, lo studio d’arte di Salvatore Raimondo.
Giunti in fondo alla via, sulla destra sorge la Basilica di San Giacomo, edificata in età normanna per volere del conte Ruggero e ricostruita dopo il terremoto del 1693 dall’architetto agrigentino Simeone Mancuso sulla pianta originaria. Sulla facciata si mettono in evidenza massicce colonne marmoree. Al suo interno sono custoditi opere dei Gagini come il portale del Reliquiere nella navata di sinistra, l’arco della Cappella del Sacramento e l’arca argentea delle reliquie di San Giacomo. Sin dal 1518, in occasione della festa patronale, nel piazzale antistante la Basilica si svolgeva una grande fiera dove venivano esposte le più svariate mercanzie, fra cui i caratteristici fischietti in terracotta.
La città nuova
A concreta testimonianza del fatto che la ceramica artistica non è solo una realtà del passato, basta osservare qua e là con occhio vigile cerando le tracce più recenti di un’arte sempre attuale. Anche per la moderna Stazione ferroviaria, in Piazza della Repubblica, non si è rinunciato all’opera di un ceramista Andrea Parini, che ha realizzato un grande e variopinto pannello di ceramica che valorizza il salone principale. Piazza della Repubblica è ornata da una fontana monumentale, posta su di una bella gradinata, costruita a metà del secolo scorso.
Nella vicina via Principe Umberto si trova la chiesa di San’Anna alla quale, pur essendo di recente costruzione, vale la pena di volgere lo sguardo per lo scenografico portico ad arcate che si sviluppa su tre lati.
Interessanti sono anche la chiesa della Sacra Famiglia – di costruzione moderna, ma interessante dal punto di vista architettonico per la pianta ottagonale – e il grande e funzionale Stadio polisportivo, entrambi in via Madonna della Via.
Cuore della nuova zona è il viale Milazzo, pullulante di negozi e d’attività commerciali.
Proseguendo da via Principe Umberto per la via Santa Maria del Gesù, s’incontra, preceduta da una scalinata, la chiesa di Santa Maria del Gesù con l’attiguo Convento, oggi purtroppo inserito in un contesto moderno che non contribuisce a metterla in risalto. La chiesa, cui s’accede tramite un delizioso chiostro verdeggiante, fu edificata nel Quattrocento e ricostruita dal Bonajuto. Presenta una semplice facciata dal campanile seicentesco terminante con una guglia decorata in ceramica. È custodita all’interno la preziosa statua raffigurante la Madonna della Catena realizzata da Antonello Gagini. Il convento, nonostante i numerosi ed evidenti rifacimenti, presenta ancora un bel portale gotico che porta la data 1422. Nei pressi della chiesa si trova la compatta costruzione dell’Educando San Luigi, costruito nel 1861 ed oggi sede della Biblioteca comunale e dell’Archivio di Stato, che si fa notare più che per il suo esterno, dal semplice prospetto lineare, per l’atrio interno da cui, attraverso le arcate, s’accede al giardino posteriore.
Lungo la stessa via, e sul suo prolungamento, si possono osservare numerosi esempi di dimore nobiliari del XVIII e XIX secolo, tra le quali meritano d’essere menzionate Villa Patti, dal prospetto in stile gotico veneziano con piccolo portico ad arcate, dotata di un grande parco visitabile, Villa Motta, Villa Divisa, Villa Spataro e Villa Gravina.
Passeggiate nei dintorni
Sulla via Nicastro, ad appena tre chilometri dal centro abitato, si trova il Cimitero Monumentale, preceduto da un viale alberato. Detto Cimitero del Paradiso, dal nome della contrada in cui sorse, fu progettato dal celebre architetto Nicastro nel 1866, con pianta a croce bizantina iscritta dentro un muro perimetrale che in parte lascia intravedere l’interno attraverso alcune aperture. Il progetto non fu mai portato a compimento dal Nicastro che morì nel 1903. Notevoli i loggiati, con arcate ogivali sostenute da snelle colonne, che donano al luogo luminosità e ariosità. Da ammirare alcune cappelle gentilizie degli inizi del Novecento sia per lo stile architettonico sia per le pregevoli decorazioni in ceramica, che purtroppo in gran parte necessitano di restauro. Dal 1931 è stato dichiarato monumento nazionale.
Ad ovest della città, sull’antica strada per Gela, sorgeva, prima del terremoto del 1693, una chiesetta dedicata alla Madonna del Soccorso. Sotto le sue macerie venne ritrovato un Crocifisso dipinto su pietra. Sul luogo del ritrovamento, alla fine del Settecento, fu costruita una chiesa progettata dal Bonajuto, in cui si venera la sacra immagine. In seguito il Santuario del SS. Croicifisso s’arricchì di nuove strutture, anche per poter accogliere i numerosi devoti che vi si recano per ottenere grazie e miracoli. Lungo la strada che porta al Santuario si possono notare i misteri del Santo Rosario e le stazioni della Via Crucis su pannelli in maiolica.
A pochi chilometri da Santo Pietro, nel vicino feudo di Terrana, sorgeva un tempo l’importante Abbazia cistercense di Santa Maria di Terrana di cui oggi rimane parte di una chiesetta, edificata nel XIII secolo, con resti d’affreschi quattrocenteschi. Sulla facciata si mette in chiara evidenza il bel portale principale con i due mascheroni. All’interno, a fianco dell’abside, una porticina, sormontata da un arco ogivale, permette l’accesso al campanile.
Il bosco di Santo Pietro
Il bosco s’estende su un grande altopiano sabbioso solcato da valloni a venti chilometri da Caltagirone. Da 390 metri sul livello del mare digrada dolcemente verso la pianura di Vittoria ed è delimitato ad ovest e a nord dai valloni Terrana e Ogliastro, ad est dal torrente Ficuzza e a sud dai confini del comune di Acate.
La prima testimonianza storica del bosco risale al 1160, quando il re normanno Ruggero d’Altavilla lo concesse ai catalini, insieme alla Baronia di Fetanasimo, quale ricompensa per l’aiuto prestatogli contro i Saraceni. A quell’epoca la sua estensione era di ben 30.000 ettari.
La massiccia presenza dell’uomo nel corso dei secoli ha sconvolto la fisionomia originaria della zona. Tuttavia in alcune località, come Fontana del Cacciatore, Fontana Molara Cava Cannizzolo e Dongiovanni, la densità della vegetazione è tale da far rivivere nel visitatore il fascino dell’antica foresta.
Oggi il bosco di Santo Pietro supera di poco i 2.000 ettari. Originariamente s’estendeva lungo tutta la fascia sud-orientale della Sicilia, dall’entroterra calatino sino alle zone costiere della città di Gela e Scoglitti. I ripetuti incendi, la carenza di manutenzione, i pascoli abusivi e la caccia di frodo hanno peggiorato la situazione.
Nel 2000 è stata istituita la Riserva Naturale Orientata allo scopo d’arginare il degrado ed invertire la tendenza.
L’Associazione “il Ramarro” svolge nella zona il preciso ruolo di presenza e d’intervento per la salvaguardia del territorio. Tante le iniziative: prevenzione antincendio, pulizia del bosco, rimboschimenti, corsi di Protezione Civile, varie attività culturali tra cui la creazione di un centro di studio e didattica ambientale, l’organizzazione dei “Campi internazionali del sole cocente” che ogni anno a luglio radunano giovani europei per un’esperienza di studio di temi ambientali e di tutela del bosco mediante la prevenzione degli incendi.
È sicuramente da visitare il Museo della Macchia Mediterranea, all’interno di un vecchio fabbricato recentemente ristrutturato. Nelle vicinanze di Piano Renelle vi è la chiesa di Santa Maria dell’Idra, una piccola chiesetta che invita alla meditazione.
Il clima mite, certamente, consente escursioni durante tutto l’anno, ma le stagioni ideali sono la primavera e l’autunno, la prima per la fioritura, la seconda per gli splendidi colori del bosco.
Si parte dal bosco di Santo Pietro e, dopo aver attraversato le zone interessate da un rimboschimento a pino ed eucalipto, si giunge alle due aree più belle del bosco: le vallette dette “fontana del Cacciatore” e “della Molara”. Ivi si percorre una specie d’anello all’interno del quale si può ammirare quello che rimane della sugherata della Molara
Sono, invece, oltre trecento le specie vegetali di cui è particolarmente ricco il sottobosco. Nel patrimonio verde di Santo Pietro sono riconoscibili tre habitat principali: la sugherata, la lecceta e la gariga.
Le monumentali sughere del bosco, descritte con ammirazione dai cronisti del passato, sono oggi in gran parte scomparse. Un recente censimento, effettuato dal Fondo Siciliano per la Natura, ha attestato la presenza di circa cinquanta sughere e di alcuni carrubi di oltre tre metri di circonferenza. Nella contrada Molara, ancora oggi fa bella mostra di sé un esemplare di “Quercus suber” che raggiunge i 6,2 metri.
Il bosco di lecci (“Quercus ilex”) s’estende per alcune decine di ettari nelle contrade Molara, Coste Stella, Coste Chiazzina e Vaccarizzo. Rispetto alla sugherata la densità maggiore e più omogenea.
Nella gariga si trovano formazioni arbustive estese in particolare nelle contrade Molara, Spina Santa e Cava Imboscata. Qui le specie dominanti sono il rosmarino (“Rosmarinus officinalis”), il timo (“Thymus capitatus”), l’erica (“Erica multiflora”) e il lentisco (“Pistacia lentiscus”).
