:: wikimiki.org ::
| Cerbero |
Cerbero
Cerbero è una figura della mitologia greca, era il cane a tre teste dell'Ade, uno dei mostri che erano a guardia dell'ingresso del mondo degli inferi. Le sue tre testa stavano ad indicare la distruzione del passato, del presente e del futuro.
Mitologia
Era figlio di Tifone e di Echidna, metà donna e metà serpente.
Re Euristeo impose ad Eracle la sua cattura, facendone la sua undicesima fatica. Secondo altri, la dodicesima, considerando, questi, come undicesima, il furto dei pomi d'oro delle Esperidi.
Suoi compiti di guardiano erano:
- divorare coloro che tentassero di fuggire dall'Ade
- accogliere i nuovi arrivati
- impedire l'accesso ai viventi
Fallì in questo suo compito con Orfeo che, volendo recarsi nell'Ade per riprendere e riportare in vita l'amata Euridice, lo incantò con il suono della sua lira e con la Sibilla Cumana che, per aiutare Enea ad entrare, lo distrasse con una focaccia di farro ("offa") inzuppata in vino drogato.
Esiodo lo descrive come un mostro con cinquanta teste ed una voce terribile, ma, correntemente, gli sono attribuite tre teste. Aveva, inoltre, coda di serpente e numerose teste, ugualmente di serpente, spuntavano dal suo dorso. Talmente terrorifico era l'aspetto di Cerbero da mutare in pietra chiunque lo guardasse.
Araldica
In araldica, il cerbero (nome comune) è una figura immaginaria del tutto corrispondente alla sua raffigurazione mitologica: un cane tricefalo dalle gole spalancate, la coda di drago e con teste di serpente sul dorso. Talune raffigurazioni utilizzano i serpenti come chioma.
In taluni stemmi il cerbero, guardia feroce della città infernale, allude al cognome Medico, che vigila a che nessuno entri nella città dei malati. L'eventuale collare simboleggia la sottomissione del medico alla sua missione.
Cerbero nell'arte
Letteratura
La figura mitologica di Cerbero è presente nella Divina Commedia di Dante Alighieri, da lui posto a vigilare nel terzo girone dell'Inferno, quello dei golosi. Nella commedia dantesca, però, non è raffigurato proprio come un cane, bensì come un demonio, in cui sono evidenziati anche caratteri umani, quali la barba, il ventre e le mani.
Categoria:Animali della mitologia greca
Categoria:Araldica
Categoria:Creature leggendarie
ja:ケルベロス
th:เซอร์เบอรัส
Cane
Il cane è un mammifero carnivoro (che con la addomesticazione è educato come onnivoro), considerato il migliore amico dell'uomo.
Il cane è un animale dotato di una notevole adattabilità e versatilità, che contribuiscono alla sua facile convivenza con l'uomo e che lo rendono un buon compagno e un aiuto prezioso in molte situazioni sul lavoro oltre che un amico fedele sempre pronto ad accorrere in aiuto del suo padrone.
Le famiglie italiane con un cane sono 6,8 milioni.
Evolutivamente, non è sicuro se il cane discenda dal lupo o dallo sciacallo, peraltro simili: comunque sia, la specie canina e quella umana sono un perfetto esempio di coevoluzione e si sono adattate l'una all'altra in un arco di centinaia di migliaia di anni.
Nel tempo, l'uomo ha selezionato molte diverse razze e varietà di cani, per avere un aiuto nelle sue molte attività: esistono quindi oggi razze di cani da pastore, da caccia, da guardia, da compagnia, da corsa e altre ancora.
Le malattie più frequenti nel cane
- occhio:
- congiuntivite;
- cheratite (infiammazione della cornea);
- entropion (ripiegamento di una palpebra verso l'occhio);
entropion
- orecchio:
- otite;
- cutanee:
- rogna;
- seborrea;
- malattie parassitarie:
- Leishmaniosi;
- Filariosi
- virali:
- Cimurro;.
È consigliabile sottoporre ad un controllo veterinario il proprio cane almeno ogni sei mesi.
Addestramento
Cimurro
Il cane è, essenzialmente, un animale sociale che vive in un branco gerarchicamente organizzato: quindi, affinché sia possibile farsi obbedire e poterlo educare bisogna stabilire chiaramente chi comanda e farsi riconoscere come suo superiore nel branco misto di cani e umani in cui si trova a vivere.
Razze
- Gruppo 1: Cani da Pastore e Bovari
- Gruppo 2: Cani tipo Pinscher e Schnauzer - Molossoidi e Bovari svizzeri
- 2.1 Dogo Argentino
- Boxer
- Gruppo 3: Terrier Terrier
- 3.1: American stafforshire terrier
- Gruppo 4: Bassotti
- Gruppo 5: Cani di tipo Spitz e di tipo Primitivo
- Gruppo 6: Segugi e Cani per Pista di Sangue
- Gruppo 7: Cani da Ferma
- Gruppo 8: Cani da Riporto - da Cerca - da Acqua
- Gruppo 9: Cani da Compagnia
- Gruppo 10: Levrieri e razza affini
Voci correlate
Levrieri]
- Dobermann
- Samoiedo
- Siberian Husky
- Sport cinofili
- Dalmata
- Basset-Hound
- Rhodesian Ridgeback
- Schnauzer
Collegamenti esterni
- [http://www.enci.it/libroorigini/razze.php Elenco delle razze tratto dal sito ENCI]
- [http://www.fci.be Sito delle Federazione Cinologica Internazionale]
- [http://www.tipresentoilcane.com Ti presento il cane, rivista online che tratta argomenti di cultura cinofila]
- [http://utenti.lycos.it/comportamentocane/ Gruppo Cinofilo Multi Professionale. Scuola di Formazione Professionale. Dott.ssa Eleonora Mentaschi]
Categoria:Canidi
ja:イヌ
ko:개
simple:Dog
th:สุนัข
Ade
Ade è una figura della mitologia greca, il suo nome significa "infinito", ma il suo nome indica anche il mondo dei morti, su cui egli governava.
Figlio di Crono e di Rea, fratello di Zeus e Poseidone.
Era il signore del mondo sotterraneo, toccatogli in sorte dopo che i tre fratelli si divisero l'impero del padre, da loro sconfitto. Ade, e la sua sposa Persefone, erano sovrani nel loro regno, ma sull'Olimpo avevano lo stesso rango degli altri dei.
Il suo nome, non è altro che un aggettivo, poiché il terzo figlio di Crono, non aveva un nome vero e proprio. Come Plutone, rappresentava le ricchezza del suolo fertile, in quanto il suo regno si trovava nelle profondità della terra. In quanto Ade, era il dio al quale tutti, prima o poi dovevano presentarsi. Ma i vivi temevano di dare un nome a chi sarebbe diventato loro padrone dopo la morte.
Ade manifestava una giustizia implacabile, ma non era l'incarnazione del diavolo, perché per i greci, gli uomini commettevano le loro cattive o buone azione di propria iniziativa, senza essere spinti da un essere superiore o inferiore; essi non temevano neppure che egli li punisse.
Secondo loro, ogni uomo tanto stupido, tanto arrogante da offendere gli dei, sarebbe stato punito direttamente da questi, e il signore degli inferi non agiva in modo diverso dagli altri dei dell'Olimpo.
Nelle tradizioni antiche il suo regno si trovava ad occidente (Odissea, libro X); questa credenza era diffusa nell'antichità, in quanto è ad ovest che il sole tramonta. Solo in un secondo tempo Ade prese posto nel mondo sotterraneo.
Tutti di defunti, ricevuta adeguata sepoltura, arrivano alla sponda di uno dei due fiumi degli inferi, lo Stige o l' Acheronte, ed era Caronte a trasportarli sulla sponda opposta. La maggior parte dei morti finivano nella Pianura degli Asfodeli, dove conducevano un'esistenza imprecisa, pallido riflesso della loro vite terrena. I fortunati che avevano ottenuto i favori degli dei, avevano accesso ai Campi Elisi o alle isole dei Beati.
Coloro che avevano offeso gli dei (di cui pochissimi vengono indicati per nome), finivano nel Tartaro, dove il loro castigo era già prescritto.
Nel mondo sotterraneo sedevano tre giudici, tre uomini estremamente giusti da vivi, che assegnavano un posto ad ogni nuovo venuto: Minosse, Radamante ed Eaco. Il ruolo di quest'ultimo è più vago, in quanto appare soltanto nelle versioni di epoca più tarda.
Categoria:Divinità greche dell'Olimpo
Categoria:Divinità greche degli inferi
Categoria:Luoghi della mitologia greca
ja:ハデス
Tifone (mitologia)Tifone (o Tifeo) è una figura della mitologia greca, era il figlio più piccolo di Tartaro e di Gea.
Era un mostro, che la madre destinò sin dalla nascita a lottare contro Zeus e gli altri dei dell'Olimpo, colpevoli di aver sconfitto i suoi figli, i Titani.
Esiodo lo descrive come un mostro con centinaia di teste di drago e voce tonante. Ma ciò non gli impedì di essere sconfitto da Zeus e di essere gettato nel Tartaro.
Sposò Echidna da cui ebbe come figli Cerbero, Otro e Idra.
Una versione, di origine orientale, racconta di quanto la vittoria di Zeus non fu facile. Tifone fuggì verso oriente e , giunto alla frontiera della Siria, si fermò, pronto a battersi. Strappò la spada (o il falcetto) dalle mani di Zeus e gli tagliò i tendini di mani e piedi. Quindi gettò il re degli dei in una grotta della Cilicia.
Ermes e Pan si misero alla ricerca dei tendini di Zeus, lo ritrovarono e permisero a Zeus di ritornare sull'Olimpo. La lotta riprese, Tifone salì sul monte Nisa, dove lo attendevano le Moire, che lo rifocillarono con dei frutti succulenti. Ma il cibo era destinato ai mortali, così, invece di ridargli forza, lo indebolirono. Zeus lo ferì con tale violenza sul monte che il sangue colò a fiotti sulle sue pendici ed il monte prese da quel giorno il nome di Emo, che in greco significa sangue.
Tifone fuggì in Sicilia, dove Zeus gli diede il colpo di grazia. Quindi lo seppellì sotto l'Etna, dove ancora oggi freme e sputa fuori il fiato di un gigante moribondo.
Nell'Iliade, egli era invece confinato presso Arimi, in Cilicia.
Tifone impersona allegoricamente le forze vulcaniche.
Fu considerato il padre dei venti impetuosi (tifoni) e fu in seguito identificato, o almeno assimilato alla divinità egizia Seth.
Nell'arte greca, Tifone viene raffigurato come un gigante alato, le cui gambe terminano in due serpenti.
Categoria:Divinità greche
Categoria:Creature leggendarie
ja:テュポン
EuristeoEuristeo è una figura della mitologia greca, era figlio di Stenelo.
Fu il re di Tirinto e di Micene. Divenne re di questi regni, in quanto Zeus stabilì che sarebbero toccati al primo nato della stirpe di Perseo. L'intento di Zeus era quello di offrire il regno a Eracle, ma Era favori e anticipò la sua nascita, permettendogli di regnare sulle due città.
Sempre a causa di Era, Eracle fu sottomesso a Euristeo e per lui compie le famose dodici fatiche.
Euristeo perseguitò i discendenti di Eracle (gli Eraclidi). Temendo la loro vendetta, inseguì i figli di Eracle fino ad Atene. Qui fu respinto e costretto alla fuga. Illo lo inseguì e lo uccise. Gli taglio la testa e la consegno a sua nonna Alcmena, che gli strappo gli occhi, compiendo l'oltraggio rituale al cadavere del nemico.
Categoria:Re di Micene
Categoria:Re di Tirinto
EracleEracle (Ercole per i romani) è una figura della mitologia greca, era un eroe greco dotato di forza straordinaria, figlio di Alcmena (sposa di Anfitrione) e di Zeus.
