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Ercolano
Ercolano è un comune di 54.699 abitanti della provincia di Napoli. La leggenda narra che Ercole, il mitico eroe greco, giunto in Italia dall'Iberia dove aveva compiuto una delle sue fatidiche imprese, fondò fra Napoli e Pompei una piccola città che prese il suo nome, Herculaneum.
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Cenni storici
Ercolano era una piccola e tranquilla città sulle estreme pendici del Vesuvio, distante appena quattro miglia da Neapolis/Napoli. Circa le sue origini, poco note, Dionigi d’Alicarnasso la voleva fondata da Ercole e quindi, al di là d’ogni implicazione leggendaria, la riteneva d’origine greca, mentre Strabone – poco attendibilmente – la riteneva una città osca in seguito conquistata dagli Etruschi e dai Pelasgi e quindi dai Sanniti. Certo è che la città, almeno fin dal VI secolo a. C., dovette cadere sotto il dominio greco, fortemente attestato in tutta la Campania, e passare nelle mani dei Sanniti sulla fine del V secolo a. C. Incerto è il ruolo svolto da Ercolano nella seconda guerra sannitica; sappiamo invece che partecipò alla guerra sociale, ma che fu vinta ed espugnata nell’89 a. C. da un legato di Silla, Tito Didio, divenendo municipio romano. La vita della città continuò fino alla prima età imperiale senza avvenimenti di rilievo, ed Ercolano rimase un piccolo e colto centro di provincia, favorito da un clima e da un paesaggio incantevoli, che ne fecero il luogo di villeggiatura di Romani benestanti e addirittura di membri della famiglia imperiale. Gravemente danneggiata dal terremoto del 62 d. C., la città venne cancellata dalla faccia della terra dall’eruzione del Vesuvio (79 d. C.), che la coprì con un’ingentissima massa di fango – cenere ed altri materiali eruttivi trascinati dall’acqua piovana – che, penetrando in ogni apertura, si solidificò in uno strato compatto e duro di 15-20 metri.
Queste particolari circostanze che hanno portato al seppellimento di Ercolano, se da un lato ne hanno reso e ne rendono tuttora assai arduo lo scavo, dall’altro hanno permesso la conservazione di materiali altamente deperibili, come il legno, i papiri e gli stessi alimenti, sigillati nel fango.
Dopo molto secoli dal suo seppellimento e dopo che su parte del territorio s’era installata la città moderna di Resìna, la riscoperta d’Ercolano avvenne in circostanze del tutto casuali, al principio del XVIII secolo, quando il principe austriaco D’Elboeuf, proprietario d’una villa a Portici, seppe che un pozzo scavato nell’orto dei Frati Alcantarini s’era imbattuto in un antico edificio adorno di marmi: il teatro di Ercolano. L’Elboeuf continuò l’esplorazione del monumento, asportando statue, marmi di rivestimento, colonne, iscrizioni e bronzi, che vennero raccolti nella Villa Reale di Portici.
Fra il 1738 e il 1765 si svolse la prima regolare campagna di scavo sotto il patrocinio di Carlo di Borbone e la direzione dell’Alcubierre (assistito da Carlo Weber) prima e di Francesco La Vega poi. Condotta in condizioni d’estrema difficoltà, l’esplorazione si svolse tramite cunicoli sotterranei che, una volta asportate le opere d’arte, venivano richiusi; furono raggiunti alcuni templi, la cosiddetta Basilica e la Villa dei Papiri. Fortunatamente Carlo Weber iniziò la stesura di una pianta in base alle scoperte effettuate, completata da Francesco La Vega, importantissima per le ricerche successive.
Dal 1828 al 1835 e dal 1869 al 1875 gli scavi, condotti finalmente a cielo aperto, non diedero che modesti risultati. Ripresi nel 1927 da Amedeo Maiuri, sono tuttora in corso. Recenti ritrovamenti hanno dimostrato che, come a Pompei, non tutti gli abitanti d’Ercolano riuscirono a mettersi in salvo dall’eruzione, come si pensava, non avendo trovato vittime nell’area urbana. Numerosi scheletri sono stati, invece, rinvenuti nella fascia di terra che separava la città dal mare: uomini, donne, bambini d’ogni ceto sociale, colti dal fiume di fango mentre tentavano di fuggire, alcuni portando con sé monili ed altri oggetti.
Ercolano ci appare oggi solo in una parte della sua estensione, quella più vicina al mare, mentre restano ancora sepolti parte del Foro, i templi, numerose case e le necropoli, specialmente per il fatto che vengono a trovarsi sotto il moderno abitato di Resìna.
Scavi archeologici di Ercolano
La visita della città può essere iniziata dal Cardine III, su cui affacciano numerose abitazioni. La prima sulla sinistra è la Casa di Aristide, cui segue la Casa d’Argo, che deve il suo nome ad una scena con Io ed Argo, già dipinta su una parete della grande sala del peristilio, oggi completamente scomparsa. Doveva essere questa una delle più nobili dimore ercolanesi, con un ampio giardino circondato da uno splendido peristilio con colonne e pilastri.
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L’adiacente Casa del Genio è ancora in parte da scavare, ma dalla zona attualmente visitabile, limitata all’ingresso secondario, pochi ambienti ed il peristilio, s’intuisce il suo carattere signorile. Il nome della casa deriva da una statuetta marmorea di amorino o genietto che fu qui rinvenuta e che costituiva la decorazione di un candelabro. Molto curata doveva essere la sistemazione del giardino, al centro del quale si vede ancora la vasca d’una fontana, di forma rettangolare piuttosto allungata e con due absidi sui lati corti.
Nell’abitazione di fronte i primi esploratori del 1831 rinvennero dei resti umani, ed in virtù di questo fatto, essa viene tuttora denominata Casa dello Scheletro. Della costruzione, originariamente a due piani, rimane solo il pianterreno, col suo atrio dal tetto completamente chiuso e senza la vasca sul pavimento. Un elegante ninfeo s’affaccia sul vasto triclinio, mentre in un cortile che dava aria e luce ad una grande sala absidata è un altro ninfeo con un sacello finemente decorato.
Tornando sui nostri passi, raggiungiamo la Casa del’Albergo, così chiamata solo per la sua ampiezza, mentre era sicuramente un’elegante e ricca abitazione privata, in splendida posizione panoramica verso il mare. Le sue strutture architettoniche e la disposizione risultano molto interessanti, anche se la casa c’è pervenuta in pessimo stato di conservazione, per i danni causati durante l’eruzione dal torrente di fango e per i cunicoli scavati dai primi esploratori. Edificata in età augustea e successivamente alquanto modificata, comprende numerose stanze ai fianchi dell’atrio, un bagno privato, un grande peristilio (col giardino ad un livello inferiore a quello del portico) ed un ampio quadriportico-belvedere, sotto al quale erano stati ricavati alcuni ambienti. Da alcune trasformazioni subite dalla casa sembrerebbe che, danneggiata dal terremoto del 62 d. C., sia stata venduta a dei nuovi proprietari, che l’avrebbero convertita in abitazione mercantile con botteghe ed officine.
Uscendo da quest’ultima casa sul Cardine IV, ci si trova di fronte la Casa dell’Atrio a Mosaico, con l’ingresso e l’atrio a mosaico. Il teblino, in asse con gli altri due ambienti, è chiuso sul fondo e diviso da due file di pilastri in navate. I restanti ambienti si trovano di fianco a questi e sono orientati verso il mare, per goderne la vista. Un portico finestrato con al centro il giardino mette in comunicazione l’atrio col triclinio e le altre stanze di rappresentanza. Sul lato orientale del portico si aprono quattro cubicoli, con pitture su fondo rosso, disposti ai lati d’un’esedra finemente decorata con pitture architettoniche e con le scene del Supplizio di Dirce e di Diana al bagno, entrambe ambientate in ariosi paesaggi. La casa termina, al di là del triclinio, con un loggiato ed una terrazza. Ai lati del loggiato sono due piccoli padiglioni che avevano anche la funzione di belvedere. Numerose parti lignee della casa sono state rinvenute e ricollocate al loro posto: ben conservati sono una culla ed un tavolino in legno.
Poco oltre, a sinistra, è la Casa dell’Erma di bronzo, di forma stretta e allungata, che può essere considerata un esempio d’abitazione sannitica. Nel tablino è conservata un’erma vigorosa ed incisiva, anche se di fattura piuttosto grossolana, probabilmente raffigurante il proprietario della casa. A destra del tablino una scala conduceva alle stanze del piano superiore.
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Segue la Casa a Graticcio, interessante per la particolare tecnica costruttiva, l’opus craticium: le pareti, al piano inferiore come a quello superiore, sono realizzate con pilastri laterizi ed intelaiature lignee riempite di opus incertum. Si tratta d’un tipo di costruzione molto economico e di rapida realizzazione, che doveva essere piuttosto diffuso tra il ceto popolare, di cui però questo d’Ercolano è il più compiuto e meglio conservato esempio. Anche la disposizione degli ambienti lascia intuire che qui coabitavano più famiglie. La facciata della casa si presenta con un piccolo portico sovrastato da un loggiato. Il largo ingresso conduce, invece che nell’atrio, in un cortiletto scoperto da cui prendono luce gli ambienti dei due piani. Particolarmente interessanti sono le stanze del piano superiore, con la povera suppellettile ancora al suo posto: i telai lignei dei letti, una tavola di marmo, un armadio con le stoviglie e pochi oggetti di corredo, le statuette dei Lari, ci fanno sentire straordinariamente vicini alle persone che abitarono qui. La casa comprendeva un altro quartierino, reso indipendente da una scala e scarsamente illuminato, ad eccezione della facciata, dov’erano sistemati il letto tricliniare ed un piccolo larario domestico.
Dall’altro lato della strada è la Casa dell’Alcova, risultato dall’unione di due abitazioni, la prima delle quali composta da ambienti piuttosto modesti, probabilmente rustici, mentre l’altra costituiva la dimora signorile, ed era riccamente decorata. L’atrio è coperto e conserva la pavimentazione in opus tessellatum ed opus sectile. Si apre su una sala bicliniare con pitture del quarto stile e su un grande triclinio originariamente pavimentato in marmo. Un corridoio conduce ad altri ambienti che prendono luce da un piccolo cortile, tra cui un’alcova absidata.
Adiacente è la Casa della Fullonica (lavanderia): una modesta dimora nella quale una famiglia d’artigiani viveva ed esercitava il proprio mestiere. Vi si possono ancora vedere le vasche in cui venivano lavati i panni.
Dirimpetto è la Casa del tramezzo di legno, risalente all’età sannitica, ma alquanto trasformata in epoca augustea. Particolarmente interessante è la facciata, in ottimo stato di conservazione. La casa, originariamente un’elegante e nobile dimora signorile, intorno alla metà del I secolo d. C., venne divisa in quartieri d’affitto per più famiglie, che potevano altresì usufruire di alcuni servizi comuni. Per realizzare questa trasformazione, fu necessario costruire un secondo piano al di sopra dell’atrio, mentre alcune stanze che s’affacciavano sulla strada vennero adibite a botteghe. Particolarmente maestoso è il grande atrio tuscanico con al centro l’impluvium (la vasca per la raccolta delle acque piovane), e dal quale si può accedere al cubicolo situato a destra della fauce, con un mosaico pavimentale a disegni geometrici. Qui è conservata una mensa in marmo rinvenuta al piano superiore, cui fa da base una statuetta della divinità frigia Atthis. La casa deve il suo nome al grande tramezzo ligneo dividente l’atrio dal tablino, conservato per due terzi (manca una delle tre porte a due battenti: doveva trattarsi d’un elemento piuttosto comune nelle case romane, ma la deperibilità del materiale in cui era realizzato – il legno – rende il suo rinvenimento in questa casa quanto mai eccezionale. Nelle bacheche sistemate nell’atrio si vedono gli oggetti trovati nella casa, tra cui alcuni legumi secchi. Dal tablino si passa in un giardinetto con portico a pilastri, su cui affacciano alcune stanze ed il triclinio.