Durante le passeggiate nel bosco sovente s’incontrano istrici, lepri, conigli selvatici e donnole. Risultano presenti anche il gatto selvatico e la volpe. Fra gli uccelli si possono osservare novantasei specie diverse fra cui la cincia, l’occhiocotto, la ghiandaia, ma anche alcune specie rare quali il picchio rosso maggiore, il pendolino e il gheppio, chiamato in dialetto “muschittu”.
Il Museo della Ceramica
L’itinerario di visita della città può iniziare in via Roma, l’antica strada regia Maria Carolina, aperta nel Settecento per creare un collegamento tra la parte vecchia della città e la zona nuova di Santa Maria del Gesù, dove incominciavano a sorgere molte zone nobiliari. Via Roma è delimitata, per circa trecento metri, dalla stupenda balaustra che fiancheggia uno dei viali del Giardino pubblico, un susseguirsi di raffinate e fantasiose decorazioni che accompagnano il visitatore fino al cosiddetto Teatrino, una scenografica scalinata a terrazza decorata con mattonelle in ceramica e ideata nel Settecento dal Bonajuto, in cima al quale si erge il Museo della Ceramica.
Si tratta di un originale edificio il cui ingresso è preceduto da un armonico portico ad arcate sostenute da pilastri e colonne. Il Museo espone una preziosissima collezione di ceramiche e maioliche, circa duemilacinquecento reperti, che forniscono al visitatore una visione della storia di questo tipo di manufatto e dell’evoluzione di quest’arte. È secondo solo al Museo di Faenza per quanto riguarda la documentazione dell’arte ceramica.
Il Museo s’articola in sette sezioni:
- Sala didattica: con una panoramica di tutta la produzione ceramica dalla preistoria ai nostri giorni. In particolare bisogna segnalare il cratere del V secolo a. C., decorato a figure rosse e raffigurante la bottega di un vasaio al lavoro sotto protezione della dea Atena. Fu trovato all’interno di una fornace attiva a Caltagirone in età greca.
- Ceramica preistorica e protostorica, greca, siceliota e bizantina. La seconda sala espone numerosi manufatti dell’eneolitico provenienti da Sant’Ippolito, quali il vaso mistiforme e la fiaschetta, dalle contrade Angelo, Moschitta, Balchino e da località al di là del Salso. Si può ammirare la grande tomba del V secolo a. C. rinvenuta in via Escuriales ed il chiusino tombale in calcare con sfingi attergate e scena di danza funebre in rilievo, trovato nella necropoli di san Mauro, databile al VI secolo a. C. Vi sono inoltre esposte ceramiche greche a figure nere e rosse, terrecotte ellenistiche e vetri romani della collezione Russo-Perez.
- Patio riservato ai modellini di forni medievali. Due delle quattro fornaci medievali rinvenute nel 1960 ad Agrigento sono riprodotte nei modellini realizzati dal prof. Antonino Ragona. La prima fornace è di tipo musulmano, la seconda d’epoca angioino-aragonese.
- Ceramica medievale. In questa sala troviamo esposte ceramiche siculo-musulmane realizzate dal X al XV secolo. Fra le ceramiche più antiche sono ben documentate quelle rinvenute ad Ortigia, nell’area del Tempio d’Apollo, dove in età medievale sorgevano fornaci per la produzione ceramica. Si segnalano una ciotola del X secolo, con invetriatura piombifera e decorazione dipinta in giallo verde e bruno; ciotole in protomaiolica decorate in policromia del XIII, altre con decorazione in bruno e verde ed infine un terzo gruppo decorato in bruno del XIV secolo. Tante le brocche, le anfore e i boccali destinati alla mensa. Le brocchette presentano un particolare filtro posto all’attacco del collo, forse per preservare l’acqua da impurità contenute nei pozzi. Un tale uso è documentato nell’Egitto alto-medievale e nelle culture sahariane. Nel corso del XV secolo l’invetriatura usata per il rivestimento delle ceramiche diviene più brillante e corposa assumendo le caratteristiche dello smalto. Da questo secolo vengono definite maioliche. Di questo periodo sono in evidenza ciotole decorate in monocromia in blu con motivi fitomorfi. Si notano anche piatti in maiolica decorati in blu e lustro con motivi floreali del XV secolo.
- Ceramica rinascimentale. Sono esposte maioliche destinate alla mensa o alla conservazione dei cibi e decorate in blu, blu e verde o blu e giallo, prevalentemente di produzione di Caltagirone; coppe e ciotole decorate con motivi vegetali e floreali e numerose maioliche del XVII secolo.
- Ceramica barocca. Vi si trovano, in particolare, anfore da sacrestia e acquasantiere con applicazioni plastiche, XVII secolo. Si notano soggetti vegetali, animali e talora piccole figure di santi.
- Grande sala riservata ad una panoramica di tutta la maiolica siciliana dal XVII al XIX secolo. Le vetrine d’esposizione contengono pregevoli vasi, albarelli, bombole che raffigurano angeli, santi, stemmi e profili femminili. Stupende le lucerne antropomorfe e le maioliche con decorazioni in smalto blu turchino. Non mancano pavimenti maiolicati, grandi vasi ornamentali in maiolica e mattonelle segnaporta smaltate. Molto originali gli scaldamani in maiolica del XVII secolo a forma di pesce o di tartaruga. Ampio spazio è dedicato alle ceramiche d’autore, fra cui si segnalano le terrecotte settecentesche di Giacomo Dongiovanni (1772-1859): la Natività, la Bottega del Ciabattino, lo Zampognaro e i Suonatori Ciechi. Pregevole il presepe di Giuseppe Dongiovanni Vaccaro ed il gruppo in terracotta raffigurante una lite fra nuora e suocera. Completano l’esposizione altri gruppi figurati di Giuseppe Vaccaro e di Giuseppe Failla, in particolare l’opera raffigurante San Giacomo Maggiore Apostolo.
Ogni ulteriore approfondimento è assicurato dal servizio didattico del museo, dotato d’apparecchiature audiovisive e multimediali.
Città delle ceramiche
Le conoscenze storiche sulla ceramica medievale e moderna di Caltagirone, al pari di quelle su gli altri centri isolani, si basano sulle recenti ricerche fatte per la creazione del Museo della Ceramica, prima in seno alla locale Scuola di Ceramica e poi in sede propria sotto l’egida dello Stato e quindi della Regione Siciliana.
Oggi si deve proprio a questo museo la possibilità di seguire, parallelamente alle conoscenze storiche, il processo evolutivo dei manufatti ceramici, non solo caltagironesi ma dell’intera isola.
Nei dati archeologici acquisiti nelle campagne di scavi condotti dall’Orsi nel suolo caltagironese, trova conferma quanto incidentalmente scrisse il gesuita Giampaolo Chiarandà nella sua storia della città di Piazza Armerina. Lo scrittore, infatti, già ammetteva che l’arte della ceramica ivi fosse stata anteriore alla venuta degli Arabi e che dall’arte ceramica ivi esercitata “da molti vasai”. A questa denominazione si sarebbe poi sovrapposta quella addolcita di “Calat-al-Genun” che significherebbe “Rocca dei Genovesi”. Quest’ultimo cambiamento sarebbe avvenuto allorché i Genovesi, al tempo dell’infelice spedizione di Maniace, che data verso il 1030, si ritirarono e si fortificarono nella cittadina musulmana, rimanendovi.
Non è quindi nuova, né infondata, la comune affermazione che i ceramisti arabi, sin dall’827, a seguito della conquista musulmana dell’isola, si siano tosto stabiliti in questo centro ed abbiano dato impulso all’arte ceramica, facendovi brillare i procedimenti tecnici da loro portati dall’Oriente. Ci si riferisce, in particolare, all’invetriatura che soppianta in Occidente ogni residua tecnica ereditata dal mondo classico.
Le ragioni per cui la ceramica caltagironese ebbe nel medioevo notevole impulso sono da ricercare non solo nella buona qualità delle argilla, di cui abbonda la città e su cui essa stessa è assisa, ma anche nei vicini ed immensi boschi che da una parte alimentavano e favorivano l’enorme sviluppo dell’industria del miele, con la conseguente richiesta di recipienti per la conservazione, e dall’altra fornivano inesauribilmente la legna per la cottura dei manufatti nei forni ai numerosi ceramisti del luogo. Le quartare caltagironesi per contenere il miele erano note ovunque, al pari dell’industria del miele di cui parla il geografo arabo Edrisi. Esse sono note anche negli inventari di beni lasciati in eredità, come quello del 1596 di D. Matteo Calascibetta, Barone di Costumino, abitante nella città di Piazza.
Che, nel medioevo, a Caltagirone il numero degli artigiani dediti all’industria del vasellame invetriato fosse rilevante è confermato dalla notizia fornitaci dal P. Francesco Aprile di fornaci sepolte da una frana nel 1346 sul fianco occidentale del castello e dell’esistenza, ai primi del Cinquecento, di un intero rione di maiolicari – distinto da quello dei comuni vasai – a fianco della chiesa di San Giuliano e precisamente dove nel 1576 sorse la chiesa di Sant’Agata. Ivi la maestranza, abbandonata la lontana cappella della Madonna del Salterio o del Rosario nella Chiesa Madre, si raccolse prima di passare, nel secolo XVII, alla confraternita dell’Immacolata, nel vicino convento di San Francesco d’Assisi dei PP. Conventuali. Si sa altresì che questa maestranza, fiera dell’arte che esercitava, offriva al protettore della città, San Giacomo, dei paliotti d’altare fregiati di uno stemma che rappresentava un vasaio al tornio.