Le sue avventure rispecchiano quelle di un eroe dei tempi antichi. La sua nascita è contesa tra Argo e Tebe.
Il mito più noto legato alla sua nascita riguarda Tebe, ma sembra quasi certo che la sua città natale fosse stata Argo.
Non esiste una leggenda ininterrotta che lo racconti dall'inizio alla fine, ma sono giunte a noi una serie di racconti che si incastrano tra loro quasi come un mosaico, senza per questo togliere fascino alla sua figura.
Nascita
Mentre Anfitrione stava combattendo, Zeus si presentò ad Alcmena sotto le sembianze del marito e si congiunse con lei nel corso di una notte che durò lo spazio di tre giorni, dalla loro unione, fu generato Eracle.
Zeus ripartì e Anfitrione ritornò dalla guerra da vincitore, generò anch'egli un figlio. Alcmena mise al mondo due gemelli: Eracle e Ificlo.
Come per tutti i figli illegittimi di Zeus, Eracle attirò l'odio di Era, un odio tanto forte da mettere a repentaglio la sua vita. Zeus lo fece portare sull'Olimpo da Ermes. Fece quindi addormentare Era, mettendogli il bambino al seno.
Quando Era si svegliò, respinse il bambino con ira, tanto che il suo latte si sparse nel cielo, formando la Via Lattea. Ma ormai era tardi: il latte di una dea che Eracle aveva bevuto lo resero immortale. Zeus poté così riportare il bambino ad Alcmena.
La prova
Via Lattea]
Dopo qualche mese, Era manifestò nuovamente il suo odio, mettendo due serpenti nella camera in cui dormivano i due gemelli. I rettili si erano avvolti attorno ai due bambini, Ificlo, piangendo, diede l'allarme ai due genitori, che arrivarono nel momento in cui Eracle li stava strangolando, uno per mano.
Una seconda versione indica come i due serpenti, inoffensivi, fossero stati messi nella culla da Anfitrione, per sapere quale dei due gemelli fosse figlio di Zeus. Anfitrione, insospettito dal racconto della moglie che diceva di averlo visto il giorno prima del suo ritorno, aveva consultato Tiresia, che gli raccontò tutti gli avvenimenti.
Eracle fu allevato con la massima cura, Anfitrione gli mise a disposizione i migliori maestri. Ma Eracle era ancora piccolo e non si rendeva conto della propria forza, tanto che un giorno uccise Lino che gli insegnava l'arte della musica, colpendolo con la sua lira.
Per creare un diversivo a questa sua immensa forza, venne mandato in una fattoria, dove rimase fino a diciotto anni. Divenne sempre più forte e grande, raggiungendo, secondo alcuni autori, la statura di 4 cubiti e 1 piede (2,33 m). Ma altri autori lo descrivono come un uomo di altezza normale ed è così che viene raffigurato dagli artisti greci.
Prima impresa di Eracle
La prima impresa di Eracle fu l'uccisione del leone del monte Citerone, che massacrava le greggi di Anfitrione. Dopo averlo ucciso, lo scuoiò e se ne mise addosso la pelle, usando la testa come elmo.
Durante la sua fanciullezza, Tebe venne sconfitta dall'esercito di Orcomeno. Al suo ritorno, Eracle vide la sua città disarmata e costretta a pagare un tributo. Eracle prese in mano la situazione, si impadronì dei trofei che ornavano i templi armando tutti gli uomini in grado di combattere. Atena rimase ammirata nel vedere la sua risoluzione, gli sarà un'alleata preziosa.
Le ostilità ripresero e l'esercito tebano si prese la rivincita su Orcomeno. Eracle arginò le acque del fiume Cefiso, facendole straripare ed allagando i campi coltivati dei nemici. Ma dopo la vittoria, decise di abbattere la diga, sebbene Anfitrione fosse stato ucciso in battaglia.
Matrimonio con Megara
Creonte, re di Tebe, colmò Eracle di onori elevandolo al rango di protettore delle città. Gli diede anche la figlia in sposa, Megara, mentre la sorella minore andò in sposa a Ificlo. I due fratelli ebbero numerosi figli (quelli di Eracle furono 8).
La pazzia e l'uccisione dei figli
Era, non ancora soddisfatta, prese di mira Eracle, facendolo impazzire. Eracle si gettò addosso a Iolao, il maggiore dei suoi nipoti e l'avrebbe ucciso se non fosse riuscito a sfuggirgli.
Eracle afferro quindi l'arco per uccidere dei nemici immaginari e, prima che potesse recuperare le sue facoltà mentali, aveva ormai ucciso due dei suoi figli e due figli di Iolao.
Quando Eracle vide le conseguenze della sua follia, decise di estraniarsi dal mondo, chiudendosi in un rifugio sotterraneo e rifiutando di vedere chiunque, piangendo la morte dei poveri bambini.
Solo il re di Tespia riuscì a fargli visita, compiendo su di lui i riti di purificazione. Eracle poté così andare presso l'oracolo di Delfi, per chiedere come potesse espiare le sue colpe.
Le dodici fatiche presso Euristeo
L'oracolo gli ingiunse di servire il re di Argo Euristeo: fu per lui che compì le famose dodici fatiche, a cui ne seguirono molte altre.
Finito il suo servizio presso Euristeo, ritornò a Tebe, si separò dalla moglie Megara (che andò in seconde nozze a Iolao) e cercò per sé una nuova sposa.
Eurito e la figlia Iole
Eracle venne a sapere che Eurito, figlio del re di Ecalia, voleva maritare la propria figlia, Iole. Eurito era un bravissimo arciere e promise la figlia a chiunque avesse dimostrato di saper usare l'arco meglio di lui.
Eracle lo sconfisse, ma Eurito lo accusò di aver usato frecce magiche, trattandolo come uno schiavo. Eracle abbandonò la città senza replicare, nonostante il suo desiderio di vendicarsi.
Intanto Eurito scoprì che dalle scuderie mancavano dodici giumente ed accusò Eracle di averle rubate, in cambio della mancata promessa di matrimonio. Affidò quindi al figlio Ifito di recuperare gli animali.
Ifito non credeva alla colpevolezza di Eracle e si mise alla ricerca degli animali perduti. Le giumente erano state rubate da Autolico, il principe dei ladri, che le aveva rivendute ad Eracle, senza che l'eroe ne potesse sospettare la provenienza.
Durante le sue ricerche, Ifito arrivò a Tirinto, la dimora di Eracle, al quale raccontò i fatti accaduti. Eracle promise di aiutarlo e lo ospitò nella sua casa.
Ifito vide le giumente del padre e tradì i suoi sospetti, in un eccesso d'ira, Eracle gettò giù dal tetto della propria casa Ifito, uccidendolo.
La profanazione del santuario
Il delitto era imperdonabile, in quanto commesso nella propria casa ai danni di un ospite.
Eracle doveva sottoporsi nuovamente al rito della purificazione, ma i suoi amici rifiutarono di compierli, l'unico a venirgli in aiuto fu Deifobo di Amicle, ma Eracle era così ossessionato dal delitto commesso, che decise di recarsi a Delfi per l'assoluzione. Ma non vi trovò conforto.
La pitonessa rifiutò di interrogare l'oracolo, dichiarando che non avrebbe mai risposto ad un essere come lui.
Eracle divenne furente, creando confusione nel santuario e impadronendosi del tripode sacro, gridando che si sarebbe fatto da solo il suo oracolo. Pizia invocò Apollo, il dio arrivò a Delfi ed affrontò Eracle, che gli si gettò incontro.
I due si batterono con grande furia, tanto da obbligare l'intervento di Zeus per separare i suoi due figli. Lascio alla Pizia il compito di scegliere la pena per la morte di Ifito e per la profanazione del santuario.
La schiavitù presso Onfale
Eracle fu nuovamente reso schiavo e fu acquistato per un anno da Onfale, regina di Lidia, ed il denaro andò ai figli di Ifito.
Numerose furono le imprese di Eracle per la sua padrona, ma questa volta la sua schiavitù non fu penosa. Onfale si innamorò di lui e, secondo alcune versioni, lo sposò ed ebbero tre figli.
Il mostro di Poseidone e la guerra contro Laomedonte
Eracle ritornò a Tirinto, pronto per nuovo avventure. Laomedonte era incorso nell'ira di Poseidone, che gli aveva mandato un mostro che devastava i campi e maltrattava la popolazione. Il re di Troia consultò l'oracolo di Zeus, che gli suggerì di sacrificare sua figlia Esione, questo era l'unico modo per liberare la città dal mostro.
Mentre Eracle passava da quelle parti, vide Esione incatenata ad una roccia in riva al mare, la liberò e la riportò alla sua famiglia. Propose quindi a Laomedonte di liberarlo dal mostro in cambio dei cavalli divini di Zeus, ricevuti come ricompensa per il rapimento del figlio di Ganimede. Laomedonte accettò.
Atena gli venne in aiuto e suggerì ai troiani di costruire un terrapieno lungo la riva. Eracle vi si nascose, attendendo l'arrivo del mostro. Da lì Eracle uccise il mostro, non appena emerse dalle acque.
Passato il pericolo, Laomedonte ingannò Eracle, dandogli due cavalli normali. Eracle scoprì l'inganno e lascio la città furente, maledicendo Laomedonte.
Tornò a Tirinto per reclutare dei guerrieri, tra questi Iolao, Oicleo di Argo, Peleo e Telamone.
La guerra fu vinta da Eracle e Laomendonte fu ucciso con tutta la sua famiglia, eccetto Podarce e Esione. Podarce fu salvato dalla sua onestà, in quanto cerco di contrastare l'imbroglio del padre, mentre Esione riscattò dalla schiavitù il fratello e sposò Telamone.
Podarce ereditò il regno di Troia e, in ricordo del riscatto della sorella, cambiò il suo nome in Priamo (che significa "riscatto").
La guerra nell'Elide
Le avventure troiane diedero ad Eracle il piacere del combattimento, tanto da attaccare il regno dell'Elide, per vendicarsi di Augia che gli aveva rifiutato il compenso stabilito per avergli pulito le stalle.
Eracle vinse e continuò il suo cammino verso Pilo, dopo averlo conquistato, diede il trono a Nestore figlio di Peleo. Gli episodi di questa guerra verranno raccontati da Nestore durante la guerra di Troia (Iliade, libro XXIII).
Matrimonio con Deianira
Infine Eracle si stabilì in Etolia, chiese la mano di Deianira figlia di Oineo, re di Calidone. Per ottenerla dovette combattere contro il dio fluviale Acheloo, che sconfisse.
Il matrimonio fu felice, ma fu interrotto da un altro evento drammatico: l'uccisione di un parente di Oineo. Questi fungeva da coppiere ed ebbe la sfortuna di sporcare Eracle mentre gli versava l'acqua sulle mani per lavarsi dopo il pasto; furente, Eralce lo spinse via con tanta forza da ucciderlo.
L'uccisione di Nesso
Eracle e Deianira decisero quindi di stabilirsi a Trachis, in Tessaglia. Durante il viaggio arrivarono ad un fiume, dove incontrano il centauro Nesso, che si offri di farli attraversare senza pericolo. Appena arrivato sull'altra riva, Nesso afferrò Deianira e fuggì con lei al galoppo.
Eracle prese l'arco ed uccise il centauro, vicino alla morte, Nesso disse a Deianira di raccogliere il sangue che sgorgava dalla sua ferita, in quanto quel sangue gli avrebbe assicurato l'amore eterno di Eracle, la donna prese un'ampolla che aveva con se e la riempì, pensando di poterla utilizzare in futuro.
La guerra contro Eurito e la morte di Eracle
Giunti a Trachis, Eracle volle prendersi la rivincita su Eurito, che lo insultò accusandolo di slealtà nella prova per ottenere la mano della figlia. Ma prima di dichiarare guerra, consultò l'oracolo di Dodona, ripetendo a Deianira il responso del dio Zeus: questa guerra avrebbe potuto essere la sua ultima impresa seguita da una vita tranquilla o dalla sua morte.