Oltrepassata un’abitazione a pianta stretta ed allungata con la sala di fondo ornata da pitture di quarto stile, voltiamo a sinistra, trovandoci nel Decumano inferiore, di fronte all’imponente complesso delle Terme Centrali. Composte, com’era consueto per questo di tipo di edifici, da due parti, una riservata agli uomini e l’altra alle donne, risalgono all’età augustea, ma subirono rifacimenti in posteriore. Si accede alla sezione maschile dal Cardine III, dove un lungo corridoio immette nella palestra porticata su tre lati, che veniva usata dai frequentatori delle terme non solo per gli esercizi ginnici, ma anche come luogo d’attesa o di ritrovo. Di qui si passa nello spogliatoio (apodyterium), con volta a botte, sedili su tre lati e mensole per appendere le vesti. Una grande vasca a forma di labrum in marmo cipollino è ancora al suo posto, nell’abside della parete di fondo, mentre ben poco resta della piccola vasca rettangolare che si trovava nelle vicinanze. Dallo spogliatoio si passa direttamente nel frigidarium e nel tepidarium. Il primo, di dimensioni piuttosto ridotte, presenta una volta a cupola dipinte con animali marini raffigurati sul fondo d’un mare grigio-celestino, che, riflettendo nelle acque della vasca centrale, dava l’impressione di trovarsi, a chi vi s’immergesse, in un mare popolato di pesci.
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Il tepidarium, riscaldato mediante circolazione d’aria calda sotto al pavimento, rialzato da colonnine di terracotta (suspensurae), conserva un’interessante pavimentazione musiva, con un tritone circondato da quattro delfini. Una porta immette nel grande calidarium, riscaldato sempre col sistema delle suspensurae, dotato di vasca per i bagni d’acqua calda e di labrum per le abluzioni con acqua fredda. Più piccole e sobrie nella decorazione, ma meglio conservate, sono le terme femminili, con ingresso dal Cardine IV: una porta immetteva nella vasta aula che fungeva da vestibolo, ma sicuramente anche da sala d’attesa. Di qui un piccolo e stretto vestibolo conduce all’apodyterium, simile nella decorazione a quello della sezione maschile e con sul pavimento un mosaico del tipo di quello del tepidarium maschile, raffigurante un tritone con una pala di timone sulla spalla, circondato da un amorino, quattro delfini, un polpo ed una seppia. Sempre per quanto riguarda la parte femminile delle terme, interessante è il pavimento musivo del tepidarium a disegni geometrici e pannelli con emblemata decorativi; ampio e spazioso è il calidarium, illuminato da un occhio aperto sulla sommità della volta. A questi si devono aggiungere altri ambienti, come quello dov’erano sistemate le caldaie per il riscaldamento d’entrambe le sezioni; annessi alla palestra erano infine alcune stanzette ed uno sferisterio per il gioco della palla.
Tornando sul Cardine III, c’è sulla sinistra l’Insula VII, in gran parte ancora da esplorare, perché si trova al di sotto dell’abitato moderno. Vi è stata portata alla luce parte di due abitazioni, una delle quali, detta Casa di Galba, aveva un bellissimo peristilio d’epoca preromana, le cui colonne doriche in tufo furono poi ricoperte di stucchi, mentre si provvedeva a chiudere gli intercolunni con un podio.
Oltrepassate le terme, si raggiunge la Casa a due atri con una pianta piuttosto singolare, probabilmente scelta per sfruttare nel miglior modo possibile lo spazio, non molto ampio, a disposizione. Al primo atrio, col tetto sorretto da quattro colonne, segue il tablino, quindi un altro atrio ed infine una vasta sala; gli alloggi sono disposti lungo il lato sinistro. La facciata della casa, piuttosto semplice, presenta un portale con architrave tufaceo ed una cornice laterizia che segna all’esterno la divisione in due piani.
Antica e nobile era la Casa del Colonnato Tuscanico: fu eretta in epoca sannitica con grandi blocchi di tufo e successivamente restaurata. Dopo il terremoto del 62 d. C., dovette almeno in parte perdere il suo carattere signorile, poiché due ambienti prospicienti la pubblica via furono convertiti in botteghe. La casa si distingue per il suo splendido peristilio con un maestoso colonnato tuscanico, su cui affacciano il triclinio, alcune sale di rappresentanza e gli alloggi signorili. La decorazione degli ambienti venne effettuata in due epoche differenti, cosicché possiamo vedere pitture sia di terzo che di quarto stile. Nella casa è stata rinvenuta una grossa somma di monete d’oro (circa 1.400 sesterzi) nascosta dal suo ricco proprietario, probabilmente poco prima di lasciare la casa.
Poco oltre il cardine sbocca nel Decumano Massimo, la principale arteria di Ercolano, centro della vita cittadina.
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Il primo edificio che s’incontra, già nell’area del Foro, è il cosiddetto Sacello degli Augustali, probabilmente centro del culto imperiale e al tempo stesso sede del Collegio degli Augustali, o forse Curia cittadina. Si tratta di una grande sala simile ad un atrio tetrastilo d’abitazione privata: il tetto, infatti, è sostenuto da quattro colonne e la luce piove dall’alto, tramite un lucernario. Al centro della parete di fondo è un piccolo ambiente, il sacello vero e proprio, dove si dovevano svolgere i riti in onore dell’Imperatore; le sue pareti sono decorate da fini pitture, tra cui due pannelli figurate, uno con Ercole, Giunone, e Minerva e l’altro con Nettuno ed Anfitrite.
Dall’altra parte della strada sorgeva l’edificio comunemente chiamato Basilica, parzialmente esplorato mediante cunicoli tra il 1739 ed il 1761. Era, come risulta dalle descrizioni e da una pianta del tempo, una vasta aula rettangolare, divisa in tre parti da file di colonne. Nella parete di fondo era un’esedra con ai lati due nicchie minori, dov’erano raffigurati Teseo col Minotauro ed Ercole con Telefo. Tutte le pareti, del resto, erano ornate da un’interessantissima serie di dipinti, alcuni dei quali sono stati staccati e si trovano al Museo Nazionale di Napoli, mentre altri sono andati irrimediabilmente perduti. Nell’edificio, inoltre, venne rinvenuto un gran numero di sculture marmoree e bronzee, tra cui due statue equestri di M. Nonio Balbo, le statue-ritratto del padre, della madre e delle figlie di questi ed alcune statue imperiali.
Il Foro di Ercolano era attraversato dal Decumano Massimo, la cui carreggiata raggiungeva la notevole ed inconsueta larghezza di 12-14 metri, venendo così a costituire la platea del Foro, riservata al traffico pedonale. Dei cippi posti alle sue estremità e gradini sistemati allo sbocco dei Cardini interdivano il traffico ad ogni tipo di veicolo. Il Foro civile era separato dal mercato da un grande arco quadriforme rivestito di marmi e stucchi e adorno di statue. Sul lato settentrionale della parte commerciale del Foro è stato portato alla luce un singolare complesso, preceduto da un portico a colonne e pilastri, sotto il quale si apre tutta una serie di botteghe; superiormente c’erano almeno altri due piani, con abitazioni d’affitto.
Dall’altro lato della strada, tra botteghe ed officine, è l’ingresso ad una delle più lussuose dimore d’Ercolano, la Casa del Salone Nero, che ancora conserva uno dei battenti in legno della porta. Deve il nome ad una grande sala che s’affaccia sul peristilio, decorata da pilastri e candelabri dipinti su fondo nero. Ben conservato è un larario a forma di tempietto, con colonnine lignee sormontate da piccoli capitelli marmorei.
La casa più grande ed elegante della zona del Foro era però la Casa del Bicentenario, portata alla luce nell’ottobre del 1938, quando ricorreva il secondo centenario degli scavi di Ercolano. Regolare nell’impianto, la casa presenta un ampio e solenne atrio tuscanico con tetto compluviato e pavimento a mosaico bianco e nero. Le pareti sono decorate con finte architetture ed animali, secondo il quarto stile pittorico. Sul fondo è il tablino, fiancheggiato dalle due alae, di cui quella a destra risulta separata dall’atrio mediante un elaborato cancello ligneo a transenna: forse qui erano conservati degli oggetti preziosi, oppure vi s’esponevano le imagines maiorum. Ben conservato è il tablino, col pavimento in opus tessellatum bianco listato di nero includente al centro un quadro rettangolare in opus sectile contornato da una fascia a treccia. La decorazione pittorica è finissima: in basso corre uno zoccolo nero con elementi vegetali; quindi la parete risulta divisa da eleganti fasce con tralci, volute, mascherette e vasi in tre pannelli, di cui quello centrale ornato da un quadro figurato, mentre in quelli laterali sono dei piccoli medaglioni; al di sopra è una fascia con amorini cacciatori su fondo nero. Al piano superore erano dei modesti alloggi, probabilmente dati in affitto a qualche famiglia quando la casa perse, almeno in parte, il suo carattere nobile. Qui, sulla parete di fondo d’un piccolo ambiente, si vede un pannello d’intonaco con un grande segno di croce tracciato in profondità, nel quale poteva essere incassata una croce lignea in seguito asportata. Due pannelli in legno dovevano proteggere da sguardi indiscreti la croce, al di sotto della quale era un piccolo armadio ligneo, vicino nella forma agli altari sui quali venivano innalzati i larari domestici ad Ercolano e Pompei. Tutti questi elementi sembrerebbero provare che ci troviamo di fronte alla più antica testimonianza del culto della Croce e quindi un elemento importantissimo per la storia della religione cristiana, che sappiamo diffusa in Campania da San Paolo, sbarcato a Pozzuoli nel 61 d. C.
Imbocchiamo il Cardine IV dove, dopo una modesta abitazione a carattere utilitario con bottega sul Foro, sorge la Casa del Bel Cortile, articolata su due piani e con una disposizione degli ambienti piuttosto insolita ed originale. La stanza d’ingresso, allungata e con un basso soffitto, svolge la duplice funzione di vestibolo e di atrio. Alla sua destra sono tre piccole stanze rustiche, mentre dal fondo s’accede al suggestivo cortile. Qui una scala esterna con parapetto e ballatoio, simile a quelle tipiche dell’architettura civile italiana del Medioevo, conduce al piano superiore, dove sono gli alloggi, messi in comunicazione l’uno con l’altro dal ballatoio, ed una balconata in legno sporgente dal prospetto della casa.
Adiacente è la Casa del Mosaico di Nettuno e Anfitrite, appartenuta all’ignoto mercante, ricco e raffinato, che esercitava il suo commercio nella vasta bottega aperta sulla strada e comunicante col resto dell’edificio. Arredata con estrema cura, la bottega è giunta sino a noi in ottimo stato di conservazione, con ancora le merci sul bancone e le anfore vinarie sistemate in ordine in una scansia. La sistemazione degl’ambienti della casa è semplice: dall’atrio s’accede al tablino, e quindi al triclinio estivo con una mensa tricliniare in muratura rivestita di marmo e con le pareti coperte da fini mosaici. Sul lato di fondo è un ninfeo con una nicchia centrale absidata affiancata da due nicchie rettangolari di minori dimensioni, il cui prospetto è rivestito da un mosaico a paste vitree: da quattro vasi (cantaroi) posti alla base degli stipiti delle nicchie prendono origine altrettanti cespi di vite che salgono sinuosamente fino agli architravi delle nicchie laterali; qui iniziano due scene di caccia (con cani e cervi su un fondo azzurro intenso) sovrastate da festoni di foglie e frutta e riquadrate da un’elegante cornice. Gli orli delle nicchie ed il loro fondo sono ornati da conchiglie e madreperle, mentre alcune maschere teatrali ed una vigorosa testa di sileno sono collocate sul fastigio del ninfeo e sulla parete di fondo del cortile. Sulla parete a lato del ninfeo è il quadro musivo che ha dato il nome alla casa, con Nettuno ed Anfitrite inquadrati in una fantasiosa ed elaborata composizione architettonica. Le stanze del piano superiore, il cui interno ci appare fin dalla strada, in quanto il terremoto che s’accompagnò all’eruzione abbatté le loro pareti sul prospetto, conservano parte della loro decorazione pittorica e della loro suppellettile. Una statuetta di Giove che si trovava nell’atrio ed una piccola erma bronzea di Ercole confermano il gusto raffinato del proprietario della casa.