Sebbene molti siano i nomi di ceramisti del Cinquecento che si rilevano dai documenti scritti, e principalmente dai Riveli che c’indicano oltre cento officine di maiolicari attive, a causa dell’immane cataclisma del 1693, che sconvolse tutte le città della Sicilia orientale, pochissime sono le opere superstiti e soltanto il frammento di un bacile d’acquasantiera, conservato nel Museo Civico di Piazza Armerina, ci dà il nome dell’autore nella scritta che in esso si legge: “la foti la fichi m. joanelu di maulichi”, vale a dire “la fonte la fece maestro Jovannello Maurici”. Questi apparteneva ad una grande famiglia di maiolicari che verso la fine del Cinquecento s’estese nella lontana Burgio, nell’agrigentino, propagandovi l’arte della maiolica attraverso Matteo Maurici, nipote di Joannello, seguito da un nutrito gruppo di altri maiolicari caltagironesi, fra cui Pietro e Francesco Gangarella, Giacomo Sperlinga, Antonio Merlo, Giuseppe Savia, Bartolomeo Dandone.
Del Seicento si può dire altrettanto. Infatti, eccetto i significativi frammenti di pavimento datati 1621, opera di maestro Francesco Ragusa, e quelli dell’altro impiantito della seconda metà dello stesso secolo, del maestro Luciano Scarfia, rispettivamente conservati nelle chiese di Santa Maria di Gesù e dei Cappuccini (ed oggi al Museo Statale della Ceramica), il resto fu travolto dal terremoto dell’11 gennaio 1693, che cancellò nella parte orientale dell’isola quasi ogni traccia dell’attività plurisecolare delle officine ceramistiche caltagironesi.
Con l’avvento del nuovo secolo si ebbero palesi segni di ripresa anche per l’arte ceramica, che rifiorì sotto nuovi indirizzi artistici. Vennero fuori nel 1700 gli ornati a motivi floreali, a grandi volute e a disegni continuativi. Escono in questo secolo dalle fornaci caltagironesi vasi con ornati a rilievo e dipinti, acquasantiere, lavabi, paliotti d’altare, statuette, decorazioni architettonici di prospettici chiese, di campanili e di case private, pavimenti con ornati a grandi disegni. Sono i Polizzi, i Dragotta, i Branciforti, i Bertolone, i Blandini, i Ventimiglia, i Capoccia, i Di Bartolo e tanti altri maestri che fanno splendere con la loro superba arte plastica e pittorica in ogni angolo di casa e di chiesa di Sicilia la maiolica caltagironese. È Angelo o Michelangelo Mirasole, nativo d’Aragona (in provincia d’Agrigento) che, imparentato coi Lo Nobile, valenti ceramisti caltagironesi, realizza statue, mezzi busti e rivestimenti in maiolica come quello del Teatrino, ove collaborò pure il maiolicaro Ignazio Capoccia, autore dei più vasti pavimenti settecenteschi caltagironesi a grande disegno. È Giacomo Bongiovanni (la cui nonna era sorella di Francesco ed Antonino Bertolone, abili maiolicari e plasticatori) che, tra la fine del secolo ed i primi del decenni del nuovo, ispirandosi alle opere del trapanese Giovanni Matera, anime le sue figurine di terracotta di pulsante vita paesana, seguito nell’arte dal valente nipote Giuseppe Vaccaro. Sulla scia di questi maestri altri s’incamminarono dando all’arte delle figurine notevole impulso artistico e grande notorietà anche lontano. Basta citare Francesco Bonanno il quale, oltre che all’arte del Bngiovanni, s’ispirò alle incisioni di Bartolomeo Pinelli, specie in quelle scene che ritraggono soggetti di briganti.
Ben presto segue a tanto fervore di qualificata attività artistica la parabola discendente. L’Ottocento, con l’uso del cemento nei pavimenti, col dilagare di terraglie continentali sul mercato isolano, frutto di produzione seriale dovuta al progresso delle macchine, dà un fatale colpo alla ceramica caltagironese che continua a dibattersi fra gli antichi procedimenti tradizionali di vetuste botteghe prettamente artigianali.
In questo decadere si ergono più alti i nomi di Giuseppe Di Bartolo, ceramista pittore e plasticatore, e d’Enrico Vella, abilissimo modellatore e progettista che, assieme a Gioacchino Ali, fecero assurgere a grande dignità la decorazione architettonica in terracotta, lasciando eccellenti esempi che ornano oggi la città, come pure nel monumentale cimitero, opera dell’architetto G. B. Nicastro. Furono questi maestri gli ultimi bagliori della ceramica caltagironese. Dopo la loro scomparsa, Caltagirone avrebbe cessato di essere annoverata fra le città produttrici di maioliche e terrecotte se, per merito di don Luigi Sturzo, non fosse sorta una Scuola di Ceramica che, innestata sulla vecchia tradizione ceramista, la continuò aggiornandola ai tempi. Don Luigi Sturzo, raccolti gli ultimi rappresentanti di quella morente tradizione, fra cui il ceramista Gesualdo Di bartolo, il figurinaio Giacomo Vaccaro ed il plasticatore Giuseppe Nicastro, aprì nel 1918, lottando contro remore ed incomprensioni, la Scuola di Ceramica, oggi divenuta Scuola Statale d’Arte per la Ceramica.
Ad essa fanno capo le forze più rappresentative della rinnovellata arte locale che ha dato fulgidi esempi di vitalità in realizzazioni di vasta portata, come quella del rivestimento maiolicato della monumentale Scalinata di Maria SS. del Monte in Caltagirone che ha visto impegnati nell’esecuzione valenti allievi dell’Istituto come Gesualdo Acquei, Nicolò Porcelli e Francesco Judici. Filiazione diretta dell’Istituto può a ragione considerarsi il Museo Regionale della Ceramica che, con un’eccezionale documentazione di cimeli ceramici d’ogni tempo, presenta ai visitatori un ampio quadro dello sviluppo plurisecolare della ceramica non solo caltagironese ma dell’intera isola. Fra i cimeli di cui è stato possibile dotare il Museo, meritano particolare attenzione le documentazioni ceramiche medievali, araba, normanna, sveva, aragonese e la ricchissima serie di mattonelle cinquecentesche e settecentesche raccolte nel rifacimento di pavimenti di chiese dopo i disastri dell’ultima guerra. A questo Museo (che, dopo i rivolgimenti subiti, è auspicabile che ritorni all’originario ordinamento e istituzionale funzione), come ad una limpida fonte, potranno attingere inesauribile linfa gli artigiani della ceramica che sotto l’incessante stimolo della richiesta vogliono richiamarsi alle glorie del passato e trovare novelle ispirazioni senza perdere di mira lo spirito della tradizione.
Le lucerne antropomorfe nella maiolica caltagironese
È un tema, questo, che meriterebbe un’ampia trattazione, poiché gli oggetti in argomento hanno avuto larga e diversificata realizzazione nel tempo e nelle varie fabbriche dell’isola, in particolare a Caltagirone e Collesano.
È preliminarmente opportuno dire che le lucerne furono comuni e indispensabili oggetti casalinghi fino a quando l’olio costituì il principale combustibile per far luce nelle abitazioni. Fino a tutto il secolo XIX, le lucerne ad olio furono presenti in ogni casa accanto ai candelieri alimentati da candele di cera o di sego; la loro produzione declinò con la comparsa del lume a petrolio e cessò del tutto con l’avvento della luce elettrica.
Nelle campagne, però, l’uso delle lucerne ad olio si protrasse a lungo. Nei palmenti e nei trappeti, esse erano preferite ai lumi a petrolio per il rischio di travaso di combustibile che l’impiego di questi ultimi comportava durante le operazioni di pigiatura e di torchiatura.
Ordinariamente, nelle case signorili le lucerne erano di bronzo o di rame su alto piede, mentre nelle case povere erano solitamente di ceramica o, più spesso, di terracotta. La foggia più comune e diffusa delle lucerne in terracotta era quella di una piccola vaschetta circolare col beccuccio all’orlo.
Nel medioevo avvenne una prima trasformazione: alla vaschetta fu applicato un alto supporto, pur esso ricavato al tornio; ciò consentiva di tenere ben sollevata la fiammella e, al tempo stesso, dava posto nel fusto ad un’agevole presa, a mezzo di un’ansa, per il trasporto da un punto all’altro della casa.
Tale struttura rimase invariata nel tempo, soprattutto nelle fabbriche della Sicilia occidentale, quali Palermo, Sciacca e Trapani.
Una struttura assai diversa ebbero le lucerne in maiolica del secolo XVI nella Sicilia orientale, particolarmente nelle fabbriche di Caltagirone. Ivi la decorazione plastica, rifacendosi alla vecchia tradizione siceliota, s’aggiunge alla tornitura integrandola ed arricchendola. Vennero così fuori le lucerne antropomorfe.