Eracle sconfisse Eurito, uccidendolo con tutta la sua famiglia ad esclusione di Iole, che mandò a Trachis presso Deianira.
Deianira accolse la principessa con molti dubbi. Ormai la guerra era vinta, perché risparmiare Iole?
Eracle mandò un araldo a Deianira, affinché gli facesse avere dei vesti nuovi. La donna si ricordo del sangue del centauro e ne fece un unguento da spalmare sui vestiti.
La vendetta di Nesso era compiuta, nel suo sangue era presente il veleno dell'idra di Lerna, in cui Eracle aveva intinto la punta delle sue frecce e che quindi era passato nel suo sangue.
Non appena Eracle indossò i vestiti, si senti bruciare la pelle. Il veleno lo faceva soffrire crudelmente, tanto da sentire la morte vicina. Chiese al figlio Illo di preparargli un rogo in cima al monte Eta e gli promise anche che avrebbe sposato Iole.
Quando il rogo fu pronto, Illo e Iolao vi portarono Eracle, ma nessuno dei due ebbe il coraggio di appiccarvi il fuoco. Fu quindi Eracle a chiamare un pastore che di li passava, ordinandogli di accendere il rogo. Il pastore ubbidì, ed Eracle, riconoscente, gli donò le sue armi: arco, faretra e frecce. Quindi salì sul rogo, coprendosi con la sua pelle di leone.
Iolao, Illo e il giovane pastore, Filottete, iniziarono i loro lamenti funebri.
Mentre si alzano le fiamme del rogo, si senti il rombo di un tuono e prima di morire, Eracle fu portato dal padre Zeus sull'Olimpo.
Iolao fondo un santuario in onore del padre e Illo sposo Iole; Deianira, saputo di aver provocato involontariamente la morte del marito, si uccise.
Sull'Olimpo Eracle fu accolto calorosamente, Era si riconciliò con lui e lo adottò come figlio; qui Eracle sposò Ebe.
La figura di Eracle
Il nome di Eracle significa "la gloria di Era" facendo pensare ad una sua origine in terre in cui Era veniva venerata.
Eroe atletico, Eracle era considerato il leggendario fondatore delle Olimpiadi; Pindaro dedicò a questo tema versi grandiosi.
Era considerato il protettore degli essere umani e veniva invocato in caso di pericolo o di epidemie. Gli venivano anche attribuiti poteri medici e parecchie fonti termali gli erano consacrate.
Il personaggio di Eracle ha molti corrispondenti in altre mitologie: Malqart tra i fenici, Ogmios nella trazione celtica, Vejrapani in India.
I romani lo chiamavano Ercole.
Categoria:Personaggi della mitologia greca
ja:ヘラクレス
Fatiche di EracleLe dodici fatiche di Eracle (o di Ercole) sono le imprese che Eracle compì mentre era schiavo presso Euristeo, per espiare l'uccisione dei suoi figli e dei suoi nipoti.
I - Leone di Nemea
Il leone di Nemea era un animale gigantesco, figlio di Artemide, la dea della luna.
Alla sua nascita, la madre rimase inorridita e lo gettò sulla terra, dove cadde vicino a Nemea, nell'Argolide. Si insediò in una grotta con due uscite.
Gli abitanti della regione dimenticarono di offrire un sacrificio a Selene, che mise in libertà il leone: questi devastò il paese, divorandone gli abitanti.
Non c'erano armi che potessero ferirlo.
Eracle fu mandato ad ucciderlo ed egli bloccò un'uscita della grotta. Entrato dall'altro ingresso, gli si gettò addosso, colpendolo con la clava e lo finì strozzandolo.
Eracle gli tolse la pelle, utilizzando un artiglio dello stesso leone, e la portò al re Euristeo.
II - Idra di Lerna
Euristeo
L'idra di Lerna fu allevata da Era, nella speranza che riuscisse a liberarla da Eracle.
Lerna si trovava vicino al mare, a circa 8 km da Argo. L'idra viveva in un bosco nei pressi della sorgente del fiume Amimone e frequentava le paludi vicine.
Per aiutarlo nell'impresa, Eracle chiamò Iolao. Tentò di far uscire il mostro dalla tana lanciando all'interno delle frecce infuocate ma Era intervenne, mandando un granchio enorme a ferire il tallone di Eracle. Eracle lo schiacciò, uccidendolo.
L'idra emerse allora dalla palude, gettandosi sull'eroe: dalle bocche delle sue nove teste usciva un alito pestilenziale. Eracle tagliò le teste, una dopo l'altra, ma ad ogni testa tagliata ne nascevano altre due.
Per evitare che le teste ricrescessero, Iolao consumò quasi tutto il bosco, utilizzando dei tizzoni ardenti per bruciare le ferite provocate da Eracle.
I due eroi riuscirono a disfarsi di otto teste: ne rimaneva una sola, quella centrale e immortale. Eracle la recise e la seppellì a grande profondità.
Prima di lasciare Lerna, Eracle immerse la punta delle sue frecce nel sangue dell'idra, che conteneva un potente veleno, rendendole micidiali.
III - Cinghiale di Erimanto
tallone)]]
Nella terza fatica Eracle doveva catturare vivo il mostruoso cinghiale che viveva sulle pendici del monte Erimanto, in Arcadia.
Il cinghiale terrorizzava gli abitanti della regione e l'eroe fu mandato ad aiutarli.
Eracle spinse il cinghiale verso la cima del monte, sulla neve alta: l'animale non riusciva più a correre e quindi Eracle gli saltò in groppa, incatenandogli le zampe. Lo prese quindi in spalla e lo portò ad Argo per mostrarlo a Euristeo.
Quando il re lo vide, fu preso da grande paura ed andò a rifugiarsi in una giara di bronzo, da cui non uscì finché Eracle non l'ebbe portato via.
IV - Cerva di Cerinea
La cerva era una delle cinque che Artemide aveva scoperto in Tessaglia: la dea ne catturò quattro, mettendole a tirare il suo carro, ma la quinta gli sfuggì, andando a rifugiarsi a Cerinea.
La cerva aveva gli zoccoli in bronzo e le corna d'oro. Era un'animale consacrato ad Artemide, per cui ad Eracle fu ordinato di portarla ad Argo viva.
L'eroe inseguì la cerva fino a renderla esausta e, quando si abbatté al suolo, la catturò. La prese sulle spalle e si diresse verso Argo. Lungo il percorso incontrò Artemide, che furente gli chiese cosa facesse con la cerva. Eracle la informò che stava eseguendo gli ordini di Euristeo, al che la dea lo lascio andare, purché Eracle la liberasse non appena avesse dimostrato il successo della sua prova.
V - Uccelli del lago Stinfalo
Nei boschi attorno al lago Stinfalo abitavano uccelli voraci e chiassosi, che devastavano i campi e tormentavano gli abitanti.
Eracle ebbe il compito di liberare la regione da questo flagello e vi riuscì con l'aiuto di Atena. La dea diede all'eroe delle nacchere di bronzo.
Eracle si appostò sul monte Cilleno e suonò le nacchere. Il rumore sconosciuto, spaventò gli uccelli che si alzarono in volo terrorizzati. Eracle riprese a suonare e gli uccelli fuggirono in tutte le direzioni, talmente spaventati da scontrarsi fra loro. L'eroe continuò a suonare, finché anche l'ultimo uccello scomparve all'orizzonte.
VI - Stalle di Augia
Augia, re dell'Elide, possedeva numerosissimi armenti, ricevuti in dono dal padre, Elio.
Vista l'origine divina, il bestiame era immune da ogni malattia ed era cresciuto in numero a dismisura. Il re non si era mai preoccupato di pulire le stalle ed ora il letame si accumulava nei dintorni, impestando l'ambiente, mentre nugoli di mosche oscuravano il cielo.
Euristeo ordinò ad Eracle di ripulire le stalle in un solo giorno.
Eracle distrusse le pareti dell'edificio, deviò il fiume Alfeo, facendovi defluire le acque, che ripulirono le stalle.
VII - Toro di Creta
A Creta un toro enorme errava in libertà, terrorizzando gli abitanti e devastando i raccolti, Eracle fu mandato a porvi rimedio.
In certe versioni, il toro è identificato in quello che Poseidone fece apparire a Creta e che generò il Minotauro.
Minosse gli offrì il suo aiuto, ma Eracle catturò il toro da solo. Gli fece attraversare il mare, portandolo ad Argo.
Euristeo, come per il cinghiale di Erimanto, provò grande paura e consacrò l'animale ad Era ma la dea non ne fu soddisfatta, sapendo da chi era stato catturato. Fece uscire l'animale da Argo, facendogli attraversare l'istmo di Corinto, arrivando a Maratona, dove Teseo gli diede nuovamente la caccia.
VIII - Cavalle di Diomede
Diomede, re della Tracia, possedeva delle cavalle che nutriva con carne umana, generalmente quella dei viandanti che cadevano in suo potere.
Eracle ricevette l'ordine di portare le cavalle ad Argo.
Eracle andò alle scuderie ed immobilizzo i palafrenieri, attaccò le cavalle ad una unica cavezza, portandole tutte e quattro fuori dalla scuderia.
Ma le cavalle scalciavano e nitrivano, il rumore svegliò Diomede, che giunse con le sue guardie.
Il re si gettò addosso all'eroe, che lasciò per un attimo le cavalle per abbatterlo. Gli animali, vedendo il padrone a terra, lo divorarono.
Quindi si placarono e seguirono docilmente Eracle fino ad Argo.
by Ciprian
IX - Cinto della regina delle amazzoni
La richiesta di Euristeo di recuperare il cinto delle amazzoni ha almeno tre versioni.
Nella prima, la regina delle amazzoni si innamorò di Eracle e gli offrì il cinto volontariamente.
Un'altra versione, indica Antiope come regina delle amazzoni, mentre in una terza la regina si chiama Melanippe.
Ma, qualunque sia la versione, Eracle non ha difficoltà ad impossessarsi del cinto e a portarlo al re di Argo.
X - Buoi di Gerione
Melanippe
I buoi di Gerione facevano invidia a tutti, grazie al loro colore rosso scarlatto, e, tra gli altri, anche a Euristeo, che ordinò ad Eracle di portarglieli.
Eracle si diresse verso i confini occidentali della terra, attraversando il mare su una coppa datagli da Elio, il dio del sole.
Giunto allo stretto di Gibilterra, che separa il Mediterraneo dall'Oceano Atlantico, eresse le colonne che portano il suo nome e che sono state identificate con le montagne che si ergono da una parte e dall'altra dello stretto.
Appena messo piede sul regno di Gerione, uccise il suo guardiano degli armenti, Euritione, quindi il suo mostruoso cane a due teste, Ortro, ed infine abbatté lo stesso Gerione.
Era tentò di venire in aiuto di Gerione, ma fu costretta alla fuga, quando fu raggiunta da una freccia scoccata da Eracle.
L'eroe ammucchio i tori sulla coppa e si diresse verso l'Argolide, utilizzando la sua pelle di leone come vela. Una volta arrivato, restituì la coppa al dio e diede i tori al re.
XI - Cane Cerbero
Come penultima fatica, Euristeo, forse per liberarsi dell'eroe, mandò Eracle nel mondo degli inferi per rubare il cane Cerbero, che ne custodiva l'accesso.
Ermes guidò Eracle nel regno di Ade, mentre Atena gli rimase vicino per rassicurarlo.
Giunto allo Stige, chiese a Caronte di traghettarlo dall'altra parte del fiume. Messo piede sulla riva, l'eroe vide un'ombra avvicinarsi. Era già pronto a scoccare una freccia, ma fu fermato da Ermes, che lo dissuase dicendo che non aveva niente da temere dai morti.
L'ombra era quella di Meleagro, la cui triste storia commosse Eracle, che gli promise di sposare la sorella Deianira.