Elegante dimora signorile, anche se sobria e di modeste dimesioni, la Casa del Mobilio Carbonizzato è stata edificata in epoca preromana, come dimostra la disposizione degli ambienti intorno all’atrio e al piccolo cortile posteriore, e venne completamente ridecorata con pitture di terzo e quarto stile in età claudia. L’ampio portale immette in una fauce che ha sulla destra il triclinio, con alle pareti pitture di quarto stile: finte architetture in cui sono inseriti i realistici quadretti d’un galletto e d’una natura morta. Sul fondo dell’atrio s’aprono due ambienti: il tablino ed una stanza con un finestrone che dà sul cortiletto. Da questo medesimo cortile prende luce, mediante tre finestre, una saletta dove si possono ancora vedere un letto tricliniare ed un tavolino di legno, insieme con del vasellame in terracotta ed in vetro. Il cortiletto, che poteva fungere anche da piccolo giardino, con un’aiuola centrale ed alcune piante, era usato per la raccolta dell’acqua piovana, conservata poi in una cisterna. Sul fondo è un larario domestico a forma di tempietto decorato da stucchi e pitture, con un grazioso timpano sorretto da due colonnine.
Del tutto diverso era il carattere della vicina Casa del Telaio dove un artigiano aveva la sua umile abitazione ed il suo laboratorio.
La Casa Sannitica è tra le più antiche dimore di Ercolano e conserva ancora in parte il suo aspetto originario, risalente agli ultimi decenni del II secolo a. C. La facciata è preceduta da un marciapiedi eseguito molto accuratamente; l’elegante portale con i piedritti in blocchi di tufo sovrastati da capitelli corinzi dà accesso alla fauce, con decorazione di primo stile (bugnato in stucco policromo ad imitazione del marmo). Interessantissimo è l’atrio, nella cui parte alta è un elegante loggiato di colonnine ioniche i cui intercolunni sono chiusi da una graziosa transenna marmorea rivestita di stucco. Vi si possono anche vedere alcuni oggetti rinvenuti nella casa, come una statuetta frammentaria di Venere e parte dei piedi d’un tavolo in legno, a forma di cani. Gli ambienti del pianterreno mostrano, con la loro fine decorazione, l’originario carattere signorile della casa. Per quanto riguarda il piano superiore, invece, si vede chiaramente che in un secondo tempo vi furono ricavati piccoli appartamenti d’affitto, resi indipendenti grazie ad una ripida scala di legno. La casa originariamente possedeva un giardino, in seguito ceduto all’attigua Casa del Gran Portale.
Si entra nella Casa del Gran Portale per il suo elegante ingresso affiancato da due colonne laterizie inizialmente stuccate e dipinte in rosso, sormontate da capitelli in pietra, corinzi ma con figurette di Vittorie alate. Sopra i capitelli corre l’architrave in mattoni, sormontata da una cornice dentellata. All’interno, la disposizione degli ambienti è piuttosto inconsueta: manca l’atrio, e le varie stanze affacciano su un vestibolo molto allungato, comunicante col cortiletto scoperto da cui prendono luce gli ambienti e dove avveniva la raccolta delle acque piovane. Le pareti dei vari ambienti mostrano fini pitture di quarto stile. Notevole è la decorazione del triclinio, che ha sulla parete di fondo un quadretto dionisiaco. Sul fondo del vestibolo si nota una parete con eleganti architetture dipinte su fondo nero, includenti al centro un grazioso quadretto con farfalle ed uccelli che beccano ciliegie. Fa parte dell’edificio anche una bottega aperta sulla strada, completamente indipendente dal resto della casa e forse concessa in affitto.
Percorrendo il Cardine V verso sud, vediamo sulla destra la Casa della Stoffa, dove abitava e lavorava una famiglia d’artigiani e mercanti di stoffe, com’è provato dai numerosi brani di tessuto rinvenuti in uno stanzino del pianterreno.
Quella seguente è la più raffinata ed elegante dimora finora rinvenuta nella città. Fa parte di quel gruppo di case dette “panoramiche”, in quanto costruite in modo da poter sfruttare al massimo lo splendido panorama del golfo che s’apriva dinanzi a loro. Databile all’epoca claudio-neroniana, la Casa dei Cervi appare razionalmente divisa in due zone distinte: quella dell’ingresso, con l’atrio ed il triclinio, e quella delle terrazze panoramiche, messe in comunicazione da un grande portico chiuso da finestre. La fauce immette in un atrio di modeste dimensioni e privo dell’apertura del tetto (compluvium) che della vasca per la raccolta delle acque (impluvium). Segue una grande sala tricliniare con le pareti ornate sobriamente da fini architetture ed altri motivi su fondo nero e con un pavimento in mattonelle di diversi tipi di marmo. Qui si possono ammirare i due celebri gruppi marmorei raffiguranti Cervi assaliti da cani, rinvenuti nel giardino della casa. Sempre in questa parte dell’edificio sono due salette, una delle quali è finemente decorata con pitture sempre di quarto stile, su fondo rosso, e ha al centro una statuetta in marmo di un satiro con l’otre. Un’anticamera conduce alla dispensa, alla cucina e ad una latrina. Il vasto quadriportico non ha colonne, ma è costituito da quattro bracci d’un corridoio coperto finestrato, includente al centro il giardino, un grande triclinio e due saloni di soggiorno. Il quadriportico era variamente decorato con quadretti di diverso soggetto, molti dei quali, staccati, si trovano al Museo Nazionale di Napoli. Il confortevole giardino era ornato da sculture e mense di marmo, mentre il grande portale che dal portico conduce nel giardino era decorato a mosaico: al centro del frontone si vede ancora la personificazione di Oceanus, simboleggiato da una grande testa barbuta; sull’architrave corre un fregio con amorini cavalcanti ippocampi. Sul giardino si apre il grande triclinio estivo, che conserva, purtroppo, solo una minima parte della sua sontuosa decorazione, affiancato da due spaziose sale. La magnifica loggia panoramica comprendeva al centro una pergola col tetto sostenuto da quattro pilastri (viridarii) e due cubicoli ove riposarsi durante il giorno. Sul davanti era una grande terrazza scoperta, il solarium. Nel cubicolo orientale si può vedere un’altra interessante statuetta, quella dell’Ercole ebbro.
Uscendo dalle mura cittadine per la Porta Marina (in fondo al Cardine V) si può visitare l’area suburbana, all’estremo limite meridionale della città, dove recenti scavi hanno portato alla luce un’area sacra, con sacelli ed altri ambienti, accanto alla quale è lo spiazzo per la statua onoraria di uno dei più influenti cittadini di Ercolano, Nonio Balbo. Oggi, purtroppo, restano solo un’area marmorea con l’iscrizione onoraria, la testa e la base della statua.
Su questo spiazzo si apre l’ingresso principale alle Terme Suburbane, costituito da un portale le cui colonne sostengono un timpano triangolare. Una breve gradinata conduce in un vestibolo illuminato da un lucernario a pozzo, sorretto da quattro colonne a fusto liscio su cui s’impostano archetti a tutto sesto. Qui si può ancora ammirare la bella e malinconica erma marmorea di Apollo, sostenuta da un pilastro da cui sgorgava l’acqua che s’andava a raccogliere nel bacino posto di fronte. Da questo ambiente si può accedere alle varie parti, tutte ottimamente conservate, delle terme che non avevano, come di consueto, una sezione maschile ed una femminile. Probabilmente era riservata ai soli uomini o veniva usata, alternativamente, dagli appartenenti ad entrambi i sessi. Un’unica sala, in gran parte occupata dalla piscina, fungeva sia da apodyterium (spogliatoio) che da frigidarium. Fra tepidarium e frigidarium è una stanza elegantemente decorata da succhi e marmi e dotata di sedili e marmorei sistemati lungo le pareti: si doveva trattare d’una sorta di sala d’aspetto. Le pareti presentano un zoccolo ed un podio rivestiti di marmi policromi, sopra i quali, in una campitura di stucco bianco, sono grandi pannelli riquadrati da cornici e separati da pilastrini, in ognuno dei quali è una figura a rilievo di guerriero in stucco. La decorazione delle pareti è conclusa, in alto, da un largo fregio su fondo rosso. È notevole anche il pavimento, con quadrelli di marmo nero. Piuttosto ampia era la vasca del tepidarium, collegato col laconicum, piccola stanza a pianta circolare, nella quale si prendevano bagni di sudore. Il calidarium, come di norma, ha una vasca di modeste dimensioni, per l’acqua calda, ed un bacino per le abluzioni d’acqua fredda. Dietro il calidarium è l’ambiente con le caldaie per il riscaldamento delle terme: il praefurnuim.
Tornati al Cardine V si trova la Casa della Gemma, che deve il nome ad un gioiello d’età claudia ivi rinvenuto. L’atrio, di tipo tuscanico, ha le pareti dipinte in rosso e nero ed è diviso dal tablino mediante colonne; dal tablino s’accede ad un cubicolo e ad un gran terrazzo originariamente chiuso da finestre. Dal fondo dell’atrio, attraverso un vestibolo ed un corridoio, si raggiungono gli ambienti affacciati sulla terrazza panoramica: l’ampia sala usata come triclinio conserva ancora la fine decorazione musiva del pavimento, con un disegno geometrico a tappeto. Attraverso uno stretto corridoio alla destra dell’ingresso si raggiungono la cucina ed una latrina.
L’adiacente Casa del Rilievo di Telefo è una delle più nobili abitazioni della parte meridionale della città, nonostante le numerose irregolarità della sua pianta, dovute soprattutto alla natura del terreno su cui l’edificio sorge. Tramite un arioso vestibolo si entra nell’atrio, di forma alquanto originale, vicina a modelli tipici dell’architettura privata del mondo greco: esso risulta diviso in tre navate da due file di colonne, nei cui intercolunni sono appesi oscilla marmorei con maschere teatrali e figure di satiri. In una vetrina sono esposte alcune suppellettili domestiche, un’interessante collana di amuleti e delle vivande. La suggestiva atmosfera dell’ambiente è accresciuta dal vivace colore rosso delle colonne e delle pareti. Sul fondo dell’atrio si apre il tablino; sulla sinistra, invece, due piccole porte conducono al quartiere rustico, dotato anche d’una stalla (stabulum) dal soffitto molto basso. La restante parte della casa, oltre a seguire un diverso orientamento, si trova ad un livello più basso e viene raggiunta mediante un ripido corridoio in discesa situato a fianco del tablino. Un grande peristilio con colonne in laterizio circonda lo spazioso giardino, che conserva ancora al centro una vasca rettangolare e sul quale s’affacciano tre sale di rappresentanza, con ricca decorazione marmorea. Tramite un altro corridoio si giunge ad una terrazza panoramica, sulla quale si aprono altre sale, una delle quali è di stupefacente bellezza per la lussuosa decorazione in marmi pregiati, degna d’una dimora imperiale. In una piccola stanza nei pressi di questa sala fu trovato il rilievo neoattico col mito di Telefo (o di Oreste), che ha dato il nome alla casa.
Dal lato opposto del Cardine, superato l’incrocio col Decumano Inferiore, sorge la Casa del Sacello di legno, antica e nobile dimora, per quanto di modeste dimensioni. Conserva frammenti della decorazione pittorica di primo e terzo stile, e dove la sua denominazione ad un sacello in legno a forma di tempietto “in antis” con sotto un armadio, rinvenuto nell’ambiente a destra dell’ingresso.
La Casa dell’Atrio Corinzio s’affaccia sulla strada con un grazioso portichetto ed è caratterizzata da un atrio con sei colonne tufacee rivestite di stucco. Nella stanza a destra della fauce, pavimentata a mosaico con disegni geometrici, è una vetrina dove sono esposte una “trapeza” lignea ed un castello di fibra vegetale col coperchio, mentre altri oggetti rinvenuti nella casa si trovano in un’altra vetrina, sistemata nel triclinio.
Dal lato opposto del Cardine V è l’Insula Orientalis II, singolare testimonianza del rinnovamento edilizio iniziato ad Ercolano già nel I secolo d. C. L’intera insula è costituita da un unico corpo di fabbrica, edificato tutto nello stesso periodo in opus reticulatum, che si apre sul Cardine V, per oltre 80 metri, fino al Decumano Massimo, con botteghe e case d’affitto a più piani. Notevole è il Pistrinum, ossia un forno dove avveniva anche la macinazione del grano. In un cortiletto sono tuttora due macine in pietra, che erano azionate da un asinello (di cui sono state ritrovate le ossa); alla bottega sono annessi una stalla, due latrine e, ad un livello superiore, un quartiere d’alloggio elegantemente decorato.
Tutta la parte orientale dell’insula è invece costituita da una grandiosa Palestra, con al centro un ampio spazio scoperto, nel quale si trovano una piscina di notevoli dimensioni ed una più piccola. Quest’area scoperta era circondata per tre lati da un portico con colonne ed aveva un criptoportico sul lato rimanente. La palestra, cui s’accedeva da due ingressi monumentali, uno sul Cardine V e l’altro sul Decumano Massimo, aveva tutta una serie d’ambienti accessori, destinati a vari usi.
