Gaio Giulio IginoGaio Giulio Igino erudito ed enciclopedico, probabilmente di origine spagnola.
Fu condotto schiavo da Cesare a Roma ed affrancato da Augusto, del quale divenne bibliotecario.
Fu amico di Ovidio e di Codio Licinio; perdette succesivamente i favori imperiali e visse gli ultimi anni in miseria.
Scrisse di filologia, di geografia, di storia, d'agricoltura e di critica. Di molte delle sue oper conosciamo solo i titoli.
Famosi i suoi commenti al Propecticon Pollionis di Elvio Cinna e dellEneide (5 libri).
Alcuni lo indicano come auore anche delle Fabulae, che altri indicano opera di un omonimo, che viene differenziato come Igino l'Astronomo per distinguerlo dall'Igino il Bibliotecario.
Opere
- De familiis Troianis
- De origine urbium Italicarum
- Exempla
- De vita rebusque illustrium virorum
- De agricoltura
- De apibus
Igino
Gaio Giulio Cesare
Gaio Giulio Cesare (13 luglio, 100 AC - 15 marzo, 44 AC) generale e uomo politico romano. Le sue conquiste militari in Gallia estesero l'Impero Romano fino all'Oceano Atlantico e al Reno. La creazione da parte sua di un governo in quello che è noto come Primo Triumvirato (si veda appresso) diede il colpo di grazia all'agonizzante Repubblica Romana. Divenuto dittatore a vita iniziò molte riforme nella società e nel governo di Roma, lavoro interrotto prematuramente dal suo assassinio. Molte di quelle riforme furono successivamente realizzate da Augusto. Le azioni militari di Cesare ci sono note in dettaglio dai "Commentarii" scritti da lui.
La Gens Julia
Giulio Cesare nacque a Roma da un'antica e nota famiglia patrizia (Gens Julia) che si diceva discendente da Iulo (più noto come Ascanio), figlio del principe troiano Enea, che secondo il mito era figlio di Venere. Al culmine del suo potere, nel 45 AC Cesare iniziò la costruzione di un Tempio a Venere
Genitrice in Roma, per sottolineare il suo legame con la dea.
La famiglia di Cesare non era ricca, secondo gli standard della nobiltà romana, e questo avrebbe potuto rappresentare un serio ostacolo alla carriera di Giulio Cesare, che contrasse enormi debiti per ottenere le sue prime cariche politiche; inoltre nessun membro della sua famiglia aveva raggiunto posizioni di rilievo in tempi recenti, sebbene nella generazione del padre ci fosse una rinascita delle loro fortune.
La gioventù
Nell'86 AC morì il padre e nell'84 AC Cesare ripudiò la moglie Cossuzia per poter sposare nello stesso anno Cornelia, figlia di Lucio Cornelio Cinna. Il nuovo legame con una famiglia notoriamente schierata con i popolari , oltre che la sua parentela con Gaio Mario, erano causa di gravi problemi per il giovane Cesare negli anni della dittatura di Lucio Cornelio Silla che cercava in tutti i modi di ostacolare le ambizioni del giovane Cesare bloccandone l’entrata in carica come flamen dialis; la situazione si aggravò quando il dittatore nell'82 AC gli ordinò di divorziare da Cornelia perché questa non era patrizia; Cesare rifiutò e, temendo che Silla desse l'ordine di ucciderlo, come pare avesse effettivamente fatto, lasciò Roma, prima girando nella Sabina, poi, raggiunta la giusta età, partendo per il servizio militare in Asia come legato di Marco Minucio Termo.
Fu Minucio ad ordinare al giovane legato di recarsi presso la corte di Nicomede, sovrano del piccolo stato della Bitina. Di questa missione si parlò a lungo a Roma, dove si diceva che Cesare avesse avuto una relazione con il sovrano, e anche molto tempo dopo, i suoi soldati celebrando il trionfo della spedizione gallica cantavano “Cesare sottomise la Gallia, Nicomede sottomise Cesare”. Come legato di Minucio durante l’assedio di Mitilene Cesare partecipò per la prima volta ad uno scontro armato, distinguendosi per il suo coraggio tanto che gli fu assegnata la corona civica.