Alla fine incontrò lo stesso Ade, che non voleva farlo passare. I due cominciarono a battersi ed Eracle sconfisse il dio, che cadde a terra alle soglie del suo regno. Ade autorizzò Eracle ad impadronirsi di Cerbero, purché utilizzasse solamente le mani.
Eracle afferrò il cane per il collo e lo strinse, fino a costringerlo alla resa. L'animale cercò ancora di colpirlo con la coda, che terminava con un dardo, ma visto che Eracle non mollava la presa, si lasciò incatenare.
Atena era pronta a riportare l'eroe al di la dello Stige, si mise lei stessa ai remi.
Euristeo rimase profondamente impressionato dal ritorno dell'eroe ed impaurito dal mostro terrificante a tre teste, andando a rifugiarsi nel suo "nascondiglio preferito": la giara di bronzo.
XII - Pomi d'oro del giardino delle Esperidi
Come ultima fatica, Euristeo ordinò ad Eracle di portargli i pomi d'oro del giardino delle Esperidi.
La localizzazione del giardino non era nota a nessun umano, si sapeva solo che era posto nelle lontane regioni occidentali.
Il primo compito di Eracle fu quello di scoprire dove il giardino si trovava. Chiese al vecchio dio del mare Nereo di indicarglielo, ma si rifiutò, sostenendo che non poteva dirlo ad un semplice mortale. Eracle lo afferrò, dichiarando che non l'avrebbe lasciato fino a che non avesse ottenuto quello che voleva.
Nereo cedette e gli disse di recarsi da Atlante, chiedendo a lui stesso di prendere i pomi d'oro.
L'eroe si diresse da Atlante; arrivato da lui, gli chiese di prendere i pomi d'oro, ma Atlante replicò che aveva paura del drago e che quindi prima doveva ucciderlo.
Eracle, benché convinto che questa azione gli avrebbe causato il rancore di Era, prese l'arco e, con una freccia, uccise il drago.
Atlante volle che Eracle si prendesse carico del cielo, mentre lui andava a raccogliere le mele.
Quindi ritornò con tre pomi d'oro, ma non era disposto a riprendersi il carico del cielo sulle spalle. Preferiva essere lui a portare le mele ad Argo, mentre Eracle continuava a sostituirlo.
La proposta non convinse l'eroe, sapeva benissimo che una volta partito, Atlante non sarebbe più tornato. Chiese ad Atlante di sorreggere momentaneamente il cielo, per permettergli di sistemarsi la pelle di leone che lo ricopriva, e con questa scusa, rimise il cielo sulle spalle di Atlante. Eracle raccolse le mele e fuggì rapidamente.
Diede i frutti a Euristeo, ma questi non li volle e li rese ad Eracle. L'eroe li diede ad Atena, che li rimise nel giardino.
Ma questo non bastò ad Era, che non volle perdonare: Eracle aveva spogliato il giardino e ucciso il suo drago. Alcune versioni della leggenda di Eracle, indicano in questo furto, il furore di Era, che fece portare Eracle alla pazzia e all'uccisione dei suoi due figli e dei suoi due nipoti.
Categoria:Mitologia greca
EsperidiLe Esperidi sono figure della mitologia greca, erano le figlie della Notte.
Dimoravano nelle terre remote d'occidente, ed erano a guardia del giardino dei pomi d'oro di Era.
Il punto in cui il sole tramonta, è stato spesso associato con il regno dei morti, e certi miti vi pongono l'accesso del regno di Ade.
Non è escluso che le tre Esperidi fossero collegate al regno delle ombre, custodi dei frutti che davano l'immortalità.
Versioni posteriori le fanno figlie di Atlante.
Origine e parentela
Le Esperidi erano ninfe la cui genealogia rimane spesso confusa: vengono talvolta nominate come figlie della Notte, di Teti e Oceano, di Zeus e Temi, di Forco e Ceto ed anche, secondo la teoria più accreditata, di Atlante ed Esperide. Incerto è pure il loro numero, tanto che alcuni mitografi nominano cinque Esperidi, altri ne nominano sette. Chi sottolinea invece che erano tre, le collega alla triplice dea della Luna nel suo aspetto di sovrana della morte. I numeri riferiti vanno comunque da una ad undici, ed alcuni dei loro nomi sono: Egle, Aretusa, Esperia o Esperetusa, Eriteide ecc.
Attività e caratteristiche
Ad ogni modo, resta certo che vivevano nell’estremo Occidente del mondo, oltre i confini della terra abitata, e lì possedevano un meraviglioso giardino ove avevano il compito di custodire il prezioso albero che dava mele d’oro, dono di Gea per le nozze di Zeus con Era. Per maggior sicurezza, affinchè le stesse Esperidi non cogliessero le prodigiose mele, Era aveva ordinato al serpente Ladone dalle cento teste di presiedere alla guardia, stando costantemente arrotolato attorno al tronco dell’albero. Atlante sosteneva la volta del cielo poco distante dalla terra delle figlie, ed Elios, divinità del sole, terminato il suo corso quotidiano, scendeva nel giardino (il sole tramonta infatti ad Occidente) e vi lasciava i cavalli del suo carro a pascolare, e con loro riposava lì durante la notte.
Le Esperidi vengono così collegate al tramonto, quando i colori che assume il cielo ricordano, appunto, quelli di un melo carico di frutti dorati. In tutti i racconti sono comunque custodi di oggetti magici: è quindi possibile che le Esperidi possano essere associate a dei riti segreti, che si tenevano al sopraggiungere della sera con dolci melodie, perché anche il canto, insieme con la danza, è una delle prerogative a loro assegnate.
Vicende mitologiche
Poco celebre vicenda narra che, strappate alla loro terra insieme con le loro greggi da alcuni pirati agli ordini di Busiride re d’Egitto, le Esperidi furono poi liberate da Eracle, che le restituì al padre Atlante, ottenendo quale ricompensa l'insegnamento dell'astronomia. Eracle compare pure in un altro racconto legato alle Esperidi. Per conquistare le preziose mele come da volontà del re Euristeo, Eracle dovette ricorrere all’aiuto di Atlante, e sostituirlo temporaneamente nel custodire i pilastri del cielo e portare il mondo sulle spalle. Ma il maggiore ostacolo era costituito da Ladone, che custodiva i pomi d’oro per volontà di Era. Non c’è accordo tra i mitografi sul fatto che Eracle abbia dovuto abbattere questa creatura che non chiudeva mai gli occhi, perché alcuni parlano di una consegna ‘pacifica’ dei frutti da parte di Atlante o delle stesse Esperidi.
Si racconta, d’altra parte, che Eracle uccise il serpente scoccando una freccia al di sopra delle mura del giardino costruite da Atlante. Era potè solo attenuare il suo dolore per la morte di Ladone ponendone l’immagine tra gli astri, come costellazione del Serpente; le mele colte da Eracle le vennero poi restituite da Euristeo. Secondo altre fonti, i pomi tornarono invece ad Eracle; questi, a sua volta, li diede ad Afrodite, come vedremo in seguito, oppure ad Atena: la dea decise infine di renderle ad Era, poiché non era corretto che venissero donate a chiunque. Vi è però una triste conclusione: il giorno successivo al compimento dell’impresa di Eracle, nello stesso giardino arrivarono a porre piede gli Argonauti, che assistettero alla trasformazione in alberi (un pioppo nero, un salice e un olmo) delle Esperidi, morte disperate per la perdita del loro tesoro e del loro amato custode-protettore.
I pomi aurei delle Esperidi compaiono pure nel mito di Atalanta, fanciulla velocissima nella corsa che sfidava i suoi pretendenti mettendo se stessa come premio. Uno di questi corteggiatori era Ippomene che, chiedendo aiuto ad Afrodite, ricevette dalla dea tre mele d’oro del Giardino delle Esperidi, che a sua volta Eracle le aveva regalato. Mentre si svolgeva la gara, Ippomene li lanciò uno dopo l’altro a terra, così Atalanta si fermò a raccoglierli e perse.
Iconografia
L’iconografia riguardante le Esperidi è sviluppata maggiormente sul tema di Eracle e le mele d’oro, mentre i soggetti pressochè infrequenti sono quelli del rapimento delle sorelle e la loro metamorfosi in alberi. Le figurazioni più antiche delle Esperidi giunte fino a noi sono quelle sui vasi attici a figure rosse del V secolo a.C., dove peraltro non appaiono molto frequentemente. Meno rare sono invece le rappresentazioni nella ceramica dell’Italia meridionale. La produzione artistica caratterizzata dal soggetto delle Esperidi è molto scarsa, ma mai del tutto assente, durante il Rinascimento e per l’intero periodo che decorre dal XVII al XVIII secolo. Soggetto analogo a quello delle Esperidi danzanti e tenentesi per mano è quello delle tre Grazie, la cui fortuna artistica fu tuttavia maggiore. Le mele d’oro e il serpente Ladone sono gli attributi distintivi delle Esperidi, figurate come graziose fanciulle che il più delle volte compaiono in numero di tre e sono caratterizzate da un’espressione nostalgica. Rappresentate generalmente vestite a differenza delle Grazie, vengono collegate al tramonto e contengono perciò un alone di magico mistero.
Categoria:Ninfe greche
Orfeo (mitologia)
Orfeo è una figura della mitologia greca.
Il mito
Fu cantato dai poeti antichi, soprattutto da Pindaro. Difficile identificare se fosse anche un personaggio storico o un poeta leggendario della poesia preomerica.
La potenza del suo canto era tale da far muovere le pietre e da rendere docili gli animali feroci.
Prese parte alla spedizione degli Argonauti. Dovendo passare da luoghi infestati da sirene, dominò le loro lusinghe, trattenendo i suoi compagni con musiche ancora più dolci.
Nota anche la sua discesa negli inferi, dove cercò di riprendere la sua sposa, la driade Euridice.
Euridice era amata da Aristeo, uno dei tanti figli di Apollo, ma non era corrisposto. Ma lui continuava a rivolgerle le sue attenzioni ed un giorno, per sfuggirgli, mise il piede su un serpente, che la morse, uccidendola.
Orfeo penetrò negli inferi incantando Caronte con la sua musica. Sempre con la musica placò anche Cerbero, il guardiano dell'Ade.
Persefone, commossa dal suo dolore e sedotta dal suo canto, persuase Ade a lasciare che Euridice tornasse sulla terra. Ade accetto, ma ad un patto: Orfeo doveva precedere Euridice, senza che egli si voltasse mai all'indietro.
Orfeo fu incapace di resistere al dubbio e si voltò, Euridice scomparve all'istante.
Leggende posteriori indicano che Orfeo offese i seguaci di Dioniso e che per questo venne divorato dalle menadi, che gettarono la sua testa nell'Ebro.
La testa scese fino al mare e da qui all'isola di Lesbo, dove fu sepolta nel santuario di Apollo. Il corpo venne seppellito dalle Muse ai piedi dell'Olimpo.
La sua lira venne invece infissa nel cielo, e formò una costellazione.
Il legame tra Orfeo e Dioniso è molto stretto, forse simboleggiava il sacrificio a Dioniso, come quello che figura nelle Baccanti.
Letteratura
- Fabula di Orfeo - Opera teatrale di Angiolo Poliziano.
- Orfeo - Poema di Juan Martinez Jáuregui.
- Racconto di Orfeo - Poema di Robert Henryson (o Henderson).
Musica
- L'Orfeo - Opera lirica di Claudio Monteverdi (1607).
- Orfeo dolente - Opera musicale di Domenico Belli (1616).
- La morte di Orfeo - Tragicommedia pastorale di Stefano Landi (1619).
- Orfeus und Euridice - Opera-ballo di Heinrich Schütz (1638).
- Orfeo - Opera musicale di Luigi Rossi (1647).
- Orfeo - Opera musicale di Jean-Baptiste Lully e Louis Lully (1690).
- Orfeo ed Euridice - Opera musicale di Cristoph Willibald Gluck (1762).