Nell’Antiquarium, di recente costituzione, si trovano numerosi oggetti d’uso comune e alcune pregevoli opere d’arte rinvenute nel corso degli scavi. Fra queste spiccano la statua della divinità egizia Athum e la statua marmorea di Eros fanciullo.
Infine sul Corso Ercolano, a 350 metri dall’ingresso degli scavi c’è il Teatro. L’edificio, le cui possenti strutture poggiavano su un doppio ordine d’archi e pilastri, aveva una capacità di 2.000-2.500 spettatori ed era elegantemente decorato. Il muro alla sommità della cavea era ornato da una serie di statue bronzee di grandi dimensioni, raffiguranti personalità ercolanesi e membri della famiglia imperiale. Ricchissima poi era la decorazione della scena, ricoperta da lastre di marmi pregiati, con colonne di marmo africano e di giallo antico. Purtroppo il teatro ci appare oggi completamente spoglio. L’Elboeuf prima e Carlo di Borbone poi si sono accaniti con tenace vandalismo su questo monumento, asportando ogni opera d’arte ed ogni lastra marmorea, smembrando così irrimediabilmente quello che altrimenti sarebbe stato il teatro meglio conservato di tutta l’antichità.
Bibiliografia
- Carotenuto Mario, ‘’Ercolano e la sua storia’’, Napoli 1984
- Pagano Mario, ‘’Ercolano: itinerario archeologico ragionato’’, Napoli 1997
- ‘’Fonti documentarie per la storia degli scavi di Pompei Ercolano e Stabia’’, a cura degli archivisti napoletani, Napoli 1979
- Paderni Camillo, ‘’Monumenti antichi rinvenuti ne reali scavi di Ercolano e Pompej’’, delineati e spiegati da d. Camillo Paderni romano / trascrizione e note di Ulrico Pannuti, Napoli 2000
- Di Giacomo Salvatore, ‘’Nuova guida di Napoli, Pompei, Ercolano, Stabia, Campi Flegrei, Caserta etc.’’, Napoli 1923
Categoria:Comuni della provincia di Napoli
Categoria:Comuni della Campania
Categoria:Comuni italiani
Categoria:Patrimoni dell'umanità in Italia
Categoria:Siti archeologici in Italia
ja:エルコラーノ
Provincia di Napoli
La Provincia di Napoli è una provincia della Campania. Confina con la Provincia di Caserta e la provincia di Benevento a nord, con la Provincia di Avellino e la Provincia di Salerno a est e con il Mar Tirreno a sud-ovest.
Itinerari turistici
- Ercolano, Pompei e i loro siti archeologici legati all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
- Isole di Ischia, Procida e Capri
- Napoli
- Sorrento
- Vesuvio
Comuni principali
Censamento di 31/12/2004:
Capoluogo: Napoli (1.000.449 abitanti).
Comuni superior a 50.000 abitanti: Giugliano in Campania (103.735), Torre del Greco (89.198), Casoria (82.557), Pozzuoli (80.956), Castellammare di Stabia (66.339), Afragola (63.270), Marano di Napoli (58.645), Portici (58.494), Ercolano (56.174) e San Giorgio a Cremano (50.222).
Voci correlate
- Autostrada A3
Categoria:Provincia di Napoli
ja:ナポリ県
Napoli
Napoli (Napule in napoletano) è un comune popolato da circa un milione di abitanti, capoluogo della provincia omonima e della regione Campania. È la maggiore città del Mezzogiorno d'Italia ed è situata tra il Vesuvio e l'area vulcanica dei Campi Flegrei.
Il suo centro storico - conosciuto in tutto il mondo e meta di turisti provenienti da ogni dove - è uno dei siti che l'UNESCO ha dichiarato patrimonio dell'umanità.
Oggi Napoli - una malìosa città, secondo le parole di Vittorio De Sica nel film del 1954 "La baia di Napoli" - è al centro di una vastissima area metropolitana che comprende al suo interno l'intera provincia partenopea e larghe parti delle province confinanti di Salerno, Caserta e Avellino.
La conurbazione che ne risulta è la seconda più popolata d'Italia dopo quella di Milano, con una popolazione stimata oltre i 4.400.000 abitanti.
Storia
Amministrazioni
Milano
L'attuale comune è composto dalla città storica (corrispondente ai quartieri circoscrizionali di Avvocata, Chiaia, Mercato, Montecalvario, Pendino, Porto, Posillipo, San Carlo all'Arena, San Giuseppe, San Lorenzo, Stella, Vicarìa), da alcune frazioni fuse con la città a varie fasi anche per volere di Gioacchino Murat (Arenella, Bagnoli, Miano, Piscinola, Rione Flegreo o Fuorigrotta, Vomero) e dai comuni aggregati durante il regime fascista (attualmente suddivisi nei quartieri di Barra, Chiaiano, Marianella, Pianura, Soccavo, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio, San Pietro a Patierno, Secondigliano, Scampìa).
I quartieri più popolosi sono quelli corrispondenti al territorio dei comuni aggregati sotto il fascismo. La sovrappopolazione di tali zone, che fanno da sole i due terzi della popolazione della città, è dovuta principalmente alla scelta politica - poi rivelatasi fallimentare - di individuare in quei luoghi le aree in cui realizzare gli agglomerati ex lege 167/1962 (edilizia residenziale pubblica) e lege 219/1981 (edilizia residenziale pubblica per i terremotati del 1980). Questa improvvisa 'periferizzazione' di tali aree, senza che fossero approntate adeguate infrastrutture funzionali all'edilizia popolare che vi si andava sviluppando, ha portato sul medio periodo a degli indubbi disagi sociali che sono sfociati nella formazione di folti gruppi microdelinquenziali. Negli ultimi anni il Comune si sta adoperando, anche grazie ai fondi della legge 328/2000, per tentare di ristabilire gli equilibri in queste aree, rimaste profondamente segnate dalla perdita della propria identità. La denominazione dei confini e dei quartieri è stata definita con delibera del consiglio comunale tenendo conto, quali criteri generali, delle denominazioni storiche e dei confini amministrativi degli ex comuni autonomi.
legge 328/2000, gli ultimi due sindaci di Napoli]]
I quartieri sono raggruppati in 21 circoscrizioni (Chiaia - San Ferdinando - Posillipo, San Lorenzo - Vicarìa, Mercato - Pendino, Avvocata - Montecalvario - San Giuseppe - Porto,
Stella - San Carlo all'Arena, Bagnoli, Soccavo, Pianura, Vomero, Arenella, Marianella - Piscinola, Miano, Chiaiano, Secondigliano, San Pietro a Patierno, Poggioreale, Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio, Scampìa e Fuorigrotta, che corrisponde al territorio del quartiere Rione Flegreo), con poteri per lo più consultivi. Per ogni circoscrizione sono presenti una o più sezioni comunali, i cui servizi demografici sono coordinati dai servizi anagrafe circoscrizionali, ognuna delle quali detiene un proprio ufficio di stato civile (con registri separati per singolo quartiere).
Il CAP in dettaglio
Tutti i codici di avviamento postale di Napoli suddivisi per quartieri e zone (il CAP generico è 80100).
80121 quart. Chiaia
80122 quart. San Ferdinando
80123 quart. Posillipo
80124 quart. Bagnoli (parte)
80125 quart. Bagnoli (zona Agnano Terme)
80125 quart. Rione Flegreo
80126 quartt. Pianura e Soccavo
80127-80129 quart. Vomero
80128 quart. Arenella (parte)
80131 quart. Stella (zona Colli Aminèi)
80131 quart. Arenella (zona rione Alto)
80132 limite tra i quartt. Chiaia e Montecalvario
80133 quart. Porto
80134 quart. Montecalvario
80135 quart. Avvocata
80136 quart. San Lorenzo rione Sanità
80136 quart. Stella località Capodimonte (parte)
80137 quartt. San Carlo all'Arena e Stella (parte)
80138 quart. San Giuseppe
80139 quart. San Lorenzo
80141 quart. Vicarìa
80142 quartt. Mercato e Pendino
80143 quartt. Poggioreale e Zona industriale
80144 quartt. San Pietro a Patierno, Scampìa, Secondigliano
80145 quartt. Chiaiano, Miano, Piscìnola
80146 quart. San Giovanni a Teduccio
80147 quartt. Barra e Ponticelli
Sistemi di trasporto
Monumenti storici e luoghi notevoli
A Napoli vengono spesso preferite dai turisti le attrazioni dei dintorni, quali Pompei, la Reggia di Caserta, Capri, la Costiera amalfitana; la città è tuttavia ricca di un patrimonio culturale senza eguali che negli ultimi anni è stato fortemente rivalutato grazie anche a eventi annuali quali il Maggio dei Monumenti.
Palazzi storici e musei
Costiera amalfitanaNapoli è particolarmente nota per i suoi castelli: il Castel dell'Ovo che è parte integrante del notissimo panorama del Golfo; il Maschio Angioino o Castel Nuovo che domina Piazza Municipio; il Castel Sant'Elmo che sovrasta la città dall'alto di San Martino.
Il Castel dell'Ovo è così chiamato perché secondo la leggenda Virgilio vi nascose nelle segrete un uovo che reggeva tutta la struttura dell'edificio, e che nel momento in cui fosse stato rotto avrebbe fatto crollare il castello e portato catastrofi alla città. Esso sorge sull'isolotto di Megaride, dove nel VII secolo a.C. sbarcarono i Cumani che fondarono Partenope. Vi fu costruita la villa del romano Lucio Licinio Lucullo, fortificata da Valentiniano III e che ospitò il deposto ultimo imperatore romano Romolo Augustolo, mortovi poco dopo. Dopo alterne vicende, nel XII secolo fu ricostruito dai Normanni e poi ristrutturato dagli Aragonesi. Attualmente vi si svolgono mostre e convegni e l'ingresso è libero. Notevole la maestosità della fortezza e la terrazza dei cannoni. Molto caratteristico il Borgo marinaro che si sviluppa alla base dell'edificio.
Il Maschio Angioino fu costruito tra il 1279 e il 1282 da Carlo I d'Angiò ed adibito a palazzo reale sotto la sua dinastia. Sotto Roberto d'Angiò vi soggiornarono tra gli altri Petrarca e Boccaccio. Dopo la conquista aragonese, il castello fu rinforzato e assunse la conformazione attuale più vicina a quella di fortezza. Imponenti le cinque torri di piperno e tufo che delimitano le spesse mura. Il fossato da tempo prosciugato alimentò la leggenda del coccodrillo, secondo cui appunto un coccodrillo azzannava di nascosto i prigionieri delle segrete. L'arco di trionfo in marmo all'ingresso del castello fu costruito nel '400 dagli Aragonesi. La monumentale Sala dei Baroni, che oggi ospita le riunioni del Consiglio comunale, era la sala centrale del castello. Fu così chiamata perché nel 1487 vi furono arrestati i baroni che congiurarono contro Ferrante I d'Aragona, da lui appunto riuniti lì per celebrare le nozze della nipote. Oggi l'edificio ospita il Museo Civico.
Il Castel Sant'Elmo fu edificato sulla cima della collina del Vomero verso il 1275 da Carlo I d'Angiò col nome di Belforte. Completamente ristrutturato tra il 1538 e il 1546 dal viceré Don Pedro de Toledo, assunse l'attuale pianta a stella. Fu teatro delle ultime disperate difese dei patrioti della Repubblica napoletana contro la reazione borbonica nel 1799. Oggi ospita spesso eventi di livello internazionale grazie alla sua vastità e imponenza e grazie al bellissimo panorma che offre sulla città.
1799
Il Palazzo reale è stato fulcro del potere a Napoli dal 1600 al 1946. Edificato per volere del viceré Fernando Ruiz de Castro, fu relizzato da Domenico Fontana (di cui particolarmente notevole è la monumentale facciata su Piazza Plebiscito) e rimaneggiato più volte dai vari sovrani. Le sale sono sontuosamente arredate e affrescate in stili spesso diversi a seconda dei sovrani che vi abitarono. Di particolare magnificenza lo Scalone d'Onore in marmo. Il giardino esotico fu realizzato nel 1841. La facciata fu arricchita alla fine dell'Ottocento dalle grandi statue dei principali Re di Napoli: Ruggero il Normanno, Federico II di Svevia, Carlo I d'Angiò, Alfonso I d'Aragona, Carlo V d'Asburgo, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat, Vittorio Emanuele II di Savoia. Fu abitato dai Savoia fino al 1946.