Rientrato a Roma Miniucio, Cesare rimase comunque in Asia Minore partecipando a vario titolo, in virtù del fatto di essere un patrizio romano, a diverse operazioni militari romane che si svolgevano in quella zona, come quella contro i pirati sotto il comando di Sefvilio Isaurico.
Prime esperienze politiche
Rientrò a Roma solo quando ebbe notizia della morte di Silla ( 78 AC ), e cominciò la sua carriera forense come pubblico accusatore e quella politica come esponente dei popolari (facilitato in ciò dall’essere nipote di Gaio Mario), nemico dichiarato degli ottimati.
Cesare sostenne l’accusa contro Gneo Cornelio Dolabella per concussione e contro Gaio Antonio Ibrida per estorsione nei confronti dei Greci; entrambi gli accusati erano membri influenti del partito degli ottimati e in entrambi i casi, anche se l’accusa fu portata con dovizia, perse; Cesare in questo modo si accreditò come importante rappresentante tra i popolari, anche se l’esito per lui negativo dei processi lo convinse a lasciare Roma una seconda volta.
Mentre si recava a Rodi per i suoi studi di Filosofia fu rapito dai pirati. Egli convinse i rapitori a chiedere un riscatto molto alto, aumentando così il suo prestigio in Roma. Dopo la sua liberazione organizzò una flotta, catturò i pirati e li fece condannare a morte per crocifissione.
Dopo aver retto la carica di questore in Spagna (69 AC), Cesare fu eletto edile curule nel 65 AC, pontefice massimo nel 63 AC e pretore nel 62 AC. Se è vero che fu implicato nella cospirazione di Catilina, non ne rimase danneggiato.
Cesare era stato anche al servizio del generale Pompeo, con il quale avrebbe più tardi diviso il potere. Dopo la morte della moglie Cornelia 68 AC, sposò Pompea, nipote di Silla, solo per divorziare da lei nel 62 AC dopo uno scandalo. Nel 61 AC Cesare fu governatore della provincia della Spagna ulteriore, e nel 60 AC fu eletto console.
Nel 59 AC, l'anno del suo consolato, Cesare formò una alleanza strategica con due altri capi politici, Crasso e Pompeo. Crasso era l'uomo più ricco di Roma; Pompeo era il generale con più successi. Cesare portò nella alleanza la sua popolarità politica e la sua guida. Pompeo sposò Giulia, la figlia di Cesare. Questa alleanza non ufficiale dagli storici fu chiamata Primo Triumvirato. Il triumvirato segnò la fine della Repubblica.
Guerra in Gallia
Nel 59 AC fu anche governatore della Gallia Narbonese, della Gallia Cisalpina e di Illiria. Come Proconsole in Gallia (58 AC - 49 AC) ingaggiò la guerra contro vari popoli, sconfiggendo gli Elvezi nel 58 AC, i Belgi ed i Nervii nel 57 AC ed i Veneti nel 56 AC. Nel 55 AC tentò una invasione della Britannia. Nel 52 AC sconfisse una coalizione di Galli guidati da Vercingetorige. I suoi commentari di questa campagne sono raccolti nel De bello gallico (La guerra Gallica).
Guerra Civile
Dopo la morte di Crasso ucciso nel 53 AC durante la guerra contro i Parti, si aprì una spaccatura fra Cesare e Pompeo. Invitato nel 50 AC dal Senato a sciogliere il suo esercito, Cesare rifiutò e scoppiò la guerra civile. Un indovino allertò Cesare circa la sua conquista. Gli fu raccomandata prudenza sul Rubicone, il fiume, nell'attuale provincia di Forlì, che allora segnava il confine che un generale non poteva passare in armi. Cesare lo traversò il 10 gennaio del 49 AC ("Alea iacta est" cioè "Il dado è tratto") ed inseguì Pompeo a Brindisi sperando di poter rimettere in piedi il loro accordo di 10 anni prima. Tuttavia Pompeo lo eludeva e Cesare compì una sorprendente marcia di 27 giorni fino in Spagna per incontrarvi il luogotenente di Pompeo. Poi si recò in oriente per sfidare Pompeo in Grecia dove il 10 luglio del 48 AC Cesare mancò di poco una catastrofica sconfitta di Pompeo. Avendolo finalmente sconfitto nella battaglia di Farsalo, in Grecia, nel 48 AC, fu nominato console per 5 anni, mentre Pompeo fuggiva in Egitto, dove fu assassinato da un sicario del re Tolomeo XIII.