- Orfeo ed Euridice - Ballo di Florian Johann Deller (1763).
- Orfeo ed Euridice - Opera lirica di Johann Gottlieb Naumann (1786).
- Orfeo ed Euridice - Opera musicale di Franz Joseph Haydn (1791).
- Orpheus - Poema sinfonico di Franz Liszt (1853-54).
- Orphée aux Enfers - Operetta di Jacques Offenbach (1858).
- Orfeo - Mimodramma di Roger Ducasse (1913).
- Orpheus und Eurydike - Opera lirica di Ernst Krenek (1926).
- Orpheus - Balletto di Igor Stravinskij (1947).
- Orfeu da Conceiçāo - Dramma musicale di Vinicius de Moraes (1947).
Pittura
- Orfeo - Dipinto di Tintoretto.
- Orfeo all'inferno - Dipinto di Rubens.
Voci correlate
- Euridice
- Orfeo (musica)
- Orfismo
categoria:Personaggi della mitologia greca
ja:オルペウス
Euridice (ninfa)Euridice è una figura della mitologia greca.
È una ninfa driade.
Sposò Orfeo e morì per il morso di un serpente mentre camminava in un prato e, secondo Virgilio, cercava di sottrarsi alle attenzioni di Aristeo.
La sua figura è legata al mito di Orfeo, che tentò di strapparla al regno dei morti senza riuscirci.
Euridice ed Orfeo sono il simbolo dell'amore coniugale.
Euridice nell'arte
Opera
- Euridice - Opera lirica di Jacopo Peri.
- Euridice - Opera lirica di Giulio Caccini.
- Orfeo ed Euridice - Opera lirica di Christoph Willibald Gluck.
- Orfeo ed Euridice - Opera lirica di Johann Gottlieb Naumann.
- Orfeo ed Euridice - Opera lirica di Ernst Krenek.
Ballo
- Orfeo ed Euridice - Ballo di Heinrich Schütz.
- Orfeo ed Euridice - Ballo di Florian Johann Deller.
Voci correlate
- Orfeo
Categoria:Ninfe greche
Lira (strumento musicale)
La lira è uno strumento musicale a corde, con due braccia unite da una traversa, a formare una specie di giogo. Le corde sono tese dalla tavola anteriore alla traversa.
Esistono lire con cassa di risonanza: il corpo e la tavola formano un contenitore vuoto. Nelle lire più antiche, la cassa poteva essere costituita da un guscio di tartaruga. La lira sumerica aveva le braccia asimmetriche.
La lira era molto popolare tra gli egizi.
Gli antichi greci suonavano due tipi di lira:
- la kithara, suonata con un plettro
- la lyra, suonata direttamente con le dita.
Mitologia
La mitologia greca indica in Ermes l'inventore della lira. Un giorno trovo all'interno della grotta una tartaruga. La uccise e la aprì, fisso al guscio due canne e nella parte superiore fece un aggancio. Vi tese quindi sette corde fatte di budello di pecora. Costruì così la prima lira.
Ermes la passò ad Apollo e questi al figlio Orfeo.
Voci correlate
- Lira da braccio
- Lira da gamba o lirone
Categoria:Strumenti musicali
Enea
Enea è una figura della mitologia greca e di quella romana, era figlio del mortale Anchise e della dea Afrodite.
Era il nipote di Priamo, re di Troia.
La leggenda
Troia, Roma]]
Appare nellIliade, dove prende parte alla battaglia, affrontando Diomede, Achille e Idomeneo. Nel poema omerico è un eroe protetto dagli dei, soprattutto durante lo scontro con Achille, dove Poseidone gli salva la vita. Nonostante la caduta di Troia, Enea sopravvive.
Guidato dalla madre divina Afrodite, salvando il vecchio padre Anchise e il figlioletto Ascanio (conosciuto anche col nome di "Julo"), fuggì dalla città in fiamme. Durante la fuga recuperò gli dei Penati e le sacre funzioni, ma perse la moglie Creusa nell'incendio.
Il viaggio verso l'Italia non fu semplice: affrontò le Arpie, udendo i faticosi destini dalle fauci di Celeno; dovette poi rifugiarsi presso le coste dell'Epiro, ospite di Eleno il profeta e di Andromaca; muore Anchise presso le coste di Segesta, le donne stanche bruciarono le navi; a causa di un forte fortunale nel mezzo del Canale di Sicilia dovette approdare forzatamente sulle coste della Libia, fu ospite forzato di Didone regina di Cartagine.
Se non fosse stato per l'intervento di Afrodite, che scatenò il fuoco fatuo tra i capelli di Ascanio, Enea sarebbe rimasto a Cartagine disobbedendo al suo fato. Giunto alle coste italiche perse due persone a lui care il timoniere Palinuro e la nutrice Caieta. Ma approdò anche a capo Miseno dove incontrò la Sibilla che l'accompagnò nella discesa negli Inferi attraverso una grotta del lago Averno: qui vide le grandi anime che segneranno il destino di Roma.
Giunto alle coste presso l'attuale Lavinio vide l'avverarsi della profezia di Celeno, i compagni di Enea e persino Julo svuotarono la stiva e colti dalla fame divorarono pure le mense fatte di pane nero duro.
Ma non poterono riposarsi a lungo: Turno, re dei locali Rutuli, non potè tollerare l'arrivo degli stranieri. Enea dovette così stringere patti con re locale, Latino, che promise sua figlia ad Enea per la nuova stirpe, d'accordo con alcuni lucumoni etruschi e con il re di origine arcadica Evandro che stava in un villaggio sul colle Palatino. La furia Aletto innescò la guerra facendo uccidere la Cerva Sacra dei Rutuli da Pallante e Iulo. La guerra italica si scatenò falciando innumerevoli persone ed eroi: Camilla, Pallante, Eurialo, Niso e Mesenzio trovarono l'Ade nei campi di battaglia. Il duello tra Enea e Turno sigillò la guerra con la vittoria del primo.
Ascanio fondò Albalonga. Da Numitore discesero Romolo e Remo. Romolo cingendo l'area sacra del colle Palatino con l'aratro fondò Roma. Era, secondo la tradizione, il 21 aprile del 753 AC.
La critica storica
Le prime versioni del mito di Enea sono antiche, tanto che sono già note in Etruria prima del VI secolo AC e in Grecia nel V secolo AC e farebbero derivare il nome di "Roma" da quello di una donna troiana con il significato di "forza".
Enea è re dei Dardani, alle falde del monte Ida nella Troade, e partecipa solo alla fase finale della guerra di Troia in aiuto di Priamo, con il quale è imparentato avendone sposato la figlia Creusa. Non essendo un troiano, Enea piace ai Romani quale capostipite perché gli permette di affondare le radici in una civiltà dal passato fulgido pur distinguendosi dai Greci. Allo stesso tempo questa "soluzione" non fa dei Romani i più fieri antagonisti dei Greci e verrebbe oggi chiamata "politically correct".
Anche la leggenda di Romolo e Remo, all'inizio separata da quella di Enea, viene successivamente integrata nel suo mito. In un primo momento i due gemelli vengono indicati come suoi figli o nipoti.
Eratostene di Cirene si accorge tuttavia che, essendo la data della caduta di Troia all'incirca il 1184 AC, né Enea né i suoi più diretti discendenti potevano aver fondato Roma nel 754 AC.
Catone il Censore rende plausibile la storia. Secondo la sua versione, accettata poi come definitiva, Enea fugge da Troia e giunge nel Lazio. Qui, dopo aver sposato Lavinia, fonda Lavinio (Lavinium). Ascanio è invece il fondatore di Alba Longa e i suoi successori danno origine alla dinastia dalla quale, dopo varie generazioni, Rea Silvia darà alla luce Romolo e Remo e in seguito la gens Julia, con Giulio Cesare e il primo imperatore Augusto.
Secondo la leggenda, dopo quattro anni di regno, Enea sarebbe stato assunto in cielo tra lampi e tuoni durante una battaglia contro gli Etruschi nelle vicinanze del fiume Numicio e ricevuto nell'Olimpo insieme agli dei. È interessante notare che anche a Romolo viene decretata la stessa fine, permettendo successivamente di deificare anche Giulio Cesare e Augusto, suoi lontani discendenti. Le origini divine dei fondatori di Roma sarebbero quindi incontrovertibili. Accettando Enea quale capostipite, si trovano Venere e Marte come antenati.
Nelle leggende più arcaiche, Romolo non ha un gemello ed è figlio di Zeus; le successive elaborazioni sono analoghe, ponendo Romolo e Remo come figli di Marte e Rea Silvia, e perciò di discendenza divina.
Un'ulteriore versione della leggenda, indica Rea Silvia come figlia di Enea e un suo nome aggiuntivo sarebbe Ilia, per ricordare il collegamento di Roma con Troia ("Ilio" in greco).
Enea nella letteratura
Il poeta greco Ellanico ne descrive il suo arrivo nel Lazio, la provincia italica che vedrà gli inizi dell'impero romano, mentre Virgilio ne narra la leggenda nella sua Eneide.
Categoria:Personaggi della mitologia greca
Categoria:Personaggi della mitologia romana
ja:アイネイアス
ko:아이네아스
Esiodo
Esiodo è un poeta greco, le sue opere risalgono al periodo tra la fine dell'VIII secolo e l'inizio del VII secolo a.C..
La sua opera è quindi nettamente posteriore a quella di Omero.
Biografia
Nacque ad Ascra, in Beozia, figlio di un commerciante, originario di Cuma eolica, costretto a trasformarsi in agricoltore a causa della povertà.
Sulle orme del padre, divenne anche lui agricoltore, tanto che la sua Opere e giorni, dà una dettagliata descrizione della vita contadina del tempo.
Plutarco ci riporta della sua morte violenta, ucciso dai fratelli di una donna che sedusse o tentò di sedurre.
Attività
Esiodo -si narra- vinse il primo premio agli agoni poetici di Calcide in Eubea, superando lo stesso Omero.
Oltre alle Opere e giorni, Esiodo è sicuramente anche autore della Teogonia, il primo poema religioso greco. Quest'opera contiene numerose informazioni sulle origini dell'universo e sugli dei che contribuirono alla sua formazione.
Opere
- Le opere e i giorni
- Teogonia
Categoria:Biografie
Categoria:Poeti greci
ja:ヘシオドス
ko:헤시오도스
AraldicaL'araldica è la scienza del blasone, cioè lo studio degli stemmi (detti anche armi). In altre parole è quel settore del sapere che ha lo scopo di individuare, riconoscere, descrivere e catalogare gli elementi grafici utilizzati, nel loro insieme, per identificare in modo certo una persona, una famiglia, un gruppo di persone o una istituzione.
Non rientrano tra gli oggetti di studio dell'araldica le bandiere ed i loghi di natura commerciale o industriale: le prime perché ad esse l'araldica fornisce solo la giustificazione storica e la base concettuale di costruzione, ma poi le abbandona al momento in cui esse vengono rigidamente regolamentate da leggi e decreti che riguardano la loro esatta riproduzione e dimensione; i secondi perché si tratta di espressioni grafiche assolutamente rigide, immutabili e "congelate" nell'unica forma ammessa.
Per chiarire meglio il concetto basti pensare, nel primo caso, alle discussioni sorte al momento della definizione delle esatte tonalità di colore della bandiera italiana, mentre in araldica il termine "verde" indica genericamente qualunque tono di colore che rientri nella definizione di "verde", escludendo quindi il "verde oliva" o il "verde marcio" ma senza specificare il codice Pantone da utilizzare.
Nel secondo caso si immagini a cosa succederebbe se un grafico che non lo conosce dovesse riprodurre il logo della Coca Cola basandosi esclusivamente su una descrizione orale ridotta all'essenziale; il suo disegno sarebbe scambiato per una volgare imitazione e sicuramente scartato dall'insieme dei segni grafici impiegabili per identificare la ditta.