La Reggia di Capodimonte fu edificata da Carlo III nel Settecento nella già preesistente riserva di caccia dell'omonima collina. Vi abitarono Ferdinando IV e Gioacchino Murat, e nel 1950 è diventata Museo Nazionale. Nei saloni ospita opere di Michelangelo, Raffaello, Botticelli e Caravaggio, nonché un'importante collezione di porcellane. Il vasto parco che circonda il palazzo è il principale polmone verde della città e meta favorita delle famiglie napoletane nei finesettimana.
Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli fu inizialmente progettato nel Seicento come università, ma solo fra il 1834 e il 1860 divenne vero e proprio museo allorché Ferdinando IV vi trasferì i marmi della pregevole collezione Farnese. Attualmente contiene un'ampia raccolta di manufatti risalenti all'epoca romana, provenienti dai siti di Pompei ed Ercolano, marmi, mosaici, nonché un'impotante raccolta egiziana. La sua importanza è primaria nel circuito dei musei mondiali.
Il Teatro San Carlo, inaugurato il 4 novembre del 1737 è il più vecchio teatro d'opera attivo oggi in Europa. Nel 1816 fu restaurato in seguito a un incendio, e l'attuale facciata, la loggia e l'atrio risalgono ad allora. Tra i direttori artistici del teatro si annoverano Gioacchino Rossini e Gaetano Donizetti.
Chiese
Guardando la città dall'alto la prima cosa che attira l'osservatore è l'enorme numero di cupole e croci che contraddistinugono le molteplici chiese. Napoli è infatti caratterizzata dal vastissimo numero di edifici religiosi storici.
Tra i principali spicca il monastero di Santa Chiara, nel cuore del centro storico della città, edificato tra il 1310 e il 1340 per volere di Roberto d'Angiò. All'originale pianta gotica seguì una ristrutturazione barroca nel Seicento, finché nel 1943 non venne quasi interamente distrutta dai massicci bombardamenti degli Alleati e completamente restaurata nella sua originale forma gotica. L'interno, che colpisce per la vastità e la semplicità, ospita la tomba del re Roberto dietro l'altare maggiore e tra i sepolcri delle cappelle vi è quello della regina Maria Cristina di Savoia e dell'eroe nazionale Salvo d'Acquisto, il carabiniere che sotto l'occupazione nazista si sacrificò per salvare alcuni civili innocenti. Di qualità artistica notevole è il chiostro maiolicato delle Clarisse, una piccola oasi di pace in un giardino delimitato da un chiostro rivestito di mattonelle in maiolica policroma del Settecento.
La Chiesa del Gesù Nuovo è sita nella piazza omonima, nei pressi di Santa Chiara. Inaugurata nel 1597, fu voluta dai gesuiti ed edificata sul sito dove già si trovava il palazzo Sanseverino del principe di Salerno. In puro stile barocco, l'interno è riccamente decorato con stucchi in oro, statue ed affreschi (la maggior parte dei quali di Belisario Corenzio); vi si onorano numerosi santi, tra cui Ignazio di Loyola e Giuseppe Moscati.
Il Duomo assume un'importanza centrale sul piano storico. Sul suo sito esisteva probabilmente un tempio ad Apollo, e la prima cattedrale fu fatta edificare da Costantino nel IV secolo. Il Duomo vero e proprio fu costruito sotto gli Angiò, ma rimenaggiato continuamente nei secoli al punto da essere un insieme di vari stili: facciata pseudo neogotica costruita nell'Ottocento, portali in gotico fiorito, interni in buona parte barocchi: in particolare in puro barocco napoletano è la Cappella del Tesoro. Fulcro della chiesa, la Cappella ospita la statua bronzea di San Gennaro e 51 statue d'argento dei "compatroni". Il tesoro è formato da varie donazioni di sovrani e ricchi devoti, tra cui spicca la mitra d'argento di Matteo Treglia arricchita di pietre preziose. Nella Cappella è anche custodito il cranio del santo e soprattutto l'ampolla che racchiude il suo sangue, oggetto del "miracolo" più celebre del mondo, quello della liquefazione.
La chiesa di San Domenico Maggiore è anch'essa frutto di una stratifcazione di stili: edificata tra il 1283 e il 1324 sotto Carlo II d'Angiò, fu poi restaurata dopo vari dissesti nel Seicento in chiave barocca ma un tentativo di riproporne l'originale assetto gotico fu fatto nell'Ottocento. Nel Cappellone del Crocifisso è conservato appunto un crocifisso che si dice abbia parlato a Tommaso d'Aquino, il quale insegnò teologia nell'attiguo convento all'epoca Università. La Sacrestia è affrescata con Il trionfo dell'Ordine Domenicano (che appunto abitavano la chiesa) di Francesco Solimena e vi sono sepolti sovrani e nobili Aragonesi.
La Cappella San Severo fu probabilmente edificata da Giovan Francesco di Sangro duca di Torremaggiore nel 1590 ed adibita ad ospitare le tombe della famiglia San Severo. Tra le numerosissime e importanti statue spicca La Pudicizia di Antonio Corradini, particolare per la sua sensualità, e il celeberrimo Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino del 1753 in cui sgomenta la capacità artistica di riprodurre l'effetto del velo marmoreo sul corpo del Cristo: l'opera attirò il Canova nel suo soggiorno napoletano, al punto che tentò invano di acquistarla.
Per concludere questa carrelata comunque incompleta, da citare è San Lorenzo Maggiore. Edificata da Carlo I d'Angiò nel Duecento sul sito di una chiesa paleocristiana i cui resti sono stati riportati recentemente alla luce, come sempre fu rimaneggiata nei secoli ed è un misto di barocco e gotico. La torre del campanile fu teatro della rivolta di Masaniello. Nell'interno sono ospitate le tombe di Caterina d'Austria, Carlo e Giovanna di Durazzo, Roberto d'Artois. In questa chiesa Giovanni Boccaccio incontrò il suo amore Fiammetta, e Francesco Petrarca vi pregò la notte del 4 novembre 1343 terrorizzato dalla predizione di una spaventosa tempesta fatta da un eremita.
Piazze, strade e luoghi tipici
Arteria principale di Napoli e di certo strada preferita dai napoletani è Via Toledo, fino a pochi anni fa denominata "Via Roma" e che ora prende il nome del viceré Pedro de Toledo che la edificò nel 1536. Grazie alla pedonalizzazione effettuata, la lunga strada è ora fulcro dello shopping cittadino con i suoi numerosi negozi (soprattutto di abbigliamento) e del turismo con i suoi eleganti palazzi che vi si affacciano: il monumentale Banco di Napoli costruito nel ventennio fascista, il palazzo Doria D'Angri, il palazzo Colonna di Stigliano, la chiesa del Santo Spirito, piazzetta Fuga, l'accesso est della galleria Umberto I. Si collega a piazza Trieste e Trento e a quella del Plebiscito da un lato, dall'altro a Piazza Dante.
1536Simbolo moderno di Napoli è Piazza del Plebiscito, dove hanno luogo manifestazioni e concerti che l'hanno resa celebre tra gli italiani. Su di essa si affaccia il Palazzo Reale e la particolare forma vi è data dal colonnato semicircolare della basilica di San Francesco di Paola, che forma un'ellisse ai cui fuochi sono poste due statue equestri, una di Antonio Canova raffigurante Carlo III e l'altra di Antonio Calì raffigurante Ferdinando IV. Molto care ai napoletani le statue dei leoni sul basamento ai lati del colonnato. La sua riscoperta è avvenuta sotto le amministrazioni degli anni '90 che l'hanno trasformata da parcheggio pubblico a centro turistico e luogo di iniziative culturali: nel cuore della piazza ogni anno verso Natale vengono relizzate singolari opere artistiche, attorno alle quali si dividono le opinioni dei curiosi cittadini che accorrono ad osservarle.
Più antica è Piazza Dante: tra il Cinquecento e il Seicento era detto "Mercatello" perché vi si tenevano i mercati 'periferici', ma tra il 1757 e il 1765 fu completamente ricostruita sotto Carlo III da Luigi Vanvitelli, che edificò il monumentale emiciclo sulla cui sommità eresse ventisei statue raffiguranti le virtù del sovrano. Al centro della piazza la statua equestre di Carlo non fu mai posta, venne occupata dall'albero della libertà durante la Repubblica napoletana e poi dalla statua di Napoleone Bonaparte durante il regno di Murat. L'attuale statua di Dante Alighieri che dà il nome alla piazza fu posta dopo l'unità d'Italia. Al lato nord vi è Port'Alba col suo mercato dei libri e al lato sud la chiesa di San Michele. Nel 2002 è stata ristrutturata e resa ancora più spaziosa per ospitare la fermata della metroplitana. L'edificio vanvitelliano ospita il Convitto e Liceo Vittorio Emanuele.
La zona di San Gregorio Armeno attira tra novembre e gennaio frotte di turisti da tutto il mondo. Vi si tiene il mercato del presepe, la grande tradizione natalizia napoletana, e le botteghe espongono i modelli più raffinati e più singolari di pastori, santi, gesù bambini e altre amenità. La via prende il nome dell'importante chiesa omonima, costruita tra il 1574 e il 1580 con affreschi interni di Luca Giordano. Ogni martedì vi si tiene il miracolo della liquefazione del sangue del dente di Santa Patrizia. Luca Giordano
Centrale è la zona di piazza del Gesù Nuovo e dell'attigua via Benedetto Croce: sulla piazza si affaccia la chiesa omonima mentre al centro si erge il monumentale obelisco alto 34 metri sulla cui cima è posta la statua bronzea della Madonna Immacolata eretta nel 1747. L'8 dicembre di ogni anno vi si tiene la cerimonia della posa di una corona di fiori sulla statua in cima alla colonna. Via Benedetto Croce prende invece il nome del grande filosofo napoletano d'origini abbruzzesi che in quella strada - e precisamente a Palazzo Filomarino - visse i principali anni della sua vita e fondò l'Istituto di Studi Storici. Ai lati della strada si affacciano palazzi storici, fino alla chiesa di Santa Chiara.
Il lungomare di Napoli prende il nome di Via Caracciolo, in onore dell'ammiraglio omonimo della Repubblica napoletana impiccato da Orazio Nelson sulla sua nave nel golfo della città. La strada in realtà è recente, risale alla fine dell'Ottocento quando fu sottratta al mare che giungeva fino alla Riviera di Chiaia. Ora il lungomare ha alle spalle la Villa Comunale e si snoda per chilometri di passeggiata con vista. Negli ultimi anni l'amministrazione comunale ha reso balneabili le sottili spiagge vicino alle scogliere artificiali.
Parchi e tempo libero
La Villa Comunale fu fatta realizzare da Ferdinando IV nel 1780 per dare alla nobiltà napoletana un oasi di gran ricercatezza sul lungomare cittadino, impreziosendola di statue, fontane e alberi esotici ma proibita al popolo. Ben diversamente, oggi la Villa è tra le mete preferite dai napoletani soprattutto dopo che al degrado è subentrata una ristrutturazione negli ultimi anni '90 che l'ha recintata potenziando le infrastrutture ma conservando il progetto originale. Al suo interno di primaria importanza è la Stazione zoologica Antonio Dohrn, aperta al pubblico nel 1874: si tratta dell'acquario di Napoli e sito in un edificio neoclassico. È uno degli acquari più antichi e più famosi d'Europa.
Oltre al già citato Parco di Capodimonte, attualmente principale polmone verde della città, la cui pianta odierna fu realizzata dal tedesco Friedrich Dehenhard nel 1833, è da citare la Villa Floridiana. Il parco prende il nome da Lucia Migliaccio duchessa di Floridia, seconda moglie di Ferdinando IV, che appunto abitò in questa villa del Vomero il cui grande parco fu relizzato nel 1817 da Dehenhard e Antonio Niccolini in stile neoclassico con statue, finte rovine, boschetti, anfratti e un teatrino di verzura all'aperto. Nella villa attualmente ha sede il Museo delle Ceramiche Duca di Martina mentre la zona panoramica sul golfo è da anni in ristrutturazione.