Non contento del vantaggio guadagnato, Cesare andò in Egitto, qui si impegnò nel sostenere il ruolo di Cleopatra, che divenne sua moglie anche se solo per la legge egiziana. Sconfisse poi gli ultimi sostenitori di Pompeo a Tapso (46 AC) e Munda (45 AC).
La Dittatura
45 AC
Dopo esser stato nominato Dittatore per 10 anni nel 46 AC, fu fatto Dittatore e Console a vita l'anno seguente (45 AC), e fu chiamato Padre della Patria (Pater Patriae). Prese inoltre il titolo di Imperatore. Al mese di quintilis fu cambiato nome in suo onore ed ancora oggi si chiama "luglio". Furono poste sue statue a fianco di quelle degli antichi re ed ebbe un trono d'oro in Senato ed in Tribunato.
La questione se Cesare fosse intenzionato, o meno, ad accettare il titolo di Re, per liquidare il titolo di "Dittatore", o invece sfuggire la questione partendo per il Mediterraneo orientale per combattere i Parti, ha causato molti dibattiti accademici. È sicuro, tuttavia, che la sua evidente arroganza ed ambizione gli procurò grande impopolarità ed il sospetto dei contemporanei.
La Morte
Cesare fu assassinato nel Teatro di Pompeo (dove si riuniva il Senato dopo che la sua sede era andata distrutta in un incendio), alle Idi di marzo (15 marzo) del 44 AC. Fu accoltellato da un gruppo di cospiratori che voleva preservare la repubblica dalle sue ambizioni monarchiche. Fra i cospiratori c'era Bruto, forse suo figlio naturale. Cesare cadde ai piedi della statua di Pompeo e le sue ultime famose parole sono riportate in vario modo:
- "Καὶ σὺ, τέκνον;" (Kai su, teknon? (Greco, "Anche tu, figlio?")
- Tu quoque, Brute, fili mi! (Latino, "Anche tu Bruto, figlio mio!")
- Et tu, Brute? (Latino, "Anche tu, Bruto?" e questa è la versione riportata da William Shakespeare nella tragedia Giulio Cesare.
Narra una leggenda che la moglie Calpurnia (che aveva sposato nel 49 AC) lo aveva messo in guardia per una premonizione, appena la notte precedente, ma Cesare aveva risposto: "Non dobbiamo aver paura che della paura".
Dopo la morte di Cesare, scoppiò una lotta di potere fra i suoi nipoti, il figlio adottivo Ottaviano, il suo luogotenente Marco Antonio ed i suoi assassini Bruto e Cassio. Ottaviano prevalse e divenne il primo Imperatore Romano, con il nome di Cesare Augusto.
Cesare come persona
Cesare Augusto
Tra gli innumerevoli ritratti che di lui ci sono stati conservati, particolarmente significativi sono due, quello del suo aspetto fisico, tracciato da Svetonio nelle sue Vite dei Cesari, e quello morale, tracciato dal suo grande avversario Cicerone in un passo della seconda Filippica.
Ecco quello di Svetonio:
: "Cesare era di alta statura, aveva una carnagione chiara, florida salute[...] Nella cura del corpo fu alquanto meticoloso al punto che non solo si tagliava i capelli e si radeva con diligenza, ma addirittura si depilava, cosa che alcuni gli rimproveravano. Sopportava malissimo il difetto della calvizie per la quale spesso fu offeso e deriso. Per questo si era abituato a tirare giù dalla cima del capo i pochi capelli[...] Dicono che fosse ricercato anche nel vestire: usava infatti un laticlavio frangiato fino alle mani e si cingeva sempre al di sopra di esso con una cintura assai lenta".