L’idea della figurina-lucerna, come pare, nacque dalla lucerna medievale rialzata su alto piede e con gli occhi accennati in pittura sui due risvolti ai fianchi del beccuccio della vaschetta. Indubbiamente dovette pure concorrere l’interesse del ceramista a studiare come impreziosire e far entrare negli ambienti signorili la ceramica, ritenuta materiale povero e solitamente poco accetto nelle case signorili ove, come già detto, avevano accesso solo lucerne in bronzo o in rame. La decorazione plastica attraverso eleganti figurine muliebri fu invero valido veicolo per il passaggio delle lucerne in ceramica dalle classi povere a quelle abbienti, dalle dimesse abitazioni ai salotti.
Le figurine-lucerne cinquecentesche in maiolica, rappresentanti esclusivamente nobildonne in pose da matrona, con un braccio al fianco e l’altro alla cintura, riccamente ornate di collane e diademi, sono sostanzialmente degli eleganti contenitori d’olio, atti a sostituire in pieno e con più autonomia di combustibile le lucerne metalliche. Infatti, nel loro corpo a mo’ di bottiglia troncoconica, originariamente ricavato al tornio e poi, in seguito alla modellatura frontale, a calco ma sempre lasciato internamente vuoto, era immerso un lungo lucignolo che usciva esternamente a tergo del diadema frontale. Per la capienza, la figurina-lucerna poteva far luce a lungo, ma per il peso era fastidiosa nel trasloco, e richiedeva notevole quantità d’olio quando era necessaria la presenza simultanea di più lucerne; inoltre ne era difficile e fastidiosa l’alimentazione, dovendosi rifornire d’olio attraverso il medesimo foro abbastanza stretto da cui passava il lucignolo.
Tale tipo di lucerna a stampo ebbe seguito per tutto il secolo XVII e dovette convivere nei salotti coi candelieri, decorati in maiolica ad uno o più bracci. Esemplari di questa figurina-lucerna, ma in semplice terracotta, provengono anche da Siracusa, il che denota la diffusione dell’oggetto e l’imitazione che se ne fece fuori, sia pure senza il rivestimento maiolicato.
Nel Settecento la figurina-lucerna subisce una notevole modifica che da una parte la riporta alle origini, cioè alla tornitura della forma e alla modellatura diretta, senza uso di calchi, rendendola genuina e fresca nei colori e nella forma, dall’altra la rende più agevole al trasloco e, al tempo stesso, più economica nell’utilizzo. Scompare, infatti, il pesante e capiente serbatoio e viene usata per contenere l’olio solo una piccola vaschetta ricavata nella testina della figurina. Detta figurina, ora vuota e senza fondo, ha alla base, esternamente, un bordo rialzato per l’eventuale raccolta d’olio eccedente o straripante dall’alto. Risulta qui evidente come con poco olio si potessero tener accese contemporaneamente tante lucerne. Va da sé che, non limitandosi la produzione nel Settecento all’unico soggetto cinquecentesco cioè alla damina, non fu difficile al maiolicaro caltagironesi, versato com’era per tradizione alla decorazione plastica, ampliare il repertorio dei soggetti trattati nelle lucerne. Si ebbero così non solo damine riccamente agghindate, ma gentiluomini con tube, monaci, preti, briganti, personaggi storici, tipi caratteristici, gendarmi e tanti altri soggetti tratti dall’ambiente nostrano e dalla vita comune. La ricca policromia usata sui luccicanti smalti consentì a questi soggetti d’entrare nelle case nobiliari e nei salotti, sostituendo pienamente le lucerne metalliche che al confronto, anche se più costose, si presentavano cromaticamente monotone e decorativamente squallide. Inoltre, la presenza di più lucerne d’altezza pressoché uguale (25 cm circa) ma di soggetto diverso e di colori vari costituiva invero una festa negli ambienti signorili ma anche e soprattutto nelle modeste abitazioni. L’uso di queste lucerne con i più svariati soggetti si diffuse ben presto in tutta l’isola e si ebbero, con qualche modifica e variazione, delle imitazioni soprattutto a Collesano. Tuttavia, ivi le lucerne antropomorfe furono prodotte solo invetriate in monocromia, verde ramina o manganese, e forse per questo non ebbero la diffusione delle lucerne caltagironesi.
Il periodo più fiorente per la produzione di lucerne antropomorfe fu l’Ottocento, secolo in cui operò un abilissimo stovigliaio, inesauribile creatore di caratteristici tipi che ebbero larga richiesta nei mercati della Sicilia orientale: Giacomo Failla.
La moda delle lucerne antropomorfe nell’Ottocento non solo varcò la soglia dei palazzi nobiliari e v’arredò tavoli, angoliere, comò e pianoforti, ma penetrò anche con soggetti appropriati nei conventi e nei monasteri. La richiesta di questi aggraziati oggetti si moltiplicò. Si plasmarono lucerne ad uno o più soggetti raffiguranti personaggi storici. Nelle case signorili gli antiquari hanno trovato, portato via e disperso intere collezioni di lucerne che oggi potrebbero arricchire prestigiosamente intere vetrine di pubblici musei.
È motivo difficile conoscere oggi l’intera serie dei soggetti delle figurine-lucerne prodotte dall’artigianato caltagironese. La più comune, e forse la più ricercata, lucerna antropomorfa è era la damina con ventaglio e la veste a campana tutta merlettata a zone, che nel Settecento e nell’Ottocento sostituisce l’austera matrona del Cinquecento e del Seicento. A differenza di questa, decorata in blu con qualche tocco di giallo, quella settecentesca colpisce per la vivace policromia e costituisce uno dei più caratteristici e tipici oggetti usciti dalle mani del maiolicaro caltagironese. È forse questo che pur oggi, anche se ha perduto la sua funzione pratica, se ne fa larga richiesta, per cui non pochi ceramisti caltagironesi la includono fra i principali oggetti del loro repertorio produttivo.
I fischietti nella ceramica caltagironese attraverso i secoli
Appartiene alla preistoria la più antica presenza d’oggetti in terracotta col dispositivo sonoro. Essi nacquero non come strumenti di trastullo per i bambini, ma principalmente come oggetti utili nella caccia per il richiamo degli uccelli, per la segnalazione di presenze amichevoli od ostili e di pericoli, e pure, per il vario linguaggio sonoro, per accompagnare le manifestazioni di gioia e di dolore.
Il più antico strumento a fiato può considerarsi lo zufolo. Esso, oltre che di canna e di legno, può essere formato da un piccolo cilindro d’argilla ove sono praticati diversi fori ad intervalli. Soffiandovi nell’imboccatura, l’aria esce dai fori, modulata dalle dita che li otturano alternativamente. Solitamente viene attribuita al fischietto un’origine magico-rituale, ma in realtà non è nient’altro che un rudimentale strumento sonoro che dovette servire per vari usi e certamente anche per quello di cui sopra.
L’uomo primitivo se ne servì fin dalla sua invenzione per pratiche utilitarie e rituali, ma soprattutto per la sua sopravvivenza, quale strumento di segnalazione e d’avvertimento attraverso le variazioni del suo linguaggio sonoro.
La presenza d’altri individui, d’animali feroci, l’imminenza d’incendi e di tempeste potevano essere comunicate attraverso segnali sonori dati con i fischi.
Anche oggi con i fischi si richiama l’attenzione degli uomini e degli animali e si dimostra il dissenso.
Non va dimenticato che a Caltagirone si usava segnalare nel bosco il luogo di riunione per fare legna col suono della brogna, una grossa conchiglia in cui si soffiava dentro attraverso un beccuccio in essa collocato. Questo avveniva per la festa della Madonna dei Conadomini, quando i devoti, indirizzandosi verso il suono della brogna, trovavano facile di notte riunirsi in mezzo al bosco di Santo Pietro, nel posto stabilito per far legna da portare l’indomani in processione nella Chiesa Madre caltagironese.
Come documentazione di remoto uso dei fischietti, si può indicare un caratteristico oggetto preistorico che si trova nel locale Museo della Ceramica e che non era stato affatto capito prima dei un intervento di restauro. Esso è composto da due vasetti d’argilla nerastra con decorazione graffita lineare, saldati insieme alle pance e comunicanti attraverso numerosi fori praticati nella stessa giuntura. Nel centro, esternamente comunicante con i due vasetti, è appli
Luigi Sturzo
Don Luigi Sturzo (Caltagirone, 26 novembre 1871 - Roma,8 agosto 1959), politico italiano.
Ordinato sacerdote nel 1894, ottenne la laurea in Teologia a Roma nel 1896. Fondò il giornale di orientamento politico-sociale "La croce di Costantino" nel 1897. Nel 1900 fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana Italiana, guidata da don Romolo Murri. Tuttavia si distaccò da Murri nel 1906 e nel 1919 fondò il Partito Popolare Italiano, del quale divenne segretario politico.
Si oppose al fascismo e dovette per tale motivo lasciare gli incarichi nel partito e rifugiarsi (dal 1924) prima a Londra e poi a New York. Difese la libera iniziativa con l'argomento della economicità e della libertà ma non poté mai commentare il Paradosso di Amartya Sen che 11 anni dopo la sua morte dimostrò alcune difficoltà teoretiche gravi nel conciliare efficienza e diritti inviduali.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale non svolse un ruolo dominante nella scena politica italiana,
ma venne nominato senatore a vita nel 1953 dal Presidente Einaudi per altissimi meriti scientifico-sociali.
Sturzo, Luigi
Sturzo, Luigi
Sturzo, Luigi
Ceramica
La ceramica è un materiale di antica tradizione cinese, Kaol zona con argilla purissima.
Principale componente ne è il caolino idrossisilicato di alluminio.