L'araldica invece vuole dare la possibilità a qualunque disegnatore, quale che sia il suo stile o l'epoca e il luogo in cui vive, di produrre un oggetto grafico – il cosiddetto "stemma" – che contenga tutte le informazioni essenziali per corrispondere senza alcun errore alla stringata descrizione dello stemma – definita "blasone". Se il disegno è stato fatto secondo le regole araldiche, chiunque conosca tali regole è in grado di ricostruire la esatta descrizione semplicemente guardando il disegno.
L'araldica si è sviluppata nel Medio Evo in tutta l'Europa come un sistema coerente di identificazione non solo delle persone, ma anche delle linee di discendenza (in quanto il blasone poteva essere trasmesso in eredità ed esprimere il grado di parentela), il che la rende malgrado tutto un sistema unico nel suo tempo.
Apparsa nel XII secolo ed utilizzata dai membri dell'aristocrazia, si diffuse a poco a poco in tutta la società occidentale.
La blasonatura
Se lo scudo accompagnato dai suoi ornamenti, è la rappresentazione grafica dello stemma, la blasonatura ne è la rappresentazione verbale.
Nata dalla pratica dei tornei, dagli araldi (che daranno il loro nome all'araldica) e dalla necessità di costituire degli annuari affidabili (gli stemmari) con la doppia funzione di raccolta di identità e di deposito di elementi esclusivi, in un'epoca in cui l'illustrazione, soprattutto a colori, è una impresa di grande impegno, la blasonatura si sviluppa in un vero linguaggio, con vocabolario e sintassi, sorprendente per rigore e precisione, che permette di descrivere rapidamente e senza ambiguità i blasoni più complessi.
Poiché l'identificazione araldica si è limitata per molto tempo ai soli elementi rappresentati sullo scudo, la blasonatura si riduce spesso a descrivere solo questo. Gli ornamenti sono diventati importanti solo più tardi, e la blasonatura completa ha avuto il compito di integrarli.
Questa impostazione concettuale deriva dalla origine stessa dell'araldica, il cui nome deriva evidentemente da "araldo", cioè da colui che aveva il compito di riconoscere a distanza i cavalieri coperti da armature metalliche, che nascondevano anche il viso, basandosi esclusivamente sui colori e sui disegni presenti sul loro scudo, sulla gualdrappa dei loro cavalli o sugli stendardi che innalzavano.
La possibilità di riconoscere il sempre crescente numero dei segni distintivi individuali – i già citati "stemmi" – non poteva basarsi sulla disponibilità di costosi e voluminosi stemmari, ma si fondava sulla composizione e divulgazione di descrizioni che fossero costituite dal minimo numero possibile di parole pur mantenendo l'univocità di individuazione. I vari araldi si scambiavano, quindi, le descrizioni – la "blasonatura" – ricorrendo tutti ad uno stesso insieme di regole capaci di fornire loro il linguaggio comune. Questo è anche il motivo per cui l'araldica è spesso definita come l'"arte del blasone".
Nei paesi e nelle epoche in cui lo stemma ha, o ha avuto, un effettivo valore di elemento univoco di riconoscimento delle persone o delle istituzioni, la concessione di uno stemma e la stesura della relativa blasonatura sono affidate ad organi aventi valore legale e garantiti dallo stato, allo stesso modo in cui sono garantiti dallo stato i nomi e cognomi che hanno, per tutti, lo stesso valore univoco di riconoscimento. Nell'Italia attuale, ad esempio, lo stato non garantisce più il sistema araldico individuale e familiare – in quanto lo si ritenne direttamente connesso con la nobiltà che era stata abolita con la costituzione repubblicana – ma continua a garantire, con un apposito ufficio della Presidenza del Consiglio, l'araldica delle istituzioni civili e militari cui è stato concesso uno stemma.
Creazione ed evoluzione del blasone
La creazione dei blasoni benché lasciata all'iniziativa dei loro futuri possessori, si è visto fin dall'inizio, si fornì di regole più o meno stringenti, con lo scopo di rendere l'identificazione efficace: lettura resa facile dall'impiego di colori netti che spiccano gli uni sugli altri, motivi di grande dimensione dai contorni semplificati e facilmente riconoscibili, e soprattutto unicità degli stemmi (spesso non rispettata – per ignoranza più che per volontà di plagio).
stemma
Questo desiderio di identità si esprime anche nell'utilizzazione di simboli, ricordi di fatti notevoli o traduzione di tratti caratteristici legati al possessore (armi alludenti), o anche rappresentazione del patronimico, senza esitare davanti all'approssimazione, perfino il gioco di parole (armi parlanti) (cfr. a fianco il «rebus» che costituiscono le armi di La Tour du Pin, comune dell'Isère).
Ma il blasone non è statico e può evolvere in funzione:
- di una alleanza, quando i blasoni degli alleati si riuniscono per formarne uno solo, unione codificata da regole che specificano il tipo di unione (vedi sotto «partizione») ;
- di una eredità, che talvolta impone all'erede una modifica (una brisura) del blasone originale in funzione del grado di parentela;
- di una distinzione onorifica accordata da un signore feudale, che dà ad un vassallo il diritto di aggiungere sul suo blasone un elemento distintivo tratto dal proprio (un aumento) ;
- o anche scomparire ed essere rimpiazzato da un blasone di sostituzione, quando il blasone originale è stato «disonorato» da una azione poco onorevole del suo possessore … o di un antenato del possessore ! (vedere Leone, leone codardo, immaschito vilené etc.).
Libertà del disegno araldico
L'araldica riconduce tutte le espressioni grafiche che studia, alla struttura fondamentale dello "stemma" che si assume essere la rappresentazione dello scudo utilizzato dai cavalieri medievali. Questo è il motivo per cui in araldica la forma dello scudo è irrilevante ai fini della blasonatura, in quanto lo stemma è sempre lo stesso a prescindere dal tipo di scudo su cui veniva disegnato. Allo stesso modo l'araldica riconosce i colori solo nella loro essenza di colore astratto e non nella singola tonalità che può essere in realtà utilizzata nei vari casi. Ugualmente, infine, non è importante il modo in cui viene disegnata una figura araldica, quale ad esempio un leone, ma la posizione o gli elementi particolari utilizzati come mezzi di identificazione.
Se si parla semplicemente di un leone, quindi, si vuole descrivere un leone rappresentato in posizione rampante, rivolto verso la sinistra dell'osservatore – la destra dello scudo –, con tutte e quattro le zampe visibili e in cui si possano distinguere la lingua, gli artigli delle zampe e la coda. Chiunque può disegnare il leone che vuole, purché rispetti le poche regole suindicate: quello sarà sicuramente un "leone" araldico e come tale sarà citato nella blasonatura e sarà riconosciuto da tutti.
Le varianti realmente significative sono allora quelle che in qualche punto modificano la figura originale; si parlerà di "leone rivoltato" per dire che è rivolto verso la destra dell'osservatore, di "leone lampassato di rosso" per quello che ha la lingua colorata in rosso, di "leone armato d'oro" per quello che ha gli artigli colorati d'oro, di "leone coronato" per quello la cui testa è sovrastata da una corona, di "leone passante" per quello che è rappresentato in posizione di cammino e non rampante, e così via.
Ecco quindi che la estrema libertà nella rappresentazione grafica viene ad essere strettamente correlata ad una estrema rigidità nel linguaggio utilizzato per la blasonatura; ogni parola del linguaggio ha un suo ben preciso ed esclusivo significato e, per contro, è l'unica che può essere impiegata per descrivere quel particolare elemento grafico.
Altro elemento caratteristico del linguaggio araldico è la irrilevanza delle misure (ogni stemma può essere rappresentato delle dimensioni desiderate) rispetto alla grande importanza delle proporzioni, che sono l'unico mezzo capace di distinguere tra loro elementi che sarebbe altrimenti identici. Una striscia che attraversi orizzontalmente uno scudo viene descritta con parole diverse a seconda delle sue proporzioni rispetto allo scudo stesso: sarà una "fascia" se è alta un terzo dello scudo, una "divisa" se diminuita di un terzo, una "burella" se ulteriormente diminuita fino a consentirne la presenza di 6 o 8 esemplari, e così via.
Le componenti dello stemma
Uno stemma ha due componenti: il campo e le figure. Il primo rappresenta lo scudo e può essere di un unico colore (scudo pieno) oppure ripartito in aree distinte, le cosiddette "partizioni", di colore diverso. Le seconde sono tutte quelle forme che possono essere disegnate sul campo, in uno o in più esemplari; le figure araldiche, a loro volta, si possono distinguere in "figure" – immagini reali o inventate di persone, animali, oggetti, etc. – e "pezze" – forme geometriche elementari o complesse che non vanno confuse con quelle che compaiono come componenti del campo –.
Lo scudo
Forma dello scudo
stemma
Lo scudo, supporto materiale del blasone, ha forme diverse secondo il luogo e l'epoca, e può assumere forme più o meno fantastiche (vedi a fianco). Alcune osservazioni su queste forme:
- lo scudo antico, a tre lati, (non rappresentato qui a fianco) era disegnato ritto non sulla punta secondo il modo classico, ma appoggiato sul suo lato destro (all'antica);
- uno degli scudi italiani, ovale, era portato dagli ecclesiastici e in Francia dalle donne maritate;
- l'incavatura dello scudo tedesco permetteva di sostenere la lancia.
Note:
- Théodore Veyrin-Forrer censisce 24 differenti forme degli scudi.
- O.Neibecker (op. cit. sotto) ne presenta più di un centinaio, raggruppati per paese e per epoca per lo più con datazioni certe (p. 76-77).
Organizzazione dello scudo
stemma
Per potersi inquadrare sullo scudo, questo è stato diviso in 9 zone dette punti dello scudo. Questi punti sono identificati da nomi, che variano di poco secondo gli autori, eccezion fatta per il «punto centrale» (5) detto anche «cuore» o «abisso».
Due altri punti, citati da tutti, sono il «punto d'onore» (H) e l'«ombelico» (N). Ma se per alcuni, si tratta di un'area equivalente ai primi, posta a cavallo di 2 zone (cf. disegno), per altri, di tratta di punti in senso geometrico, situati al centro delle frontiere 2-5 e 5-8.
Quali che siano gli autori, vi è simmetria di denominazione tra 1 e 3, 4 e 6, 7 e 9 in cui destra per 1, 4 e 7 corrisponde a sinistra per 3, 6 e 9. — In araldica, sinistra e destra sono quelle di chi porta lo scudo.
- Punto 1 : canton destro del capo (Duhoux D'Argicourt lo chiama « Angolo destro del capo » che designa secondo gli altri autori l'angolo materiale dello scudo);
- Punto 2 : punto del capo (numerosi autori lo chiamano semplicemente « capo » ma non confermano tale denominazione nella loro definizione di «capo»);
- Punto 4 : punto del fianco destro (stessa osservazione fatta per il capo);
- Punto 7 : canton destro della punta. (Duhoux D'Argicourt come per 1, parla di angolo);
- Punto 8 : punto della punta. La maggior parte degli autori usano solo punta (ma si trova più spesso conferma nella definizione di "punta"). Talvolta si trova piede.
Queste differenze di vocabolario o di definizione non hanno in pratica conseguenze sulla blasonatura — il che probabilmente spiega come mai tali differenze resistono.
Colori
Tutti gli elementi che compongono il blasone hanno un attributo di colore. Si tratta di colori simbolici : così il colore gueule è rappresentato da un rosso, che si tratti di vermiglio, scarlatto, carminio o altro, e le pellicce sono di fatto delle composizioni bicolori.
Questi colori sono divisi in tre gruppi : i metalli, gli smalti e le pellicce (o fodere). Occorre notare che alcuni autori utilizzano i termini colore e smalto invertendoli tra loro.
I colori sono oggetto di una importante regola araldica detta «regola di contrasto dei colori».
Partizioni
right
Lo scudo può essere diviso in più parti uguali, secondo linee semplici.