Non meno incisivo quello di Cicerone:
: "Egli ebbe ingegno, equilibrio, memoria, cultura, attività, prontezza, diligenza. In guerra aveva compiuto gesta grandi, anche se fatali per lo stato. Non aveva avuto per molti anni altra ambizione che il potere, e con grandi fatiche e pericoli l'aveva realizzata. La moltitudine ignorante se l'era conquistata coi doni, le costruzioni, le elargizioni di viveri e banchetti. I suoi li aveva acquistati con premi, gli avversari con manifestazioni di clemenza, insomma aveva dato ad una città, ch'era stata libera, l'abitudine di servire, in parte per timore, in parte per rassegnazione".
I suoi gusti nella sfera sessuale furono spesso motivo di pettegolezzo e canzonatura da parte sia dei suoi detrattori che dei suoi stessi soldati. Si vociferava che avesse un amico di nome Nicomede. Al suo ritorno a Roma, dopo la campagna di Gallia, qualcuno ironizzò sul fatto che "Cesare ha sottomesso La Gallia ma Nicomede ha sottomesso Cesare". La sua fama di rubacuori a tutto campo veniva sintetizzata dalla voce popolare secondo cui egli era "il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti".
La sua opera di scrittore pone Giulio Cesare tra i più grandi maestri di stile della prosa latina, considerando anche i suoi commentari della guerra in Gallia (De bello gallico) e della guerra civile contro Pompeo e il Senato (De bello civili).
Queste narrazioni, apparentemente semplici ed in stile diretto, sono di fatto un annuncio molto sofisticato del suo programma politico, in modo particolare per i lettori di media cultura e la piccola aristocrazia in Italia e nelle province dell'Impero.
Le altre sue principali opere letterarie sopravvissute sono:
- I Commentari delle campagne per sottomettere i Galli: "La guerra in Gallia" (relativo al De bello gallico, 58 AC - 52 AC)) consta di sette libri, più un libro ottavo, composto probabilmente dal luogotenente di Cesare, Aulo Irzio, per completare il resoconto della campagna gallica;
- I commentari sulla Guerra civile contro le forze di Pompeo e del Senato: in tre libri Giulio Cesare spiega la guerra civile del 49 AC ed il suo rifiuto di ubbidire al Senato (De bello civili);
- un epigramma in versi su Terenzio (frammento)
Le opere perdute riguardano diverse orazioni (in una di esse - l'elogio funebre della zia Giulia - si affermava la discendenza della gens Iulia da Iulo-Ascanio e quindi da Enea e Venere), un trattato su problemi di lingua e stile (De analògia), terminato nell'estate del 54, vari componimenti poetici giovanili, una raccolta di detti memorabili e un poema sulla spedizione in Spagna nel 45; un pamphlet in due libri contro la memoria di Catone Uticense, scritto in polemica con l'elogio di Catone composto da Cicerone.
Infine, opere spurie sono, oltre al libro ottavo del De bello gallico, le ultime tre opere del cosiddetto Corpus Caesarianum, ossia
- De Bello Hispaniensis Sulla guerra in Spagna
- De Bello Africo Sulla guerra in Africa
- De Bello Alexandrino Sulla guerra in Medio Oriente ed Egitto
e i resoconti degli ultimi avvenimenti della guerra civile, composti da ufficiali di Cesare.
Il nome Cesare
Il nome "Cesare" rimane in molte lingue come sinonimo di Comandante, leader; il tedesco Kaiser ed il russo Zar derivano dal nome di Cesare, e ci furono molti successivi Imperatori con quel nome. Pare che la pronuncia latina del nome fosse qualche cosa di simile a "kai-sahr".