Più periferica è l'oasi degli Astroni, diretta dal WWF, che si trova in una grande conca vulcanica risalente a 3700 anni fa nei Campi Flegrei. Riserva di caccia aragonese, poi di Carlo III, fu arricchita di alcune torri e casini di caccia ancora esistenti. Immersa completamente nel verde, l'oasi si distingue per il grande lago, la ricca flora e la presenza di numerose specie di uccelli oltre che piccoli animali.
Campi FlegreiIl tempo libero ha un polo di grande attrattiva nel quartiere di Fuorigrotta. Qui sorge lo Stadio San Paolo inaugurato nel 1959 che ha ospitato le partite di calcio del Napoli dei tempi di Maradona ed è stato ristrutturato per i mondiali di calcio del 1990; la Mostra d'Oltremare realizzata nel 1940 dal fascismo per ospitare i prodotti delle colonie e diventata area di 750.000 metri quadri con 9 padiglioni espositivi per mostre e fiere, 30 sale congressuali fino a 2000 posti, teatro al chiuso e all'aperto per complessivi 3000 posti, due piscine, quattro campi da tennis, e che ospita numerosissimi eventi di portata nazionale e internazionale; il parco dei divertimenti Edenlandia più 'antico' in Italia fondato nel 1965 con 22 attrazioni, frequentatissimo benché in costante degrado; il Giardino Zoologico fondato negli anni '50 con numerose specie di animali ma fallito nel 2003 dopo un periodo di decadenza e degrado che ha portato alla morte di centinaia di esemplari e che sarà completamente ricostruito segendo un progetto d'avanguardia; in più la zona ospita un bowling, un multicinema con 11 sale, fast food, sale giochi, campi di calcio, calcetto e tennis, nonché la Piscina Scandone, olimpionica, utilizzata per le gare di pallanuoto delle squadre napoletane ed utilizzata precedentemente per i Giochi del Mediterraneo del 1964.
1964Nella zona era anche sito il Palazzetto dello Sport "Mario Argento" destinato sia alla pallacanestro che ad altri sport sia di squadra che individuali, abbattuto nel 2005 ed in corso di ricostruzione. Le partite di basket attualmente vengono ospitate nella moderna struttura del PalaBarbuto, situato di fronte al vecchio "Mario Argento".
L'amministrazione intende creare nuovi poli d'attrazione in altre aree di Napoli: a Bagnoli, dove ha già sede dal 1993 la Città della Scienza ('museo' scientifico sui generis primo in Europa), e nelle zone di riqualifica del Real Albergo dei Poveri - che diverrà Città dei Giovani - e del Centro Direzionale. Arterie di shopping principali nella città sono, oltre le già citate, quelle di Via dei Mille e di Piazza dei Martiri con negozi prestigiosi e la grande libreria Feltrinelli, quelle al Vomero di Via Scarlatti e Via Luca Giordano, e a Soccavo quella di Via Epomeo.
Napoli Sotterranea
È possibile effettuare visite guidate nel sottosuolo che mostrano la stratificazione del territorio della città nel corso della storia. Napoli Sotterranea è un percorso guidato attraverso vecchie cisterne sotterranee, risalenti in gran parte all'epoca greco-romana: tali cisterne sono state ritrovate attraverso scavi nel sottosuolo di tufo, la tipica roccia sulla quale la città è stata costruita. Circa un chilometro di gallerie, delle decine presenti sotto la città, è visitabile.
In diversi luoghi della città e dei dintorni sono presenti anche diverse catacombe.
Cultura
Università
A Napoli sono operativi sei atenei:
catacombe L'Università degli Studi di Napoli Federico II è la principale e più antica università della città. Nata in contrapposizione a quella di Bologna, fu fondata da Federico II nel 1224, ed è la seconda in Italia (In realtà l'Università di Padova risale a due anni prima, ma nacque come costola dell'ateneo bolognese, dall'opposizione di alcuni studenti che vi trasferirono alcuni insegnamenti). L'Ateneo Federiciano, che ha assunto il nome del suo fondatore con decreto del 7 settembre 1987, è comunque la più antica università statale e laica d'Europa, ed è considerato uno degli atenei più prestigiosi per gli studi giuridici e letterari. Fra gli altri vi ha insegnato il celebre grecista Marcello Gigante.
Marcello Gigante La Seconda università degli studi di Napoli è stata istituita nel 1989 per decongestionare quella federiciana; è articolata in poli omogenei situati nelle città di Aversa, Capua, Caserta, Santa Maria Capua Vetere, mentre ha operativa in città una facoltà di Medicina e Chirurgia che comprende le lauree specialistiche e gli altri corsi dell'area sanitaria. Le strutture assistenziali e didattiche sono suddivise tra il policlinico vecchio (nel centro storico) ed il nuovo policlinico nella zona collinare (quest'ultimo è però in massima parte occupato da strutture dell'università Federico II).
Santa Maria Capua Vetere L'Università degli studi di Napoli "L'Orientale", istituto universitario Orientale fino al 2002, fu fondata nel '700 dal padre missionario Matteo Ripa come collegio dei cinesi e oggi la più importante istituzione europea per gli studi filologici e linguistici. È composta dalle facoltà di Lettere e filosofia, Lingue e letterature straniere, Studi arabo-islamici e del Mediterraneo, Scienze politiche (con un occhio di riguardo alle relazioni internazionali). Vi si insegnano tutte le lingue antiche conosciute ed oltre 140 lingue moderne.
Scienze politicheL'Università degli Studi di Napoli "Parthenope", istituto universitario Navale sino al 2001, fu istituita nel 1920 come real istituto superiore Navale (originariamente specializzato in, e ancora famoso per, gli studi economici con una particolare attenzione agli scambi commerciali internazionali).
L'Università degli Studi "Suor Orsola Benincasa" (ex istituto universitario omonimo), è un libero ateneo fondato dalla religiosa Orsola Benincasa, pensatrice molto in vista nei salotti intellettuali napoletani del periodo della controriforma (inizi XVII secolo), nato come istituto superiore di magistero e tuttora specializzato negli studi umanistici e sociali, con un particolare riguardo alla tradizione educativa introdotta dalla pedagogista suor Orsola.
XVII secolo Napoli è inoltre sede della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale che vi opera attraverso la Sezione San Tommaso d'Aquino e la Sezione San Luigi la prima delle quali è legata al seminario arcivescovile e trae origine dalla facoltà teologica già presente nel primo ordinamento dell'ateneo federiciano nel 1224 e la seconda alla Compagnia di Gesù (gesuiti). La facoltà teologica è nata nel 1969 riunendo e lasciando distinte le due scuole.
Biblioteca Nazionale
Nel 1804 fu aperta al pubblico la Reale Biblioteca di Napoli nel Palazzo degli Studi, attualmente sede del Museo Archeologico Nazionale. Le collezioni librarie ivi ubicate erano state trasferite dalla Reggia di Capodimonte per volontà reale. Divenuta Reale Biblioteca Borbonica nel 1816, solo nel 1860 con l'unità d'Italia fu denominata Biblioteca Nazionale. Nel 1910 fu arricchita con la collezione di papiri ercolanensi ritrovati negli scavi della città vesuviana. Nel 1922 la sede dopo lungo dibattito e su suggerimento di Benedetto Croce fu spostata all'odierna sede nel Palazzo Reale in Piazza Plebiscito. Subì molti problemi durante la guerra sia per l'occupazione nazista che per quella alleata, ma i testi più preziosi furono trasferiti in località più sicure fino alla riapertura nel 1945. Oggi la Biblioteca Nazionale "Vittorio Emanuele III" contiene quasi due milioni di volumi, circa 20.000 manoscritti, più di 8.000 periodici, 4.500 incunamboli e 1.800 papiri ercolanensi.
Poli scientifici
Oltre alle già citate Città della Scienza e Acquario Dohrn, di particolare interesse sono altri siti scientifici.
Il Real Orto Botanico fu voluto da Giuseppe Bonaparte nel 1807 durante il governo napoleonico con scopi illuministici e realizzato dagli architetti De Fazio e Paoletti. Caduto in degrado per i danni della Seconda guerra mondiale, fu abilmente rimaneggiato e arricchito tra gli anni '60 e '80 dal direttore Aldo Merolla. Attualmente i 12 ettari di terreno ospitano 25.000 esemplari di piante di ogni genere disposte in collezioni all'aperto o in serre.
Nel Collegio Massimo dei Gesuiti in via Mezzocannone n.8 sono ubicati i principali musei scientifici napoletani, curati dalla Federico II:
- Il Museo di Zoologia con collezione di uccelli, mammiferi e di particolare interesse quella di conchiglie da tutto il mondo.
- Il Museo di Paleontologia con circa 50.000 reperti fossili molti dei quali da siti campani, e un grandioso scheletro completo di Allosauro.
- Il Museo di Antropologia con reperti e mummie da tutto il mondo tra cui reperti di Troia e uno scheletro umano del paleolitico.
- Il Museo di Mineralogia con minerali e pietre da tutto il mondo e il Museo Mineralogico Campano con circa 3.500 esemplari.
Per gli astrofili impossibile non citare l'Osservatorio Astronomico di Capodimonte. Voluto da Gioacchino Murat nel 1812, fu inaugurato nel 1819. Situato a 150 metri dal livello del mare sulla collina di Capodimonte, è impegnato nell'osservazione del Sole, delle stelle e della galassie grazie anche all'accesso ai più grandi telescopi ottici del pianeta e a quelli in orbita. Visite al pubblico sono possibili dietro prenotazione.
Si segnala inoltre la presenza di numerosi LUG:
- [http://hmn.tux.nu HackMeetNaples]
- [http://www.iglug.org IGLUG]
- [http://nalug.interferenza.net NaLUG]
- [http://www.officina99.org/hacklab.html Neapolis Hacklab]
Arte
Napoli per tutta la sua storia è stata una capitale artistica di primo piano. Anche oggi mantiene questa tradizione. L'Accademia di Belle Arti, fondata da Carlo III nel 1752 come "Real Accademia di Disegno", è stata il centro dell'attività della Scuola di Posillipo nell'Ottocento ed è stata diretta da personalità quali Domenico Morelli, Saverio Altamura, Gioacchino Toma. Vi si tengono oggi corsi di pittura, decorazione, scultura, scenografia, restauro, arredo urbano, e una scuola di nudo. Nel 2005 è stato inaugurato nel settecentesco palazzo Roccella in via dei Mille il PAN, Palazzo delle Arti di Napoli, adibito ad ospitare opere ed eventi artistici di ogni tendenza. Storica è la tradizione del Conservatorio di San Pietro a Majella, nel cuore della città, fondato nel 1826 da Francesco I come "Regio conservatorio di musica", e dove oggi si tengono insegnamenti per tutti gli strumenti musicali ed è ospitato un notevole museo della musica. Infine da segnalare la grande offerta di teatri, una tradizione tra le più antiche d'Europa (il San Carlo risale al Settecento), che oggi vanta dodici teatri principali.
Pittura
Musica
La vita musicale napoletana fu molto intensa già a partire dal XV fino al XVII nell'ambito della polifonia sacra e profana. Dal XVII e soprattutto nel XVIII secolo la scuola napoletana assunse un ruolo preminente nel campo della musica sacra e operistica con musicisti come Antonio Scarlatti, Giovan Battista Pergolesi, Niccolò Porpora.
Altro fenomeno musicale di particolare interesse è la cosiddetta Sceneggiata che si fonda sulla sceneggiatura di un intero spettacolo teatrale partendo da una canzone di argomento popolare.
Dagli anni '80 si è affermato, come fenomeno locale, il genere "neomelodico": numerosi cantanti ed autori locali hanno composto canzoni, che in genere trattano storie d'amore ambientate nella napoli moderna. Il risultato non è sicuramente paragonabile a quello ottenuto dalla canzone napoletata propriamente detta, ma in ambito locale questo genere riscuote un notevole successo: Gigi D'Alessio e Nino D'Angelo sono i più famosi esponenti di questo genere, che poi hanno progressivamente abbandonato.
È comunque vasta la schiera di cantautori e musicisti che in modo moderno hanno dato e danno il loro contributo alla continuazione della tradizione musicale partenopea: Pino Daniele, Edoardo Bennato ed Eugenio Bennato, Enzo Gragnaniello, Alan Sorrenti sono solo alcuni dei "moderni" più famosi.