La preparazione è la stessa utilizzata nel corso dei secoli; impastatura, forgiatura, cottura a 1000 - 1300°C, mentre per l'impermeabilizzazione occorre smaltare e ricuocere con vetrina trasparente o con smalto opaco.
I materiali ceramici possono essere ottenuti da polveri tramite sinterizzazione, un processo chimico-meccanico che avviene in forni ad altissime temperature, dove le polveri stesse, causa le energie in gioco, si uniscono tra di loro creando appunto i materiali cosiddetti ceramici.
Negli smalti vengono aggiunti ossidi di piombo per abbassare la temperatura della seconda cottura in modo da ridurre i costi di produzione, per le porcellane, invece, la vetrina viene usata senza piombo e la ricottura è a 1500°C.
ja:セラミックス
ms:Seramik
th:เซรามิก
Magna Grecia
La Magna Grecia ("Magna Graecia" in latino, "Megalê Hellas/Μεγάλη Ελλάς" in greco) è il nome della zona situata nella penisola italiana meridionale che fu anticamente colonizzata dai Greci a partire dall'VIII secolo a.C.
I primordi
Tra l'VIII ed il VII secolo a.C. i Greci cominciarono a colonizzare alcune regioni del sud Italia (Puglia, Calabria, Campania, Basilicata), fondando diverse città (come Taranto).
Anche la Sicilia vide diverse colonie greche (come Siracusa), che però non facevano parte della cosiddetta Magna Grecia, a differenza di quello che invece pensavano gli storici romani.
A partire dal III secolo a.C., si cominciò a definire le colonie come facenti parte della Magna Grecia (Megàle Hellàs). Il riferimento si presume sia stato coniato nelle colonie stesse, per mostrare la loro grandezza in relazione alla vecchia Grecia.
Le città-stato
L'organizzazione amministrativa, è stata ereditata dalle poleis greche, riprendendo il concetto di città-stato amministrate dall'aristocrazia.
L'economia
Nelle città della Magna Grecia, si sviluppò fin da subito il commercio, l'agricoltura e l'artigianato.
Le arti
Dalla madre patria Grecia, l'arte, la letteratura e la filosofia influenzarono in modo decisivo la vita delle colonie.
Lo sport
Le colonie inviavano sportivi di tutte le discipline ai giochi che si tenevano periodicamente ad Olimpia e Delfi in Grecia.
Il declino
Verso il III secolo a.c. le colonie cominciarono a declinare nel loro splendore,
il motivo principale è legato ad nuova potenza in ascesa: Roma.
Colonie greche
Calabria
- Lakroi - Locri
- Kaulon - Monasterace
- Sybaris - Sibari
- Rhegion - Reggio Calabria
- Krimisa - Cirò
- Hipponion - Vibo Valentia
- Metauros - Gioia Tauro
- Kroton - Crotone
- Medma - Rosarno
- Laos - Marcellina
- Terina - S.Eufemia
Campania
- Pithecusae - Ischia
- Kymai - Cuma
- Neapolis - Napoli
- Posidonia - Paestum
- Elea - Velia (Novi Velia)
Lucania
- Metapontion, Metapontum - Metaponto
Puglia
- Taras, Tarentum - Taranto
- Kallipolis - Gallipoli
Sicilia
- Syraka - Siracusa
- Akragas - Agrigento
- Gelas - Gela
- Katane - Catania
- Zankle - Messina
- Leontinoi - Lentini
- Mègara Hyblaea - Mègara Iblea
- Kamarina - Camarina
- Mylae - Milazzo
- Naxos - Giardini-Naxos
- Akrai - Palazzolo Acreide
- Himera - Imera
- Selinus - Selinunte
- Casmene
- Eraclea Minoa
- Lipari
Voci correlate
- Grecia
- Colonie nell'antichità
Categoria:Storia d'Italia
Categoria:Storia dell'antica Grecia
Gela
Gela è un comune di 72.444 abitanti della provincia di Caltanissetta sulla costa meridionale della Sicilia.
Geografia
Città agricola e industriale, sorge sulla costa del Canale di Sicilia a destra della foce del fiume Gela su un dolce rilievo allungato parallelo alla costa stessa.
Storia
Fu fondata nel 689 a. C. (44 anni dopo Siracusa) da una colonia formata da Rodiesi, comandati da Antifemo, e da Cretesi guidati da Entimo. Questi, attirati dalla bellezza del luogo, vi si accamparono e fondarono la città, allora abitata da nuclei di indigeni, i Siculi, e la chiamarono Gela dal nome del fiume che vi scorreva. Antifemo ed Entimo incontrarono l'ostilità degli abitanti del luogo, ma in breve tempo riuscirono a sopraffarli e a cacciarli sulle montagne. La città di Gela cominciò a svilupparsi tanto che, dopo appena un secolo, una colonia di geloi comandati da Pistilo e Aristomo si spostò sul fiume Akragas e fondò nel 580 a. C. la città di Agrigento. Divenuta potente, Gela iniziò una politica espansionistica, ma nel VI sec. a.C. avvenne, per motivi economici, la secessione della plebe che, abbandonata la città, si recò nella vicina Maktorion. Il gran sacerdote del culto di Diana riuscì a sedare il contrasto e a far rientrare i fuggiaschi a Gela. Dai primi due secoli di vita dalla sua fondazione nulla si sa di preciso dell'ordinamento politico e amministrativo della città. Il primo tiranno di Gela di cui si ha notizia fu Cleandro che regnò dal 505 al 498 a.C. Dopo la sua morte, avvenuta per mano di Sabello, cittadino gelese, il potere passò al fratello Ippocrate, il quale continuò la politica espansionistica sottomettendo le città di Callipoli, Leontini, Nasso, Ergezio e Zancle (Messina). In tal modo Ippocrate realizzò il suo progetto di fondare uno stato forte di cui Gela divenne la metropoli. Soltanto Siracusa era scampata al pericolo della dominazione geloa grazie all'aiuto dei Corinzi e dei Corciresi, ma la sua conquista era di vitale importanza per Ippocrate che avrebbe avuto la possibilità di controllare i territori conquistati e, per la sua presenza a Siracusa di un florido porto, si sarebbe assicurato le comunicazioni con l'oriente dove intratteneva scambi commerciali, mentre il porto di Messina, allora Zancle gli assicurava il controllo sul movimento delle navi. L'occasione per muovere guerra ai siracusani si presentò quando Camarina, colonia di Siracusa, si ribellò alla madrepatria nel 552 a. C., ma l'esercito camarinese fu sconfitto e fatto prigioniero. Ippocrate allora prese lo spunto dal fatto che dell'esercito sconfitto facevano parte dei geloi, mosse guerra a Siracusa e, dopo avere sconfitto i siracusani presso il fiume Eloro, cinse d'assedio la città che sarebbe capitolata se non fossero intervenuti Corinto e Corcira a fare da pacieri. Ippocrate accettò le condizioni proposte e, in cambio di Camarina, rilasciò i prigionieri e abbandonò Siracusa. Mentre Ippocrate era impegnato nella guerra contro Siracusa, i Siculi, che non avevano sopportato l'usurpazione delle loro terre da parte dorica, minacciarono di rompere il patto d'alleanza con Gela, costringendo il tiranno ad attaccarli nella loro roccaforte di Ibla dove perse la vita. Alla morte di Ippocrate (491) prese il potere Gelone che continuò la politica espansionistica del predecessore. Nel 484 a. C. conquistò Siracusa, dove si trasferì, lasciando Gela nelle mani del fratello Gerone. Intanto Terone, tiranno di Agrigento, che mirava ad ingrandire il suo stato, conquistò Himera nel 480 a. C. Terillo, signore di Himera, chiamò in suo aiuto i Cartaginesi, che, guidati da Amilcare, accorsero con un forte esercito e assediarono la città. Nel frattempo, Terone, avvertito il pericolo di una sconfitta, chiese aiuto alle città di Gela e di Siracusa. Gelone, allora, riunito un esercito di cinquemila uomini, insieme ai fratelli Gerone, Polizelo e Trasibulo, partì alla volta di Himera. Con una geniale mossa strategica, fece penetrare un drappello di suoi uomini nell'accampamento cartaginese, che incendiarono le navi nemiche e fecero entrare il grosso dell'esercito siceliota. Durante la cruenta battaglia che ne seguì perse la vita il condottiero cartaginese Amilcare. In breve tempo l'esercito cartaginese, rimasto senza guida, fu sconfitto. Le condizioni di pace offerte dal vincitore Gelone furono piuttosto miti. Egli impose il pagamento delle spese di guerra e l'abolizione dei sacrifici umani nei loro riti religiosi. Alla morte di Gelone, avvenuta nel 478 a.C., il fratello Gerone abbandonò, a sua volta, il governo di Gela per prendere possesso di Siracusa e lasciò la città geloa a Polizelo. Durante questo periodo della sua storia non si hanno più notizie certe; si pensa tuttavia che Gela si sia liberata della tirannide di Polizelo e si sia data un governo democratico. Intanto i siracusani cacciarono Trasibulo che, dopo la morte di Gerone, tiranneggiava la città, e molti geloi tornarono nella madre patria che riacquistò la floridezza di un tempo. Nel 424 si affacciarono sulla scena gli Ateniesi che intendevano conquistare la Sicilia, e pertanto Gela si mise alla testa delle città sicule e ricacciò gli Ateniesi. Ma il pericolo non era scongiurato in quanto l'isola era tormentata da lotte cittadine per il sopravvento per cui si rese necessario riunire a Gela i rappresentanti delle città sicule e fare un trattato di pace con lo scopo di unificare i popoli della Sicilia contro il pericolo straniero e in questa occasione il siracusano Ermocrate pronunciò la sua mirabile orazione concludendo col grido: "Noi non siamo né Joni né Dari, noi siamo Siciliani! La Sicilia deve essere dei Sicelioti, stretti in un unico patto d'alleanza". Nel 406 a.C. i Cartaginesi conquistarono Agrigento e la rasero al suolo e Gela, non volendo fare la stessa fine, chiese aiuto a Dionigi tiranno di Siracusa che, per ragioni non conosciute, non arrivò in tempo a dare man forte al popolo di Gela. Pertanto, dopo alterne vicende che videro atti di eroismo anche di donne e bambini. la città fu presa e rasa al suolo dopo essere stata depredata di tutti i tesori (405 a.C.). I cittadini superstiti intanto si erano rifugiati a Siracusa. Nel 397 a. C. tornarono in patria e si unirono a Dionigi II nella lotta per la liberazione e nel 383 ebbero riconosciuta la loro indipendenza. Dal 338 al 317 Gela sentì l'influenza benefica di Timoleonte, tiranno di Siracusa. Sotto il governo di Agatocle (317-289 a.C.) fu nuovamente angosciata e combattuta da lotte interne tra il popolo e gli aristocratici che non sopportavano il governo democratico. Quando nel 311 i Cartaginesi ritornarono nella città trovarono il popolo debilitato e, aiutati dagli aristocratici, la occuparono nuovamente e la distrussero uccidendo un gran numero di cittadini. Gela subì un'ulteriore distruzione da parte di Finzia, tiranno agrigentino, il quale, avendo fondato la città di Finziade (Licata), per paura che questa non potesse svilupparsi a causa della vicinanza con Gela da cui distava soltanto 30 Km. occupò la città di Gela e con ferocia fece abbattere le mura e i palazzi. portando i materiali demoliti nella nuova città. Dopo questa immane distruzione, per diversi secoli, non si parlò più di Gela.