La radice stessa potrebbe non essere di origine latina: nella stele di Rosetta si trova un geroglifico egiziano che è stato trascritto come k-e-s-r-s e si suppone correlato al senso latino. Più interessante, è stato detto che il latino Cesare potrebbe essere di derivazione persiana Kasrá=Chosroës e della sua forma plurale Akásirah (titolo di quattro grandi dinastie di Re Persiani), fra cui Ahasuerus o Khshayarsha (Serse I, nipote di Ciro il Grande); eventuali relazioni con kisri e kasra sono state considerate come meno significative, anche perché più riferite ad epoche posteriori (Sassanidi).
:Nota: il praenomen "Gaio" è forma corretta rispetto al pur comune "Caio". La forma "Caio", infatti, si è diffusa a seguito di una errata interpretazione dell'abbreviazione epigrafica "C." (cfr., tra gli altri, Conte, Pianezzola, Ranucci, Dizionario della lingua latina, sub voce Gaius: «il fraintendimento dell'abbr., in cui la G si scriveva, per conservazione di grafia arcaica, C., ha generato la forma Caio»).
La memoria di Cesare
Sassanidi
L'umanesimo e il Rinascimento costruirono, nella cultura classica europea, un'immagine assai forte della storia romana e dei suoi personaggi, che per secoli furono vissuti come modello, esempio e paradigma di sentimenti sia privati che politici (basti pensare a Shakespeare), e che perdurò fino al periodo romantico.
Questo è particolarmente vero per Cesare, come si vede nella foto: unico tra i romani antichi, ai resti della sua ara nel Foro romano vengono costantemente presentati ancor oggi, in ogni stagione, piccoli omaggi floreali, soprattutto da parte di giovani, soprattutto stranieri.
Forse (anche) per memoria e gratitudine del suo latino così limpido.
Collegamenti esterni
- [http://digilander.libero.it/jackdanielspl/Cesare/english.html Julius Caesar], sito con molti link in diverse lingue verso i seguenti testi:
- [http://digilander.iol.it/jackdanielspl/Cesare/bellocivili.html De Bello Civili]
- [http://digilander.iol.it/jackdanielspl/Cesare/bellohis.html De Bello Hispaniensis]
- [http://digilander.iol.it/jackdanielspl/Cesare/belloafr.htm De Bello Africo]
- [http://digilander.iol.it/jackdanielspl/Cesare/belloale.htm De Bello Alexandrino]
Giulio Cesare
Giulio Cesare
Giulio Cesare
Giulio Cesare
Giulio Cesare
Giulio Cesare
Giulio Cesare
ja:ガイウス・ユリウス・カエサル
ko:율리우스 카이사르
simple:Julius Caesar
Augusto (imperatore romano)
Gaio Giulio Cesare Ottaviano (Roma, forse Velletri, 23 settembre 63 AC - Nola, 19 agosto 14) fu il primo imperatore romano.
Ci si riferisce a lui, prima che divenga imperatore, come a Ottaviano. Il nome/titolo di Augusto gli fu accordato dal Senato il 27 AC, ed a lui come imperatore ci si riferisce come Cesare Augusto, Ottaviano Augusto o semplicemente Augusto.
Biografia
Apparteneva per nascita alla gens Octavia, una ricca famiglia di Velletri, e fu adottato per testamento da Giulio Cesare, suo prozio, come figlio ed erede. La madre di Ottaviano, Azia era infatti figlia della sorella di Giulio Cesare. Il suo nome era in origine Caio Ottavio Taurino, ma secondo l'usanza romana, Ottavio prese il nome dello zio come parte del suo al momento dell'adozione. Quando Giulio Cesare morì Ottaviano aveva 18 anni. Insieme a Marco Antonio e Lepido formò il Secondo Triumvirato per governare Roma.
Nel 42 AC Antonio e Ottaviano si scontrarono con Cassio e Bruto, che avevano partecipato alla congiura per uccidere Cesare, e li sconfissero nella battaglia di Filippi (Macedonia orientale).
Successivamente nacquero i primi contrasti: il fratello di Antonio, Lucio Antonio si ribellò ad Ottaviano e fu sconfitto a Perugia nel 40 AC (bellum perusinum) e il trattato di Brindisi definì i limiti della sfera di influenza dei triumviri: ad Antonio l'Oriente, ad Augusto l'Occidente e a Lepido l'Africa. L'accordo fu suggellato dal matrimonio di Antonio con Ottavia, sorella di Ottaviano.