Teatro
Il teatro napoletano è una delle più antiche e conosciute tradizioni artistiche della città. Le prime tracce di questa tradizione risalgono all'opera poetica di Jacopo Sannazaro che tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento recitava le sue farse alla corte angioina prima, aragonese poi. A livello popolare famoso in questo periodo è il Velardiniello, cantastorie di strada.
Il teatro napoletano pre-Novecento fu sostanzialmente legato alla maschera di Pulcinella. Come affermò Benedetto Croce nei suoi studi sull'argomento, Pulcinella più che una maschera fissa è una maschera il cui carattere è stato plasmato dai numerosi attori che l'hanno interpretata, e che spesso - soprattutto nel periodo della dominazione spagnola - l'hanno utilizzata come strumento di satira e critica politica. Pulcinella è un personaggio che rappresenta da sempre il modo tutto napoletano di vedere il mondo, è un personaggio di umile rango sociale che grazie alla sua furbizia e alla sua arte dell'arrangiamento riesce in qualche modo ad averla sempre vinta. Importante per il teatro napoletano è il modo in cui Pulcinella viene 'rielaborato' a partire dall'Ottocento. L'ultimo e forse il più grande interprete di Pulcinella fu infatti Antonio Petito (1822-1876), che trasformò il personaggio di servo sciocco nel cittadino napoletano per antonomasia, furbo e burlonesco, modernizzandolo e permettendone così la sua trasformazione ad opera di Eduardo Scarpetta.
Scritturato da Petito all'età di quindici anni, Eduardo Scarpetta ebbe il compito di impersonare nella compagnia di Petito il personaggio di Felice Sciosciammocca (letteralmente "Felice soffia in bocca"), supporter comico di Pulcinella. Alla morte di Petito, e con la scomparsa del personaggio di Pulcinella, Scarpetta si fece interprete del cambiamento di gusti nel pubblico napoletano. Eliminò quindi definitivamente la maschera ormai obsoleta introducendo personaggi della borghesia cittadina che mantenessero però immutati i caratteri farseschi della tradizione. Le sue commedie su Felice Sciosciammocca ottennero un enorme successo a Napoli (Scarpetta si arricchì oltre ogni immaginazione) e aprirono la strada al successo dei fratelli De Filippo.
Figli illegittimi dello stesso Scarpetta, essendo infatti nati da una relazione con Luisa de Filippo, nipote della moglie di Scarpetta (Rosa de Filippo), i tre più celebri fratelli del teatro italiano, Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e Titina De Filippo iniziarono giovanissimi a calcare le scene (Eduardo a soli 4 anni) e nel 1931 - dopo aver formato una loro autonoma compagnia teatrale - esordirono insieme con l'atto unico Natale in casa Cupiello. Il successo di questi tre attori venne consacrato da una clamorosa tourneé nelle città italiane, benché sotto il fascismo Eduardo ebbe non pochi problemi per le sue posizioni contrarie al regime. Sarà solo con la fine della dittatura che il successo di De Filippo giungerà agli storici livelli di commedie quali Napoli Milionaria e Filomena Marturano. Ambientate in una Napoli disillusa in pieno dopoguerra, queste commedie s'imposero su scala anche internazionale (Filomena Marturano fu nel 1947 rappresentata anche a Bucarest) per la loro solida verosimiglianza verso la realtà contemporanea - abbandonando dunque il farsesco fine a sé stesso che aveva contraddistinto il teatro di Pulcinella e Scarpetta - e le personalità dei De Filippo s'imposero per la loro verve intepretativa, le intense espressioni, la sofferta gestualità, la spontaneità e la vitalità dei personaggi impersonati, sempre a metà tra la commedia e il dramma. Più tardi De Filippo, dopo aver conosciuto la persona e la produzione di Luigi Pirandello, adattò e recitò alcune sue celebri commedie (es. Il berretto a sonagli) trovandovi anche lì quell'inesplicabile sottile confine tra la realtà e la finzione, tra l'umorismo e la tragedia, che contraddistingue la natura umana. Più sul burlesco si allineò invece Peppino dopo la guerra, abbandonando per vari screzi Eduardo e lanciandosi nel cinema dove interpetò con Totò alcune delle più memorabili sue commedie (Totò, Peppino e la malefemmena e La banda degli onesti), mentre Titina si affermò con la sua intepretazione di Filomena Marturano rimasta nella storia del teatro. Eduardo negli ultimi anni adattò anche commedie di Moliere e Goldoni, aprendo poi a sue spese nel 1964 il Teatro San Ferdinando.
La personalità di Totò (Antonio de Curtis), anch'essa celebre a livello nazionale, s'impone al cinema ma raccoglie i suoi primi successi sulle scene del teatro dove recita insieme ad Eduardo e Titina De Filippo. Pur non raccogliendo i risvolti drammatici della commedia di Eduardo, Totò si allinea col sul teatro non disedegnando però un certo ritorno al burlonesco di stampo pulcinelliano.
Sport
Napoli vanta una lunga tradizione sportiva che però raramente ha portato squadre della città a conquistare campionati nazionali o coppe europee; evento tra l'altro assai raro in tutto il Centro-Sud Italia. Fanno eccezione le squadre di pallanuoto (il Posillipo vanta nove scudetti, l'ultimo di quest'anno) e rugby e il Napoli Calcio che negli anni di Maradona conquistò 2 volte il titolo di Campione d'Italia e una coppa UEFA.
Il 26 maggio 1996 l'8^ tappa del Giro d'Italia si è conclusa a Napoli con la vittoria di Mario Cipollini; quasi venti anni prima il giro si era fermato nella città partenopea, traguardo di una tappa a cronometro vinta da Francesco Moser.
Folta invece la schiera di atleti napoletani che hanno regalato all'Italia titoli mondiali e olimpici. Fra i tanti ricordiamo i fratelli Giuseppe e Carmine Abbagnale (campioni del canottaggio, sette titoli mondiali e due ori olimpici), il pugile Patrizio Oliva (tre titoli europei, uno mondiale e medaglia d'oro a Mosca) e il nuotatore Massimiliano Rosolino (un titolo mondiale e madaglia d'oro a Sidney); anche un'altra giovanissima nuotatrice, Caterina Giacchetti, campionessa a livello europeo (quarta nei 200 m farfalla ai Mondiali di nuoto di Montreal nel 2005) si avvia a risultati di livello olimpionico. Napoli, tra l'altro, è stata scelta per ospitare nel 2006 i mondiali di nuoto in acque libere.
Fra le manifestazioni sportive fisse ricordiamo la maratona di nuoto Napoli-Capri-Napoli, il Gran Premio Lotteria di Agnano di Trotto ed il Giro Ciclistico della Campania.
Folklore
Pizza, Vesuvio e mandolino: sono le tre famose parole magiche che si associano a Napoli nella mentalità collettiva. Molto più note dei suoi monumenti, le tradizioni napoletane sono risapute, celebrate - e a volte caricaturizzate - in tutto il mondo.
Cucina napoletana
La Pizza
mandolino
La pizza, simbolo immortale di Napoli, ha in realtà una storia non molto antica: essa si diffonde a Napoli tra il Seicento e il Settecento senza tuttavia le caratteristiche attualmente note. Si tratta infatti inizialmente di una variante della focaccia, arricchita con basilico o strutto e più tardi con pomodoro e mozzarella di bufala. Solo nell'Ottocento scoppia la 'moda', e la prima vera pizzeria di cui si conosce il nome fu aperta nel 1830 nella zona di Port'Alba. La ricetta classica più nota risale invece al 1889. In quell'anno re Umberto I e la consorte la regina Margherita visitarono per alcuni giorni Napoli e per richiesta della regina fu chiamato al palazzo di Capodimonte il più rinomato pizziaolo del tempo - tale "don" Raffaele Esposito - che assistito dalla moglie Rosa sfornò per i reali, insieme a due pizze 'classiche', una con pomodoro, mozzarella e basilico per rappresentare i tre colori della bandiera italiana. Quest'ultima pizza entusiasmò la regina, e don Raffaele la chiamò in suo onore "Pizza Margherita". Le pizze presenti in ogni pizzeria napoletana sono: la Marinara (pomodoro, aglio e origano), la Margherita (pomodoro mozzarella e basilico), e la Quattro Stagioni (divisa in quattro spicchi ognuna condita in modo diverso). Non esiste a Napoli una pizza chiamata "napoletana". Curiosamente fuori Napoli la pizza marinara viene chiamata napoletana, mentre si definisce marinara la pizza con acciughe, che a Napoli si chiama "romana". Oggi il numero di varianti della pizza classica è potenzialmente infinito, dopo che la tradizione napoletana si è diffusa con successo nel mondo ed è stata adattata ai diversi gusti della gente: non è un caso se nel 2003 il concorso napoletano per la pizza più buona è stato vinto da un giovane giapponese, Makato Onishi. Da un paio di anni l'Unione europea, per preservare la ricetta originale della pizza, ha adottato il marchio di qualità STG (Specialità Tradizionale Garantita). Ogni anno a Napoli a Settembre si tiene il Pizzafest nella sede della Mostra d'Oltremare dove a prezzi modici si può degustare una pizza scegliendo tra le dozzine di pizzerie all'aperto.
La Pastasciutta
Non si ferma certo alla pizza il vastissimo campionario della cucina napoletana. Necessario citare infatti gli spaghetti: l'immagine tipica dell'affamato Pulcinella che s'ingozza con un piattone di spaghetti al pomodoro è stata ripresa anche da Totò nel suo Miseria e Nobiltà. Il modo più tipico di cucinare gli spaghetti (o anche vermicelli) a Napoli è quello di condirli con le vongole. Gli spaghetti alle vongole possono essere o in bianco o col pomodoro (la tradizione si divide) e possono essere conditi o con vongole veraci o con lupini. Altra tradizione è quella del ragù, tipico piatto domenicale. Probabilmente derivante dal ragôut francese, il ragù napoletano (o rraù in dialetto, celebrato in una poesia di De Filippo) è una salsa di lunga ed elaborata preparazione (cinque-sei ore di cottura) fatta con pomodoro e carne di vitello o di maiale nei tempi di Carnevale, e va servita su pasta col buco.
I dolci
CarnevaleCeleberrima è poi la tradizione dolciaria napoletana. Tra le mille specialità la più nota è forse la sfogliatella, che può essere riccia o frolla a seconda della preparazione della pasta sfoglia che la compone: realizzata nel Settecento nel monastero di Santa Rosa nei pressi di Amalfi, il ripieno è a base di crema di ricotta, semolino, canditi, vaniglia e cedro. Vi è poi il babà, forse di origini polacche, dolcetto fatto con pasta morbida imbevuto di sciroppo a base di limone e rum e che poi può essere ricoperto in superficie con crema pasticcera e frutta fresca. Le zeppole mangiate il giorno di San Giuseppe - e che per questo a volte sono confuse con le zeppole di San Giuseppe (bigné alla crema) - sono a Napoli morbide cimabelline ricoperte di zucchero candito. Ci sono poi dolci legati a festività, come la pastiera che si mangia a Pasqua fatta con pasta frolla e grano cotto nonché con ricotta, cedro, arancia e zucca candita. A Natale ci sono gli struffoli, piccole sferette fritte candite ricoperte di diavolilli (confettini colorati) e miele, che si suppone siano stati portati dagli antichi greci ('stroungolous' è una parola che significa 'arrotondato'). A Carnevale, infine, ci sono le chiacchiere, fritte e ricoperte di zucchero a velo, e il sanguinaccio, crema in origine fatta di sangue di maiale e oggi di cioccolata aromatizzata con la cannella.