Si chiamano partizioni i diversi modi di dividere lo scudo.
:L'origine sarebbe il segno lasciato dai colpi ricevuti sullo scudo al momento dello scontro (Le 4 partizioni di base -1: partito, 2: troncato, 3: trinciato e 4: tagliato,- sono talvolta definite : «i 4 colpi guerrieri» - benché questi nomi non corrispondano al vocabolario della scherma medievale).
Queste partizioni di base si combinano all'infinito, vedi la pagina partizione araldica
In effetti ogni elemento si comporta come uno scudo a parte (e dunque può essere partizionato a sua volta), il che fa sì che spesso si comprendono meglio le partizioni come una unione di più scudi in uno solo, piuttosto che come la esplosione di uno solo in molti altri.
Gli elementi creati da una partizione sono di dimensioni uguali, ma non hanno lo stesso « prestigio » : sono gerarchizzati secondo la loro posizione: il prestigio diminuisce dall'alto verso il basso, e da destra verso sinistra, e la blasonatura si fa secondo questa gerarchia.
Un uso molto frequente delle partizione è quello di tradurre araldicamente unioni di ogni natura: matrimoni, annessione di feudi, etc. (voir «pannon»)
:Così l'unione a due si farà spesso con un partito (che ha l'effetto di comprimere in larghezza le figure e di sottolineare la preminenza del destro — su cui si possono fare ricerche) o ancora molto spesso con un inquartato (che non deforma lo scudo originale, e che rappresenta una unione più paritaria: il quarto più prestigioso e quello meno prestigioso per uno, i due intermedi per l'altro)
l'unione di 100px con 90px darà, nel partito: 100px nellinquartato : 100px
Blasonatura: l'uno: d'azzurro alla croce ansata d'oro, l'altro: d'oro alla chimera di verde capelluta di rosso (gueules) ;
produce: partito, d'azzurro alla croce ... e d'oro alla chimera ... ;
e: inquartato, nel 1° e nel 4°, d'azzurro alla croce ... e nel 2° e nel 3°, d'oo alla chimera ...
(la nozione "più egualitaria" è debole: la blasonatura è quasi identica ...)
La partizione può naturalmente essere solo un elemento nella « redazione » del blasone, come in quello di La tour du Pin, in cui il partito serve solo a delimitare i due scomparti del «rebus» (Vedi l'illustrazione precedente).
Le partizioni costituite da numerosi elementi, come lo scaccato ou il rombeggiato o altre ripartizioni, evidenziano più una preoccupazione decorativa, e hanno una funzione simile a quella di una pelliccia che copre l'intero campo.
partito — riprendendo il blasone della sua famiglia d'origine da un lato e quello di suo marito dall'altro.-->
Carichi
Pochi scudi sono di colore uniforme (anticamente «pieno»), la maggior parte sono ornati («caricati») da disegni («carichi») il cui fine tecnico principale è quello di rendere distinguibili univocamente le armi.
Ai motivi geometrici elementari dell'inizio (che hanno costituito il gruppo delle «pezze onorevoli» , con posizione sul campo e dimensione convenzionali), si sono venute ad aggiungere una infinità di figure di ogni sorta : forme geometriche pure, tra cui le pezze ordinarie (o di second'ordine), esseri viventi animali o vegetali, reali o fantastici, oggetti artificiali o naturali.
Il disegno dei carichi è sempre molto stilizzato, talvolta in modo estremo, senza effetti di tridimensionalità o di chiaroscuro (colore a tinta piatta, talvolta con i contorni evidenziati da una linea).
I carichi sono di un solo colore. Ma può succedere che alcuni elementi di un carico complesso siano di un colore differente (ad esempio: un leone rosso con le unghie nere), in questo caso occorre precisarlo con un termine appropriato (leone di rosso armato di nero)
pezze ordinarie
A differenza delle partizioni (che delimitano delle zone allo stesso livello) i carichi si pongono sul campo o su un altro carico (ecco perché caricano) andando a costituire uno spessore (nelle rappresentazioni accurate, questo spessore è evidenziato da un'ombra prodotta sul campo che carica, con la luce che convenzionalmente proviene dal davanti in alto e a destra – convenzione di luce che si ritrova nel disegno architettonico – vedere a fronte l'ombra della croce sul campo).
I carichi possono essere partizionati se sono di grandezza sufficiente e possono essere ornati da altri carichi. (a fronte una croce partizionata : gheronata d'oro e di nero.)
Fra i carichi più rappresentati, oltre le pezze onorevoli, si trovano la croce, il leone, l'aquila, il giglio.
:Il numero praticamente infinito dei carichi ha spinto un gran numero di studiosi di araldica a proporre delle classificazioni. Attualmente non vi è l'unanimità su nessuna di esse. Poiché queste classificazioni non intervengono nella blasonatura, esse rivestono un interesse essenzialmente teorico.
Bibliografia
- Bascapè, Giacomo C. : Insegne e Simboli,Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, 1983, 1064 pagg.
- Bovio, Oreste: L'araldica dell'Esercito,Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, 1985, 234 pagg.
- Caratti di Valfrei, Lorenzo: Araldica,Arnoldo Mondadori Editore,1996,Guide pratiche Mondadori, 192 pagg.
- Cuomo, Franco: Gli ordini cavallereschi nel mito e nella storia di ogni tempo e paese, Newton Compton, 2004, Universale Storica Newton, 10, 304 pagg.
- Fox-Davies, Arthur Charles: Insegne araldiche,Edizioni Orsa Maggiore,1988,Poster Art
- Gelli, Iacopo: Codice cavalleresco italiano,Ulrico Hoepli, 1980, Cisalpino goliardica, 90,
- Gelli, Jacopo: Divise - motti e imprese di famiglie e personaggi italiani,Cisalpino - Goliardica, 1976, Reprint delle Edizioni Hoepli, 610 pagg.
- Gentili, Alessandro: La disciplina giuridica delle onorificenze cavalle, Rassegna Arma dei
Carabinieri,1991,144
- Guelfi Camaiani, Paolo: Dizionario Araldico,Cisalpino - Goliardica,1982,Manuali Hoepli, 590 pagg.
- Manno, Antonio: Vocabolario Araldico Ufficiale, Libreria Romana, 1991, 74 pagg.
- Scordo, Angelo (a cura di): Le armi gentilizie piemontesi da Il Patriziato Subalpino di Antonio Manno, Torino, Edizioni Vivant, Collana di Scienze Ausialiarie della Storia n. 2, 2000, pp. 275.
- Genta,Enrico - Mola di Nomaglio, Gustavo - Rebuffo, Marcello - Scordo, Angelo : I consegnamenti d'arme piemontesi, Torino, Edizioni Vivant, 2000, pp. XI, 651.
- Mola di Nomaglio, Gustavo : Feudalità e blasoneria nello Stato sabaudo, Ivrea, 1992, pp. 307.
- di Montauto, Fabrizio: Manuale di Araldica, Edizioni Polistampa, 1999, 226 pagg.
- von Volborth, Carl-Alexander: Usi, regole e stili in Araldica, Fratelli Melita Editori, 1992, 226 pagg.
- de Aldazaval y Murguia, Don Pedro Hoseph: Compendio heraldico,Martin Joseph de Rada, 1992, 288 pagg.
- Brooke-Little, J.P. : Royal Heraldry - Beast and Badges of Britain, Pilgrim Press, 1994, 24 pagg.
- D'Haucourt, Geneviève & Durivault, George: Le Blason, Presses Universitaires de France, 1992, Que sais-je?, 336, 128 pagg.
- Diderot & d'Alembert: L'Encyclopédie - Art héraldique, Biblioteque de l'Image,2001
- Fox-Davies, A. C. : Complete Guide to Heraldry,Wordsworth Reference,1996,647 pagg.
- Herrera Davila, D.J.-Alvear, D. A. : Lecciones de heraldica,Imprenta del diario de comercio, 1996, 106 pagg.
- Neumann, Wilhelm: Das Wappenbuch C des Karntner Landesarchivs,Verlag des Karntner Landesarchivs, 1980, 216 pagg.
- Prunster, Hans: Gli stemmi dei comuni altoatesini,Landesverband fur Heimatpflege in Sudtirol, 1972, 252 pagg.
- Wenzler, Claude: L'Héraldique,Editions Ouest - France,1997,64 pagg.
- Théodore Veyrin-Forrer, Précis d'héraldique, Larousse, 1951 (réédition 2000, collection «Comprendre et reconnaître», 200 p.)
- Henri Jougla de Morenas, Grand armorial de France : catalogue général des armoiries des familles nobles de France..., Paris : les Éditions héraldiques, 1934-1952, 7 vol. ill. en noir et en coul.
- Michel Pastoureau, Figures de l'héraldique, Paris : Gallimard, 1996. In-12°, 144 p., ill. en noir et en coul. (coll. «Découvertes» n° 284)
- Ottfried Neubecker, le grand livre de l'Héraldique, adaptation française de Roger Harmignies. Bruxelles: Elsevier Séquoia, 1977; réédité par Bordas. ~300 p. A4.
Una bibliografia ragionata dell'araldica merita un capitolo a parte per i numerosi riferimenti di cui si può disporre.
Voci correlate
- Sashimono
Collegamenti esterni
- :fr:Wikipédia:Projet, Blasons
- [http://www.cnicg.net Corpo della Nobiltà Italiana - Circolo Giovanile]
- [http://www.cnicg.net/vocabar.asp Vocabolario Araldico Ufficile della Consulta Araldica]
- [http://www.cnicg.net/legnob.asp Legislazione Araldico-Nobiliare del Regno d'Italia]
- [http://www.heraldica.org/shell/translatf.pl Traduttore araldico]
- [http://www.genealogiaitalia.com/blasonario/index.asp Stemmi e blasoni delle famiglie nobili italiane]
- [http://www.geneawiki.com/index.php/H%C3%A9raldique Geneawiki: Genealogia ed araldica]
- [http://www.vivant.it]
- [http://www.socistara.it]
ja:紋章学
Divina Commedia
Titolo originale: Comedìa - Poema in tre cantiche (Inferno · Purgatorio · Paradiso) di Dante Alighieri.
La Divina Commedia è la più importante testimonianza letteraria della civiltà medievale ed accoglie anche le premesse di nuove idee. Il poema, pur continuando i modi caratteristici della letteratura e dello stile medievali (ispirazione religiosa, fine morale, linguaggio e stile basati sulla percezione visiva e immediata delle cose), tende a una rappresentazione ampia e drammatica della realtà, ben lontana dalla spiritualità tipica del Medioevo, tesa a cristallizzare la visione del reale.
Genesi e storia
La datazione dell'opera è problematica. Probabilmente fu iniziata negli stessi anni in cui vennero interrotti i trattati dottrinali del Convivio e del De vulgari eloquentia, ossia tra il 1305 e il 1307, anche se il Boccaccio sostiene che i primi sette canti dell'Inferno siano stati scritti prima dell'esilio (1302). L'Inferno non contiene notizie posteriori al 1309 (la prima menzione di copie manoscritte è del 1313). Il Purgatorio non contiene riferimenti a fatti posteriori al 1313 e fu divulgato separatamente nei due anni seguenti. Il Paradiso fu forse iniziato nel 1316 e terminato negli ultimi anni di vita del poeta, mentre i singoli canti venivano divulgati man mano che erano compiuti.
Dopo la morte del poeta cominciarono ad apparire commenti alle singole parti. Nell'epistola XIII, Dante spiega a Cangrande il titolo "comedia" (l'aggettivo "divina", usato da Boccaccio nella sua biografia dantesca Trattatello in laude di Dante fu introdotto in un'edizione a stampa del 1555).
La ragione del titolo è retorica e connessa al tema ed al livello linguistico: l'opera inizia con una situazione spaventosa e termina felicemente (la tragedia invece ha inizio piacevole e fine tremenda), e il livello linguistico è dimesso e umile per facilitare la comunicazione (la parlata volgare).