Nonostante il rinnovarsi degli accordi formali, i contrasti aumentarono, finché Ottaviano non sconfisse definitivamente Marco Antonio e la sua alleata Cleopatra, regina d'Egitto, nella Battaglia di Azio il 2 settembre del 31 AC.
Nel frattempo Ottaviano, già marito di Claudia, figlia di prime nozze di Fulvia, in seconde nozze moglie di Antonio (ripudiata nel 41 AC), aveva sposato prima Scribonia, madre dell'unica figlia Giulia, e poi, nel 38 AC, Livia Drusilla che dovette appositamente divorziare da Tiberio Claudio Nerone, dal quale aveva già avuto i figli Tiberio, il futuro imperatore, e Druso.
Dopo Azio, Ottaviano è di fatto il padrone dello stato, anche se formalmente Roma era ancora una Repubblica. Il Senato gli va man mano conferendo onori e privilegi.
La svolta si ha nel 27 AC: Ottaviano restituisce formalmente i poteri straordinari, che aveva assunto per la guerra contro Marco Antonio, nelle mani del Senato e del popolo Romano. In cambio gli vengono conferiti il titolo di Augusto e limperium (comando militare) sulle province non pacificate. Da questo momento le province sono dunque suddivise tra senatorie, rette dal Senato, e imperiali, rette da Augusto.
Potere imperiale
La costituzione del potere imperiale si andrà poi rafforzando negli anni successivi. In particolare nel 23 AC (ma secondo alcuni già dal 28 AC), gli fu conferita a vita la tribunicia potestas (gli speciali poteri dei tribuni della plebe nella costituzione repubblicana). Questa divenne la vera base costituzionale del potere degli imperatori: comportava infatti l'inviolabilità della persona e il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica amministrazione, e questo senza i vincoli repubblicani della collegialità della carica e della sua durata annuale.
Infine, quando il Pontefice Massimo di Roma, Lepido, morì egli ne prese il titolo divenendo il capo religioso di Roma.
La politica estera di Augusto fu dominata in Oriente dalla risoluzione diplomatica del conflitto con i Parti, con la restituzione nel 20 AC, da parte del re parto Fraate IV, delle insegne perdute da Crasso. In Occidente il tentativo di conquista della Germania fu fermato da Arminio che nel 9 DC annientò tre legioni guidate dal generale Varo nella Battaglia della Foresta di Teutoburgo.
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L'"optimum status"
L'ambizione di Augusto fu quella di essere fondatore di un optimus status, facendo rivivere le più antiche tradizioni romane e nel contempo tenendo conto delle problematiche dei tempi. Il mantenimento formale delle forme repubblicane, nelle quali si inseriva il nuovo concetto della personale auctoritas del Principe, serviva a risolvere i conflitti per il potere vissuti nell'ultimo secolo della Repubblica.
A questo sforzo politico si affiancò l'elaborazione in tutti i campi di una nuova cultura, di impronta classicistica, che fonde gli elementi tradizionali in nuove forme consone ai tempi. In campo letterario la rielaborazione del mito delle origini di Roma e la prefigurazione di una nuova età dell'oro trovano voce in Virgilio, Orazio, Livio, Ovidio, il circolo di letterati raccolto attorno a Mecenate.
Augusto preparò per tempo la propria successione: inizialmente pensò al nipote Marcello, figlio della sorella Ottavia e del suo primo marito, Claudio Marcello, al quale diede in sposa la figlia Giulia. Alla precoce morte di Marcello nel 23 AC Giulia andò in sposa a Marco Vipsanio Agrippa, suo generale e collaboratore e nel 17 AC Augusto ne adotta i figli, Caio e Lucio Cesari. Dopo la morte prima di Agrippa, nel 12 AC e poi dei nipoti, nel 2 e nel 4 DC adottò quindi il figliastro Tiberio che effettivamente gli succederà alla sua morte, dando origine alla Dinastia Giulio-Claudia.