Benché la tradizione attribuisca la nascita del primo presepe a San Francesco d'Assisi nel 1223, l'arte presepiale è tipicamente napoletana. Le prime manifestazioni di questo fenomeno risalgono al 1340 quando la regina Sancia d'Aragona (moglie di Roberto d'Angiò) regalò alle Clarisse un presepe per la loro nuova chiesa, di cui oggi è rimasta la statua della Madonna nel museo di San Martino. Altri esempi risalgono al 1478, con un presepe di Pietro e Giovanni Alemanno di cui ci sono giunte dodici statue, e il presepe di marmo del 1475 di Antonio Rossellino, visibile a Sant'Anna dei Lombardi. Nel Seicento il presepe (parola che viene dal latino "praesepe" o "praesepium" e che vuol dire "mangiatoia") allargò il suo scenario. Non venne più rappresentata la sola grotta della Natività, ma anche tutto il mondo 'profano' al di fuori: in puro gusto barocco, si diffusero le rappresentazioni delle taverne con ben esposte le carni fresche e i cesti di frutta e verdura e le scene divennero sfarzose e particolareggiate (Michele Perrone fu tra gli artisti principali in questo campo), mentre i personaggi si fecero più piccoli: manichini in legno o in cartapesta saranno preferiti anche nel Settecento. Il Settecento fu infatti l'epoca d'oro del presepe: i committenti non erano più solo gli ordini religiosi, ma anche i ricchi e i nobili. La scena si sposta sempre più al di fuori del gruppo della sacra famiglia e più laicamente s'interessa dei pastori, dei venditori ambulanti, dei re Magi, dell'anatomia degli animali. Benché Vanvitelli definì l'arte presepiale "una ragazzata", tutti i grandi scultori dell'epoca si cimentarono in essa fino all'Ottocento inoltrato. Forse il più celebre e acclamato esempio di presepe napoletano è il presepe Cuciniello realizzato tra il 1887 e il 1889 ed esposto a San Martino. Nel Novecento questa tradizione è gradualmente scomparsa, ma oggi grandi presepi vengono regolarmente allesiti in tutte le principali chiese della città e molti napoletani lo allestiscono ancora nelle proprie case acquistando le statuette in via San Gregorio Armeno durante il periodo natalizio. Ti piace 'o presepio?: la celebre battuta di Eduardo De Filippo in Natale in casa Cupiello sintetizza la graduale scomparsa della tradizione del presepe.
Smorfia, iettatura e religiosità popolare
Benché il gioco del lotto abbia avuto origine in Italia intorno al 1539 a Genova, esso è fortemente legato alla città di Napoli, dove venne introdotto relativamente tardi, nel 1682. La forte religiosità del popolo napoletano provocò dei "problemi di morale" giacché la Chiesa lo aveva proi
Ercole
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Ercole è una figura della mitologia romana, forma latina del culto dell'eroe greco Eracle.
Il culto di Ercole arrivò fino a Roma portato dai coloni greci che si insediarono in Sicilia e in Magna Grecia.
La presenza di Ercole nellEneide (libro VIII) è dovuto più alla fantasia di Virgilio e non ad una base mitologica.
Non è escluso che i romani abbiano conservato nelle loro tradizioni popolari il ricordo di un eroe che possedeva una forza sovrumana.
Ercole nell'arte
Pittura
- Ercole e Onfale di Pieter Paul Rubens (1603).
- Ercole nel giardino delle Esperidi di Pieter Paul Rubens (1638 circa)
- L'origine della Via Lattea di Pieter Paul Rubens (1636-1638).
- L'origine della Via Lattea di Tintoretto.
- La scelta di Ercole di Annibale Carracci (1596)
Categoria:Mitologia romana
EtruschiGli Etruschi sono un popolo dell'Italia antica affermatosi, in un'area denominata Etruria corrispondente alla Toscana, all'Umbria fino al fiume Tevere e al Lazio settentrionale, con propaggini in Campania e nella zona padana, a partire dall'VIII secolo AC. Nella loro lingua si chiamavano Rasena o Rasne, in greco Tyrsenoi (ionico ed attico antico: Τυρσηνοί, Tiursenòi; dorico: Τυρσανοί, Tiursanòi, entrambi col significato di "Tirreni" e poi "Etruschi", abitanti della Τυρσηνίη, Tiursenìe, "Etruria").
Origini
VIII secolo AC
Sulla loro origine e provenienza non ci sono notizie sicure. Secondo il racconto di Erodoto, sarebbero emigrati in Toscana dall'Asia Minore (Lidia) a causa di una carestia. Questa tradizione sembra avvalorata da una possibile identificazione dei Tereš o Turša, citati tra i popoli del mare nei documenti egiziani con i Tirsenoi o "Tirreni". Secondo il resoconto di Livio, sarebbero invece arrivati dal nord e secondo una terza tradizione, appoggiata dallo storico Dionigi di Alicarnasso, sarebbero invece autoctoni.
Gli studiosi hanno valorizzato l'una o l'altra tradizione. Probabilmente c'è del vero in ognuna, nel senso che dall'Asia Minore si effettuò un'immigrazione in Toscana di gruppi isolati, apportatori di una civiltà evoluta, attratti dalle ricche miniere della regione. Questo spiegherebbe l'improvviso esplodere della civiltà etrusca tra l'VIII e il VII secolo AC, e le molte affinità che si rilevano nei costumi, nella lingua, nell'arte e nella religione degli Etruschi con il mondo egeo-anatolico, mentre molto diverso era il costume nei rapporti col mondo femminile: si sa infatti che presso gli Etruschi le donne partecipavano ai banchetti con gli uomini. In Toscana tali gruppi si sovrapposero agli elementi villanoviani, che, conoscitori del ferro, vi erano giunti dal nord, o dall'opposta sponda adriatica, all'alba del 1000 AC ca., sovrapponendosi a loro volta agli abitanti insediati nella regione fin dall'età neolitica. In altre parole, gli Etruschi possono essere risultati dalla fusione di tre componenti etniche, quella orientale, quella nordica e quella autoctona, fino a costituire un popolo del tutto nuovo, che però non arrivò mai a formare un'unità politica compatta.
Insediamenti
età neolitica
Numerose erano le città etrusche, tra le quali erano importanti, nella zona meridionale, Cere, Tarquinia (all'epoca chiamata Tarchna), Vulci, Veio, Volsini; in quella centrale Chiusi, Cortona, Arezzo, Perugia, Roselle, Vetulonia, Populonia; in quella settentrionale Pisa, Fiesole, Volterra, governate prima da re, poi da oligarchie. Tali città si raggruppavano talora in confederazioni o leghe di natura religiosa. Arricchendosi poi col tempo grazie ai prodotti delle terre circostanti, coltivate specialmente a frumento e ai fiorenti allevamenti animali, e sfruttando le miniere e i traffici, riuscirono ad affermarsi rapidamente, espandendosi, tra il VII e il V secolo AC, a nord nella valle Padana, dove si affermarono specialmente le città di Felsina (Bologna) e Marzabotto, collegate, verso l'Adriatico, con Spina, mediatrice degli influssi del mondo greco, e propizianti da nord il ricco commercio dell'ambra e dello stagno; a sud nel Lazio e con una forte presenza in Campania; sul mare, invece, serrata fu la competizione con le marinerie cartaginesi e greche. Anche se Roma non fu mai in stabile dominio etrusco, tuttavia la dinastia dei Tarquini, re di provenienza etrusca, riflette il prestigio e l'importanza delle città etrusche meridionali, con numerose tracce incancellabili lasciate nella religione, negli usi, in istituti ed edifici di Roma, largamente confermate anche dall'archeologia.
Espansione e declino
Roma
Il massimo di prosperità e di espansione fu raggiunto dagli Etruschi verso la metà del VI secolo AC, tanto che, nel 535 AC, alleati dei Cartaginesi, sconfissero, nella battaglia di Alalia, davanti la Corsica, i Focesi di Marsiglia, potentissimi sul mare. L'arresto della loro espansione cominciò invece sul finire del secolo e fu seguito da declino nel V secolo AC. Prima fu Roma a liberarsi dalla loro supremazia con la cacciata, verso il 510 AC, dei Tarquini; poi se ne liberarono i Latini, che, sostenuti da Aristodemo di Cuma, ad Aricia, nel 506 AC, li sconfissero in battaglia. In questo modo, gli avamposti degli Etruschi in Campania rimasero isolati e si indebolirono dopo la sconfitta navale che essi subirono a Cuma nel 474 AC, andando del tutto perduti nel 423 AC con la conquista di Capua da parte dei Sanniti. Al nord la discesa dei Galli travolse i centri etruschi della pianura Padana all'inizio del V secolo AC. Nel 396 AC Roma conquistava Veio estendendo la sua influenza su tutta l'Etruria meridionale. Per più di due secoli gli Etruschi, su iniziativa dell'una e dell'altra città, ostacolarono l'ulteriore espansione romana. Nel 295 AC, coalizzati con gli Umbri, i Galli e i Sanniti, furono sconfitti dai Romani nella battaglia di Sentino: nel giro di qualche decennio furono completamente assoggettati da Roma che li incluse, mediante trattati particolari, nella serie dei suoi alleati nella penisola, finché non concesse loro la cittadinanza romana dopo la Guerra Sociale del 90 AC, mediante la lex Julia dell'89 a.C.
Aspetti culturali
La famiglia ed il ruolo della donna
90 AC
La famiglia etrusca era composta da un padre, una madre, i figli e i nipoti. La donna etrusca, al contrario di quella greca o romana, non era tenuta in disparte della vita sociale, ma vi partecipava attivamente prendendo parte ai banchetti, ai giochi ginnici e alle danze.
La donna inoltre aveva una posizione di rilievo tra gli aristocratici etruschi poiché quest'ultimi erano pochi e spesso impegnati in guerra: per questo gli uomini scarseggiavano. Spettava alla donna, in caso di morte dell'uomo, il compito di assicurare la conservazione delle ricchezze e la continuità della famiglia: attraverso di lei avveniva anche la trasmissione dell'eredità.
L'alimentazione di base
L'ingrediente base per l'alimentazione etrusca fu per molto tempo la farina di farro, un tipo di grano facilmente coltivabile. Prima di essere usati come cibo, i chicchi di farro dovevano essere torrefatti, per togliere loro la gluma (una specie di pellicina che li ricopre) ed eleminare l'umidità.
Con la farina di farro venivano preparate pappe e farinate, bollite con acqua e latte. L'alimentazione degli Etruschi prevedeva, oltre ai cereali, anche varie specie di legumi, come lenticchie, ceci e fave.
Un'alimentazione basata soltanto su cereali e legumi aveva un valore nutritivo molto ridotto e doveva perciò essere integrata con cibi con maggiori calorie, come la carne di maiale, la selvaggina, il cinghiale, la carne di pecora e tutti i prodotti derivati dal latte. Molto apprezzato era anche il pesce, in particolar modo presso Populonia e Porto Ercole.
Una curiosità: gli etruschi conoscevano la forchetta, ne sono state rinvenute identiche a quelle odierne, cioè con i 4 denti incurvati ma con un fusto sottile cilindrico e una pallina in cima. Si suppone però che l'uso non fosse individuale bensì servisse a fermare la carne per tagliarla nel piatto di portata.
L'abbigliamento
Nell'abbigliamento etrusco, i principali tessuti erano la lana, generalmente molto colorata, e il lino, usato nel suo colore naturale. Gli Etruschi usavano abiti unisex accanto ad altri tagliati espressamente per uomo o per donna.
Un indumento solamente maschile era il perizoma, simile a dei calzoncini, mentre sia uomini che donne, specialmente se avanti negli anni, indossavano indifferentemente lunghe tuniche, talvolta abbinate ad un cappello. Gli etruschi inoltre mostravano particolare interesse per le calzature, realizzate in cuoio o in stoffa ricamata. Molto eleganti erano dei sandali con la punta all'insù dall'aspetto orientale. Il sandalo con base in legno aveva una snodatura al centro che permetteva di piegare il piede. L'eleganza degli etruschi era proverbiale, il motto "vestire all'etrusca" fu in voga fra i romani per indicare grande raffinatezza. Dai rinvenimenti si sa che ricamassero tessuti a filo d'oro.
Le donne, ma anche gli uomini, impreziosivano l'acconciatura e l'abito con gioielli di raffinata fattura (diademi, orecchini, braccialetti, anelli e fibule). I gioielli erano di bronzo, d'argento, d'elettro e d'oro. L'elettro era una lega molto usata d'argento e oro.
Eredità
Nonostante la perdita dell'autonomia politica, gli Etruschi continuarono però a esercitare anche in seguito una grande influenza in Italia, sul piano culturale, religioso e artistico. Roma, che sotto Augusto aveva fatto dell'Etruria la settima regione d'Italia, subì fortemente la loro influenza, che si fece sentire nelle istituzioni, nei modi di vita, nella lingua, nei gusti, nell'amore per il lusso e per i banchetti, le danze e la musica, come si trova attestato nelle pitture tombali. Lo spirito creativo del popolo etrusco (l'abile artigianato, la tecnica approfondita) riemergerà dopo molti secoli nella Toscana dell'età rinascimentale.
I romani si valsero della cultura etrusca soprattutto per gli auruspici, i sacerdoti capaci di interpretare il destino attraverso la lettura delle viscere degli animali, del vol | | |