Struttura
La Commedia racconta un viaggio nei tre regni dell'aldilà (in cui si proietta il male e il bene del mondo terreno) compiuto da Dante ("simbolo" dell'umanità), che si affida alla guida di Virgilio (ragione) e poi di Beatrice (fede). Si tratta di un poema didascalico strutturato in terzine di endecasillabi(ABA\BCB), composto da 100 canti suddivisi in tre cantiche di 33 canti ciascuna, più un canto introduttivo posto all'inizio dell'Inferno. L'intera opera consta di 14.233 versi totali: superiore dunque in lunghezza sia all'Eneide virgiliana (9.896 esametri), sia all'Odissea omerica (12.100 esametri).
I numeri hanno una valenza simbolica, [1+33+33+33 = 100, multiplo di 10 = perfezione rappresentata, 3 = Trinità. Il 3 ricorre nella forma metrica (terzina o "terza rima" ossia strofe di tre endecasillabi a rima incatenata ABA\BCB\CDC) i numeri, inoltre, legano le numerose corrispondenze formali del testo (i canti sesti delle tre cantiche sono di tema politico), legando gli episodi in un'intricata rete di valori dottrinali.].
La Commedia è anche una drammatizzazione della teologia cristiana medievale, arricchita da una straordinaria creatività immaginativa.
Occorre distinguere tra:
- struttura cosmologica
- struttura dottrinale
- struttura formale
Struttura cosmologica
La struttura testuale della Commedia coincide esattamente con la rappresentazione cosmologica dell'immaginario medievale. Il viaggio all'Inferno e sul monte del Purgatorio rappresentano infatti l'attraversamento dell'intero pianeta, concepito come una sfera, dalle sue profondità alle regioni più elevate; mentre il Paradiso è una rappresentazione simbolico-visuale del cosmo tolemaico.
L'Inferno era rappresentato all'epoca di Dante come una cavità di forma conica interna alla Terra, allora concepita come divisa in due emisferi, uno di terre e l'altro di acque. La caverna infernale era nata dal ritrarsi delle terre inorridite al contatto con il corpo maledetto di Lucifero e delle sue schiere, cadute dal cielo dopo la ribellione a Dio. La voragine infernale aveva il suo ingresso esattamente sotto Gerusalemme, collocata a 90° rispetto al semicerchio di 180° formato dalle terre emerse.
La metà marina della Terra si estendeva invece su tutta la semisfera opposta al continente euroasiatico. Agli antipodi di Gerusalemme, e quindi al 90° della semisfera acquea, si ergeva l'isola montagnosa del Purgatorio, composta appunto dalle terre fuoriuscite dal cuore del mondo all'epoca della ribellione degli angeli. In cima al Purgatorio, che peraltro era una creazione recente dell'immaginario cristiano legata alla necessità di giustificare la dottrina delle indulgenze, Dante colloca il Paradiso terrestre del racconto biblico, il luogo terrestre più vicino al cielo.
Il Paradiso è strutturato secondo la rappresentazione cosmologica nata all'epoca ellenista con gli scritti di Tolemeo, e risistemata dai teologici cristiani secondo le esigenze della nuova religione. Nel suo rapimento celeste dietro l'anima di Beatrice, Dante attraversa dunque i nove cieli del cosmo astronomico-teologico, al di sopra dei quali si distende il Pleroma infinito - Empireo - in cui ha sede la Rosa dei Beati, posti a diretto contatto con la visione di Dio.
Ai nove cieli corrispondono nell'Empireo i nove cori angelici che, col loro movimento circolare intorno all'immagine di Dio, provocano il relativo movimento rotatorio del cielo a cui ciascuno di essi è preposto - questo secondo la dottrina dell'Atto Puro o Primo Mobile desunta dalla Metafisica di Aristotele.
La struttura cosmologica della Commedia è strettamente connessa alla struttura dottrinale del poema, per cui la collocazione dei tre regni, e, al loro interno, l'ordine delle anime - ovvero delle pene e delle grazie-, corrisponde a precisi intendimenti di ordine morale e teologico.
In particolare, la topografia dell'Inferno comprende i seguenti luoghi:
un ampio vestibolo o Antiferno, dove vengono puniti coloro che nessuno vuole, né Dio né il demonio: gli ignavi.
Il fiume Acheronte, che separa il vestibolo dall'inferno vero e proprio.
Una prima sezione costituita dal Limbo, immerso in una tenebra perenne.
Una serie di cerchi meno scoscesi in cui patiscono i peccatori incontinenti.
La città infuocata di Dite, le cui mura circondano la voragine finale.
Il cerchio dei violenti in cui scorre il fiume sanguigno del Flegetonte.
Un burrone scosceso, che dà all'ottavo cerchio, chiamato Malebolge: il cerchio dei fraudolenti.
Il pozzo dei Giganti.
Il lago ghiacciato di Cocito, dove sono immersi i traditori.
La topografia del Purgatorio è invece così strutturata:
un Antipurgatorio, costituito da una spiaggia su cui vengono traghettate le anime dall'angelo nocchiero che le preleva alla foce del Tevere. Specularmene all'Inferno, in esso subiscono la loro purificazione i negligenti, i tardi cioè a pentirsi.
Ai piedi del monte, ancora parte dell'Antipurgatorio, c’è una valletta fiorita in cui espiano i loro peccati i principi negligenti.
Il purgatorio vero e proprio è un monte scosceso, formato da ampi dirupi e cerchi rocciosi, a ciascuno dei quali è preposto un angelo guardiano.
Sulla cima del monte c’è il Paradiso terrestre, che ha l'aspetto di una foresta rigogliosa, popolata di figure allegoriche.
I nove cieli del Paradiso sono i sette del sistema tolemaico – Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno – più il cielo delle Stelle fisse e del primo mobile.
Struttura dottrinale
La struttura dottrinale coincide con l'impianto teologico-filosofico proprio della poetica di Dante. La complessità degli schemi adottati dal poeta richiede che la materia venga trattata in apposite voci di approfondimento.
- Struttura dell'Inferno (con link ai canti)
- Struttura del Purgatorio (con link ai canti)
- Struttura del Paradiso (con link ai canti)
Tematiche e contenuti
Il viaggio ultramondano è compiuto fra l'8 ed il 15 aprile (Settimana Santa) del 1300 (primo Giubileo).
personale universale (redenzione dell'umanità)
- Autobiografico: redenzione dell'anima del poeta dopo il periodo di traviamento (selva oscura)
- Redenzione politica: l'umanità con la guida della ragione (Virgilio) e dell'impero raggiunge la felicità naturale (Paradiso Terrestre = giustizia e pace)
- Redenzione religiosa: la guida della fede (Beatrice), porta alla felicità soprannaturale (Paradiso)
Dante rappresenta cielo e terra, ma la terra trova nel poema una rappresentazione nuova, una profonda comprensione della realtà umana. In Dante è presente un modo nuovo e disincantato di percepire la storia, il racconto storico abbraccia il corso dei secoli con la storia dell'impero romano e cristiano, delle lotte fiorentine tra Bianchi e Neri, una larga considerazione prospettica della storia della Chiesa e della storia contemporanea del Papato.
L'osservazione della natura è accurata e armoniosa, accentuata nel suo valore prospettico, ricca e determinata. Le note geografiche e visive si succedono.
Il paragone è lo strumento con cui il poeta ritrae il reale mediante un intreccio di notazioni varie e reali. La natura dantesca scaturisce sempre da un riferimento personale ed è, non di rado, attratta nell'orbita drammatica della rappresentazione. Tutto in Dante ha un valore soggettivo, il poema non è solo la storia dell'anima cristiana che si volge a Dio, ma anche la vicenda personale di Dante, inestricabilmente intrecciata agli avvenimenti che narra. Dante è sempre attore e giudice.
Il carattere autobiografico prevale nella poesia rende Dante, la profezia religiosa e politica, si sviluppa su un terreno di esperienze personali, dichiaratamente espresse, e di aspirazioni precise. Dante sovrappone la profezia ai fatti concreti e non li dimentica, né insegue sogni vaghi e irrealizzabili di rinnovamento come i profeti medievali, infatti il suo vagheggiamento di un rinnovamento religioso, morale e politico ha obiettivi ben precisi: una ritrovata moralità della Chiesa, la restaurazione dell'Impero, la fine delle lotte civili nelle città.
L'allegoria, è il fondamento del poema ed è il segno più scoperto del suo medievalismo: il mondo è raffigurato suddiviso: da un lato la realtà storica e concreta, dall'altro il sopramondo, ossia il significato della realtà storica trasferita sul piano morale e su quello ultraterreno. Il costante riferimento al sopramondo attesta, la subordinazione medievale di ogni realtà a un fine morale e religioso. Siffatta subordinazione è rigida e imperante e nell'assoluto valore dell'allegoria, nella fedeltà ai modi e allo stile ereditati dalla letteratura precedente è il medievalismo di Dante.
Modelli e fonti
Lingua e stile
Dante non si può scindere dalla tradizione poetica provenzale, come dalla poesia provenzale non si può separare lo Stil Nuovo di cui Dante fu insigne rappresentante. Stile e linguaggio danteschi derivano da modi caratteristici della letteratura latina medievale: la giustapposizione sintattica (brevi elementi successivi) cesure, stacchi, uno stile che non conosce la fluidità e il modo mediato e legato dei moderni. Dante ama l'espressione concentrata, il rilievo visivo e rifugge dai legami logici, il suo linguaggio è essenziale.
Studi e Fonti
Poco si sa circa gli studi di Dante; si presume che egli abbia studiato in casa. Quasi sicuramente studiò la poesia toscana, nel momento in cui la Scuola poetica siciliana, un gruppo culturale originario della Sicilia, stava cominciando ad essere conosciuta in Toscana. I suoi interessi lo portarono a scoprire i menestrelli ed i poeti provenzali e la cultura latina.
Evidente è la sua devozione per Virgilio (Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,/ tu se' solo colui da cu'io tolsi/ lo bello stilo che m'ha fatto onore, Inferno v. 79 canto I)) anche se la Divina Commedia mette in gioco una complessa tradizione classica e cristiana esaltando la cultura del Nostro; volendo ricordare alcune fonti si può iniziare dal verso 32 dell'Inferno "Io non Enea, io non Paulo sono" in cui sono presentati i due testi chiave sui quali si bassa la sua opera: l'Eneide, (in particolare il canto VI) e la seconda Lettera ai Corinzi di s.Paolo, là dove racconta del suo rapimento estatico.
Numerosi altri testi agiscono sulla fantasia di Dante, dal Somnium Scipionis (libro VI della Repubblica di Cicerone), in cui viene narrata la visione delle sfere celesti e la dimora delle grandi anime, allApocalisse di S.Giovanni, come la meno nota Apocalisse apocrifa di s.Paolo (condannata da S.Agostino, ma molto diffusa nel basso Medioevo) che contiene alcune descrizioni delle pene infernali e la prima generica definizione dell'esistenza del Purgatorio. Il tema della visione ebbe grande fortuna nel Medioevo, e molti di questi racconti d'esperienze mistiche erano note a Dante, come la Navigatio sancti Brendani, la Visio Tungdali e i Dialoghi di s.Gregorio Magno.
Molto spesso è Dante, presentandoci i vari autori nella sua opera, a lasciarci una visione superficiale della sua biblioteca, ad esempio, nel cielo del Sole (canti X e XII) del Paradiso incontra due corone di spiriti sapienti, e tra questi mistici, teologi, canonisti, filosofi troviamo Ugo di San Vittore, Graziano, Pietro Lombardo, Gioacchino da Fiore, ecc.
Altre fonti più recenti e di più superficiale incidenza nella Divina vanno considerati i rozzi poemetti di Giacomino da Verona (De Ierusalem coelesti e De Babilonia civitate infernali) il Libro delle tre scritture di Bonvesin de la Riva, con la descrizione dei regni dell'al | | |