Sotto i Romani di Gela esisteva ancora un piccolo nucleo. Ne parlano infatti Virgilio, Plinio, Cicerone e Strabone. Dopo i Romani in Sicilia e quindi anche a Gela si stabilirono i Bizantini, ma della città non si hanno notizie importanti. In seguito fu occupata dagli Arabi che la chiamarono "Città delle colonne" e il fiume "Fiume delle colonne" per le numerose colonne sparse nel suo territorio.
Nel 1230 Federico Il di Svevia fece ricostruire, a ovest dell'antico abitato. la città che volle chiamare Terranova e la fortificò con un'ampia cerchia muraria. Terranova fu demaniale fino al 1369, quando il re Federico III la donò a Manfredi Chiaramonte, ma già la città si era messa spontaneamente sotto la tutela della potente famiglia. La situazione non piacque ad Artale Alagona che lo cinse d'assedio e, dopo una strenua difesa la città si consegnò alle truppe dell'Alagona. La famiglia Chiaramonte tenne il governo di Terranova fino al 1392 quando l'ultimo discendente, Andrea, fu giustiziato per essersi messo a capo della congiura dei baroni siciliani contro re Martino e i suoi beni furono confiscati. La città fu affidata a Pietro de Planellis fino al 1401 anno in cui re Martino I la concesse a Ludovico de Rayadello al quale succedette la nipote Giovanna sposa di Arnaldo Villademanio. Nel 1432 donna Beatrice, vedova di Gabriele de Faulo acquistò la città di Terranova e la donò alla figlia Costanza che la portò in dote al marito Berengario de Cruillas. Quindi, Beatrice, figlia di Costanza con il marito Giovanni d'Aragona nel 1453 entrarono in possesso della città. Nel 1507 il loro figliolo Carlo acquistò per sé e per i suoi discendenti il "mero e misto impero". A Carlo succedette la figlia Antonia che portò in dote la città allo sposo Giovanni Tagliavia Aragona che nel 1530 chiese e ottenne dal re il titolo di marchese di Terranova. Nel 1561 il figlio Carlo ricevette il titolo di duca. La famiglia Terranova Aragona tenne il possesso della città fino al 1640 fino a quando cioè la figlia di Diego Tagliavia Aragona, Giovanna, la portò in dote al marito Ettore Pignatelli la cui famiglia la tenne fino all'abolizione della feudalità in Sicilia (1812).
Nel 1799 la città di Terranova insorgeva insieme ad altri paesi siciliani al grido di: "Morte ai giacobini". Durante la rivolta popolare vennero uccisi alcuni cittadini, ma i responsabili vennero facilmente identificati e impiccati. Nel 1927 la città riprese il suo glorioso nome: Gela. Durante la seconda grande guerra fu crudelmente bombardata dagli alleati che ne occuparono il porto e la cittadina.
Archeologia
In contrada "Molino a vento" gli scavi hanno portato alla luce uno strato preistorico dell'età del bronzo. ricoperto da templi e santuari dell'età ellenica. Nel "Parco delle rimembranze" si trovano una parte dello stilobate e una colonna di un tempio dorico del V secolo a.C. probabilmente dedicato a divinità ctonie. Più a ovest nel 1906 sono stati scoperti i resti di un tempio del VI secolo a.C. dedicato ad Atena e nel 1951 è stato ritrovato il deposito votivo del tempio con numerose suppellettili in ceramica e statue. Al periodo della ricostruzione voluta da Timoleonte nel 405 a.C. risalgono inoltre le abitazioni, le botteghe e i bagni pubblici ritrovati nel corso di scavi archeologici più recenti. Tutti i reperti si trovano ora custoditi nel museo archeologico costruito nelle vicinanze dell'antica città. Tra il 1950 e il 1956 nella collina di Capo Soprano sono stati riportati alla luce imponenti tratti di fortificazioni greche risalenti alla fine del V secolo a.C. Presentano una doppia tecnica di costruzioni: hanno, cioè, blocchi di calcare squadrati alla base, mentre la parte alta è costituita da mattoni di terra cruda seccata al sole. Al suo interno si notano due scale, una nella parte sud, e l'altra nella parte nord. attraverso le quali si accedeva al cammino di ronda. Nel piazzale interno sono ancora visibili i resti delle abitazioni del presidio.
Arte e Cultura
Nella piazza principale si trova la chiesa madre dedicata alla SS. Vergine Assunta ricostruita tra il 1766 e il 1794 su una preesistente chiesetta della Madonna della Platea, ha la facciata a due ordini di semi colonne doriche e colonne ioniche. L'interno a tre navate custodisce una tavola del Transito della Vergine di Deodato Guidaccia, un quadro di San Francesco Saverio del 1786; agli altari vi sono tele settecentesche purtroppo in cattivo stato di conservazione.
La chiesa del SS. Salvatore e Rosario costruita nel 1796 su una preesistente, al suo interno è custodito un quadro proveniente dalla chiesa di Santa Maria di Betlemme.
Il convento dei cappuccini fu costruito nel 1261 (la data è incisa sulla campana scampata all'incendio del 1577). Fu sede dei conventuali fin dalla sua edificazione, in seguito abbandonato, fu donato ai pp. Cappuccini nel 1574 che lo ricostruirono avendolo ricevuto in pessime condizioni. La torre campanaria è del 1585. La chiesa attigua al convento è dedicata alla Madonna degli Angeli. Al suo interno si trovano una tela del Paladino dedicata alla Madonna, una custodia del Divinissimo. Sotto la chiesa è stata rinvenuta la sepoltura dei frati. Dopo la soppressione degli ordini religiosi il convento è stato adibito a sanatorio.
Tra i personaggi che si sono distinti vogliamo ricordare, come nota il prof. Santi Correnti: il cardinale Antonio Maria Panebianco (1808-1855), francescano che ebbe grande influenza nella Curia pontificia, specie in occasione del Concilio Vaticano I del 1869-70, che condannò il materialismo storico, e definì il dogma dell'infallibilità pontificia; il politico democristiano Salvatore Aldisio (1890-1964), che fu uno dei padri dell'Autonomia regionale siciliana, e fu in vari governi nazionali Ministro della Marina Mercantile, dei Lavori Pubblici e dell'industria e Commercio, legando il suo nome a parecchi importanti provvedimenti legislativi: Salvatore Damaggio Navarra (1851-1928) di famiglia benestante, frequentò la scuola tecnica conseguendo la licenza nel 1869. Dimostratosi abile amministratore, si occupò della cosa pubblica dal 1896 al 1913 ricoprendo la carica di assessore. Scrisse numerose monografie.
Tra le ricorrenze che vedono la partecipazione dell'intera cittadina sono di particolare rilievo la festa patronale in onore di Maria SS. Alemanna l'8 settembre; la tavolata di San Giuseppe e i riti della settimana santa. Nel periodo di luglio-agosto si tengono rappresentazioni di tragedie greche nella zona archeologica di Capo Soprano.
Economia
L'economia di Gela un tempo era esclusivamente basata sull'agricoltura e la pesca. Dal 1956 è stato scoperto un grosso giacimento di petrolio che ha consentito la costruzione dello stabilimento Anic e di oleodotti sottomarini. Vi operano anche la Società Idrocarburi Siciliani e la Società Mineraria Idrocarburi. Il porto è attrezzato per l'attracco di grosse petroliere. Vi operano inoltre un'industria di carpenteria e riparazione navale, diverse fabbriche di laterizi e manufatti in cemento e diverse altre piccole aziende di confezioni. di conservazione dei prodotti agricoli.
L'agricoltura occupa ancora un posto notevole nell'economia gelese infatti nella piana di Gela si producono cotone, ortofrutticoli, agrumi, olive e cerali. È presente anche l'allevamento di equini e ovini.
Amministrazione comunale
Categoria:Comuni della provincia di Caltanissetta
Categoria:Comuni della Sicilia
Categoria:Comuni italiani
Catania
Catania è un comune di 313.110 abitanti della provincia di Catania. È il secondo della Sicilia per densità abitativa ed è situato sulla costa orientale dell'isola, a metà strada tra le città di Messina e Siracusa), ai piedi del vulcano Etna.
Storia
Catania fu fondata nell'VIII secolo AC da coloni greci provenienti da Calcide, nell'Eubea, e guidati da Evarco; è stata ampiamente distrutta nel 1169 e nel 1693 dai terremoti e dalle colate laviche che hanno raggiunto il mare.
La città è stata sepolta dalla lava per un totale di sette volte nella storia, e sotto l'odierna città, a strati, si trovano la città Greca, quella Romana, quella Bizantina e quella Arabo-Normanna. I monumenti antichi come il teatro e l'anfiteatro sono oggi quasi interamente nel sottosuolo. Esistono numerosi tunnel sotterranei, mai interamente mappati (scendervi è pericoloso per la possibilità d'andare incontro a delle esalazioni di gas velenoso o a frane).
La prima università siciliana venne fondata a Catania nel 1434.
Cultura
Catania, inoltre, è la città a più alta densità teatrale della Sicilia. Molteplici le compagnie teatrali che vi operano, sia professionali che amatoriali. Il più importante teatro della città è il [http://www.teatromassimobellini.it/ Teatro Massimo Bellini], costruito dall'architetto Carlo Sada alla fine del secolo XIX ed inaugurato nel 1890. Oggi è teatro lirico di tradizione, vanta un'orchestra sinfonica ed un coro stabile ed è sede di stagione operistica e concertistica.
Sicilia
Catania insieme ad altri otto Comuni dalla "Val di Noto" Caltagirone, Militello in Val di Catania, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa, Scicli è stata inserita dall'UNESCO nella "World Heritage List".
Scicli
Patrona della città è Sant'Agata.
Nell'ultimo decennio Catania ha conosciuto una esplosione della sua vita notturna. Ancora nel 1992 le sue strade erano quasi deserte alle 8 di sera, tranne quelle principali, e gran parte del centro storico era abbandonato e anche pericoloso. In seguito, grazie alla nuova politica dell'amministrazione del sindaco Enzo Bianco, che facilitò la concessione di licenze per l'apertura di ristoranti, caffè, pub, le strade del centro storico si sono popolate con migliaia di giovani, sino alle 3/ 4 del mattino.
Sport
La squadra femminile di pallanuoto di Catania, L'Orizzonte Geymonat Catania, ha un palmares impressionante: 14 scudetti e 6 Coppe Campioni
Catania è stata più volte arrivo di tappa del Giro d'Italia:
- 1989 (21 maggio): 1^ tappa, vinta dall'olandese Jean-Paul Van Poppel
- 1999 (16 maggio): 2^ tappa, vinta da Mario Cipollini
- 2003 (14 maggio): 5^ tappa, vinta da Alessandro Petacchi.
Le società sportive catanesi, oltre che nella pallanuoto femminile, hanno vinto in passato campionati italiani nella pallavolo maschile (Paoletti), pallavolo femminile (Torre Tabita), calcio femminile (Jolly Componibili), e Hockey su prato (Cus Catania). Inoltre vantano tradizioni "storiche", oltre ad ottimi piazzamenti nelle massime serie, nel rugby (Amatori Catania), pallanuoto maschile (Nuoto Catania) e football americano (Catania Elephants).
Trasporti e mobilità
football americano
Catania è servita dall'Aeroporto internazionale Fontanarossa. Ha un porto commerciale, stazioni ferroviarie statali (linee Messina-Siracusa, Catania-Gela, Catania-Palermo) e la Circumetnea, linea a scartamento ridotto che gira per 110km attorno all'Etna raggiungendo i 976 m.s.l.m. per poi tornare giù, incontrando la costa di nuovo a Giarre-Risposto al nord. Dal 1999 è attivo un primo troncone della metropolitana, fra le stazioni del Borgo e Porto, lungo circa 3,8 Km.
Amministrazione comunale
- [http://maps.google.com/maps?q=catania,+italy&spn=0.160795,0.234180&t=k&hl=en Catania vista dal satellite (Google Maps)]
- [http://www.teatromassimobellini.it/ Teatro Massimo Bellini]
Voci correlate
- Etna (vulcano)
Categoria:Comuni della provincia di Catania
Categoria:Comuni della Sicilia
Categoria:Comuni italiani
ja:カターニア
Gela
Gela è un comune di 72.444 abitanti della provincia di Caltanissetta sulla costa meridionale della Sicilia.
Geografia
Città agricola e industriale, sorge sulla costa del Canale di Sicilia a destra della foce del fiume Gela su un dolce rilievo allungato parallelo alla costa stessa.
Storia
Fu fondata nel 689 a. C. (44 anni dopo Siracusa) da una colonia formata da Rodiesi, comandati da Antifemo, e da Cretesi guidati da Entimo. Questi, attirati dalla bellezza del luogo, vi si accamparono e fondarono la città, allora abitata da nuclei di indigeni, i Siculi, e la chiamarono Gela dal nome del fiume che vi scorreva. Antifemo ed Entimo incontrarono l'ostilità degli abitanti del luogo, ma in breve tempo riuscirono a sopraffarli e a cacciarli sulle montagne. La città di Gela cominciò a svilupparsi tanto che, dopo appena un secolo, una colonia di geloi comandati da Pistilo e Aristomo si spostò sul fiume Akragas e fondò nel 580 a. C. la città di Agrigento. Divenuta potente, Gela iniziò una politica espansionistica, ma nel VI sec. a.C. avvenne, per motivi economici, la secessione della plebe che, abbandonata la città, si recò nella vicina Maktorion. Il gran sacerdote del culto di Diana riuscì a sedare il contrasto e a far rientrare i fuggiaschi a Gela. Dai primi due secoli di vita dalla sua fondazione nulla si sa di preciso dell'ordinamento politico e amministrativo della città. Il primo tiranno di Gela di cui si ha notizia fu Cleandro che regnò dal 505 al 498 a.C. Dopo la sua morte, avvenuta per mano di Sabello, cittadino gelese, il potere passò al fratello Ippocrate, il quale continuò la politica espansionistica sottomettendo le città di Callipoli, Leontini, Nasso, Ergezio e Zancle (Messina). In tal modo Ippocrate realizzò il suo progetto di fondare uno stato forte di cui Gela divenne la metropoli. Soltanto Siracusa era scampata al pericolo della dominazione geloa grazie all'aiuto dei Corinzi e dei Corciresi, ma la sua conquista era di vitale importanza per Ippocrate che avrebbe avuto la possibilità di controllare i territori conquistati e, per la sua presenza a Siracusa di un florido porto, si sarebbe assicurato le comunicazioni con l'oriente dove intratteneva scambi commerciali, mentre il porto di Messina, allora Zancle gli assicurava il controllo sul movimento delle navi. L'occasione per muovere guerra ai siracusani si presentò quando Camarina, colonia di Siracusa, si ribellò alla madrepatria nel 552 a. C., ma l'esercito camarinese fu sconfitto e fatto prigioniero. Ippocrate allora prese lo spunto dal fatto che dell'esercito sconfitto facevano parte dei geloi, mosse guerra a Siracusa e, dopo avere sconfitto i siracusani presso il fiume Eloro, cinse d'assedio la città che sarebbe capitolata se non fossero intervenuti Corinto e Corcira a fare da pacieri. Ippocrate accettò le condizioni proposte e, in cambio di Camarina, rilasciò i prigionieri e abbandonò Siracusa. Mentre Ippocrate era impegnato nella guerra contro Siracusa, i Siculi, che non avevano sopportato l'usurpazione delle loro terre da parte dorica, minacciarono di rompere il patto d'alleanza con Gela, costringendo il tiranno ad attaccarli nella loro roccaforte di Ibla dove perse la vita. Alla morte di Ippocrate (491) prese il potere Gelone che continuò la politica espansionistica del predecessore. Nel 484 a. C. conquistò Siracusa, dove si trasferì, lasciando Gela nelle mani del fratello Gerone. Intanto Terone, tiranno di Agrigento, che mirava ad ingrandire il suo stato, conquistò Himera nel 480 a. C. Terillo, signore di Himera, chiamò in suo aiuto i Cartaginesi, che, guidati da Amilcare, accorsero con un forte esercito e assediarono la città. Nel frattempo, Terone, avvertito il pericolo di una sconfitta, chiese aiuto alle città di Gela e di Siracusa. Gelone, allora, riunito un esercito di cinquemila uomini, insieme ai fratelli Gerone, Polizelo e Trasibulo, partì alla volta di Himera. Con una geniale mossa strategica, fece penetrare un drappello di suoi uomini nell'accampamento cartaginese, che incendiarono le navi nemiche e fecero entrare il grosso dell'esercito siceliota. Durante la cruenta battaglia che ne seguì perse la vita il condottiero cartaginese Amilcare. In breve tempo l'esercito cartaginese, rimasto senza guida, fu sconfitto. Le condizioni di pace offerte dal vincitore Gelone furono piuttosto miti. Egli impose il pagamento delle spese di guerra e l'abolizione dei sacrifici umani nei loro riti religiosi. Alla morte di Gelone, avvenuta nel 478 a.C., il fratello Gerone abbandonò, a sua volta, il governo di Gela per prendere possesso di Siracusa e lasciò la città geloa a Polizelo. Durante questo periodo della sua storia non si hanno più notizie certe; si pensa tuttavia che Gela si sia liberata della tirannide di Polizelo e si sia data un governo democratico. Intanto i siracusani cacciarono Trasibulo che, dopo la morte di Gerone, tiranneggiava la città, e molti geloi tornarono nella madre patria che riacquistò la floridezza di un tempo. Nel 424 si affacciarono sulla scena gli Ateniesi che intendevano conquistare la Sicilia, e pertanto Gela si mise alla testa delle città sicule e ricacciò gli Ateniesi. Ma il pericolo non era scongiurato in quanto l'isola era tormentata da lotte cittadine per il sopravvento per cui si rese necessario riunire a Gela i rappresentanti delle città sicule e fare un trattato di pace con lo scopo di unificare i popoli della Sicilia contro il pericolo straniero e in questa occasione il siracusano Ermocrate pronunciò la sua mirabile orazione concludendo col grido: "Noi non siamo né Joni né Dari, noi siamo Siciliani! La Sicilia deve essere dei Sicelioti, stretti in un unico patto d'alleanza". Nel 406 a.C. i Cartaginesi conquistarono Agrigento e la rasero al suolo e Gela, non volendo fare la stessa fine, chiese aiuto a Dionigi tiranno di Siracusa che, per ragioni non conosciute, non arrivò in tempo a dare man forte al popolo di Gela. Pertanto, dopo alterne vicende che videro atti di eroismo anche di donne e bambini. la città fu presa e rasa al suolo dopo essere stata depredata di tutti i tesori (405 a.C.). I cittadini superstiti intanto si erano rifugiati a Siracusa. Nel 397 a. C. tornarono in patria e si unirono a Dionigi II nella lotta per la liberazione e nel 383 ebbero riconosciuta la loro indipendenza. Dal 338 al 317 Gela sentì l'influenza benefica di Timoleonte, tiranno di Siracusa. Sotto il governo di Agatocle (317-289 a.C.) fu nuovamente angosciata e combattuta da lotte interne tra il popolo e gli aristocratici che non sopportavano il governo democratico. Quando nel 311 i Cartaginesi ritornarono nella città trovarono il popolo debilitato e, aiutati dagli aristocratici, la occuparono nuovamente e la distrussero uccidendo un gran numero di cittadini. Gela subì un'ulteriore distruzione da parte di Finzia, tiranno agrigentino, il quale, avendo fondato la città di Finziade (Licata), per paura che questa non potesse svilupparsi a causa della vicinanza con Gela da cui distava soltanto 30 Km. occupò la città di Gela e con ferocia fece abbattere le mura e i palazzi. portando i materiali demoliti nella nuova città. Dopo questa immane distruzione, per diversi secoli, non si parlò più di Gela.
Sotto i Romani di Gela esisteva ancora un piccolo nucleo. Ne parlano infatti Virgilio, Plinio, Cicerone e Strabone. Dopo i Romani in Sicilia e quindi anche a Gela si stabilirono i Bizantini, ma della città non si hanno notizie importanti. In seguito fu occupata dagli Arabi che la chiamarono "Città delle colonne" e il fiume "Fiume delle colonne" per le numerose colonne sparse nel suo territorio.
Nel 1230 Federico Il di Svevia fece ricostruire, a ovest dell'antico abitato. la città che volle chiamare Terranova e la fortificò con un'ampia cerchia muraria. Terranova fu demaniale fino al 1369, quando il re Federico III la donò a Manfredi Chiaramonte, ma già la città si era messa spontaneamente sotto la tutela della potente famiglia. La situazione non piacque ad Artale Alagona che lo cinse d'assedio e, dopo una strenua difesa la città si consegnò alle truppe dell'Alagona. La famiglia Chiaramonte tenne il governo di Terranova fino al 1392 quando l'ultimo discendente, Andrea, fu giustiziato per essersi messo a capo della congiura dei baroni siciliani contro re Martino e i suoi beni furono confiscati. La città fu affidata a Pietro de Planellis fino al 1401 anno in cui re Martino I la concesse a Ludovico de Rayadello al quale succedette la nipote Giovanna sposa di Arnaldo Villademanio. Nel 1432 donna Beatrice, vedova di Gabriele de Faulo acquistò la città di Terranova e la donò alla figlia Costanza che la portò in dote al marito Berengario de Cruillas. Quindi, Beatrice, figlia di Costanza con il marito Giovanni d'Aragona nel 1453 entrarono in possesso della città. Nel 1507 il loro figliolo Carlo acquistò per sé e per i suoi discendenti il "mero e misto impero". A Carlo succedette la figlia Antonia che portò in dote la città allo sposo Giovanni Tagliavia Aragona che nel 1530 chiese e ottenne dal re il titolo di marchese di Terranova. Nel 1561 il figlio Carlo ricevette il titolo di duca. La famiglia Terranova Aragona tenne il possesso della città fino al 1640 fino a quando cioè la figlia di Diego Tagliavia Aragona, Giovanna, la portò in dote al marito Ettore Pignatelli la cui famiglia la tenne fino all'abolizione della feudalità in Sicilia (1812).
Nel 1799 la città di Terranova insorgeva insieme ad altri paesi siciliani al grido di: "Morte ai giacobini". Durante la rivolta popolare vennero uccisi alcuni cittadini, ma i responsabili vennero facilmente identificati e impiccati. Nel 1927 la città riprese il suo glorioso nome: Gela. Durante la seconda grande guerra fu crudelmente bombardata dagli alleati che ne occuparono il porto e la cittadina.
Archeologia
In contrada "Molino a vento" gli scavi hanno portato alla luce uno strato preistorico dell'età del bronzo. ricoperto da templi e santuari dell'età ellenica. Nel "Parco delle rimembranze" si trovano una parte dello stilobate e una colonna di un tempio dorico del V secolo a.C. probabilmente dedicato a divinità ctonie. Più a ovest nel 1906 sono stati scoperti i resti di un tempio del VI secolo a.C. dedicato ad Atena e nel 1951 è stato ritrovato il deposito votivo del tempio con numerose suppellettili in ceramica e statue. Al periodo della ricostruzione voluta da Timoleonte nel 405 a.C. risalgono inoltre le abitazioni, le botteghe e i bagni pubblici ritrovati nel corso di scavi archeologici più recenti. Tutti i reperti si trovano ora custoditi nel museo archeologico costruito nelle vicinanze dell'antica città. Tra il 1950 e il 1956 nella collina di Capo Soprano sono stati riportati alla luce imponenti tratti di fortificazioni greche risalenti alla fine del V secolo a.C. Presentano una doppia tecnica di costruzioni: hanno, cioè, blocchi di calcare squadrati alla base, mentre la parte alta è costituita da mattoni di terra cruda seccata al sole. Al suo interno si notano due scale, una nella parte sud, e l'altra nella parte nord. attraverso le quali si accedeva al cammino di ronda. Nel piazzale interno sono ancora visibili i resti delle abitazioni del presidio.
Arte e Cultura
Nella piazza principale si trova la chiesa madre dedicata alla SS. Vergine Assunta ricostruita tra il 1766 e il 1794 su una preesistente chiesetta della Madonna della Platea, ha la facciata a due ordini di semi colonne doriche e colonne ioniche. L'interno a tre navate custodisce una tavola del Transito della Vergine di Deodato Guidaccia, un quadro di San Francesco Saverio del 1786; agli altari vi sono tele settecentesche purtroppo in cattivo stato di conservazione.
La chiesa del SS. Salvatore e Rosario costruita nel 1796 su una preesistente, al suo interno è custodito un quadro proveniente dalla chiesa di Santa Maria di Betlemme.
Il convento dei cappuccini fu costruito nel 1261 (la data è incisa sulla campana scampata all'incendio del 1577). Fu sede dei conventuali fin dalla sua edificazione, in seguito abbandonato, fu donato ai pp. Cappuccini nel 1574 che lo ricostruirono avendolo ricevuto in pessime condizioni. La torre campanaria è del 1585. La chiesa attigua al convento è dedicata alla Madonna degli Angeli. Al suo interno si trovano una tela del Paladino dedicata alla Madonna, una custodia del Divinissimo. Sotto la chiesa è stata rinvenuta la sepoltura dei frati. Dopo la soppressione degli ordini religiosi il convento è stato adibito a sanatorio.
Tra i personaggi che si sono distinti vogliamo ricordare, come nota il prof. Santi Correnti: il cardinale Antonio Maria Panebianco (1808-1855), francescano che ebbe grande influenza nella Curia pontificia, specie in occasione del Concilio Vaticano I del 1869-70, che condannò il materialismo storico, e definì il dogma dell'infallibilità pontificia; il politico democristiano Salvatore Aldisio (1890-1964), che fu un | | |