Atti del Divino Augusto (Res Gestae Divi Augusti)
Augusto stesso lasciò alla sua morte un dettagliato resoconto delle sue opere nel testamento. Il testo ci è giunto trascritto in un'iscrizione incisa sulle pareti del tempio di Roma e Augusto ad Ancyra in Asia Minore (Monumentum Ancyranum) sia in latino che nella traduzione greca. Secondo il volere di Augusto il testo era stato inciso in origine su tavole di bronzo all'ingresso del suo Mausoleo. Altre copie incise sulle pareti dei templi a lui dedicati sono giunte ad oggi frammentarie.
In uno stile volutamente stringato e senza concessioni all'abbellimento letterario, Augusto riportava gli onori che gli erano stati via via conferiti dal Senato e dal Popolo Romano e per quali servizi da lui resi, le elargizioni e i benefici concessi con il suo patrimonio personale allo stato, ai veterani e alla plebe, e i giochi e rappresentazioni dati a sue spese, e infine gli atti da lui compiuti in pace e in guerra.
Il documento non menziona il nome dei nemici e neppure di nessun membro della sua famiglia, ad eccezione dei successori designati, Agrippa, Caio e Lucio Cesari e Tiberio,
Racconta Augusto che all'età di 19 anni costituì un esercito a sue spese e con la benedizione del
Senato. Nello stesso anno fu eletto Console. Con questi mezzi riuscì ad esiliare e punire gli assassini di Giulio Cesare, suo padre adottivo.
Si rende conto quindi delle sue conquiste militari e si ricorda l'atteggiamento verso i popoli vinti, ai quali venne concesso di continuare a seguire i propri costumi e di mantenere le precedenti forme di governo purché pagassero i tributi a Roma.
Questi passi delle Res Gestae mostrano i cardini dell'ideologia augustea. Ottaviano, uscito vincitore dalle guerre civili, impone la propria lettura storica. Il suo intervento nelle guerre civili non è di parte, ma in difesa e per conto del senato e dello stato. I provvedimenti e la guerra contro gli uccisori di Cesare, da cui Ottaviano era stato adottato, sono un atto di diritto e di pietà filiale. Ottaviano insiste sulla sua opera di pacificazione e sulle donazioni di terre ai veterani, con cui cerca di riportare un ordine sociale dopo anni di guerre. L'elenco delle cariche ricoperte e di quelle offerte, ma non accettate mostra il potere di acquisto a Roma e fa luce sulla situazione di asservimento della classe dirigente. Lo scrupolo con cui elenca le cariche religiose è indice di un nascente processo di sacralizzazione del potere, che trova espressione anche nel titolo di Augustus, degno di venerazione, ottenuto dal senato. Fondamentale nell'ideologia politica del principato la differenza che Ottaviano definisce auctoritas e potestas ("autorità" e "potere").
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All'età di diciannove anni per mia sola deliberazione ed a mie spese formai un esercito con il quale restituii la libertà alla repubblica dominata e oppressa da una fazione. Per questo il senato con decreti mi accolse nell'ordine suo attribuendomi il diritto di esprimere fra i consolari la mia sentenza e mi conferì il comando militare; e ordinò che io provvedessi, in qualità di pretore, insieme con i consoli, affinché lo stato non patisse danno. Il popolo in quell'anno medesimo mi fece console, essendo in guerra entrambi i consoli caduti, e triumviro con l'incarico di riordinare la repubblica.
Quelli che il mio padre trucidarono mandai in esilio punendo il loro delitto con procedimenti legali; e movendo poi essi guerra alla repubblica li vinsi due volte in battaglia.
Guerre per terra e per mare civili ed esterne in tutto il mondo combattei spesso; e vincitore lasciai in vita tutti quei cittadini che implorarono grazia. Quasi cinquecentomila cittadini romani in armi sotto le mie insegne; dei quali più di trecentomila inviai in colonie o rimandai nei loro municipi, compiuto il servizio militare; e a essi tutti assegnai terre o donai denaro in premio del servizio.
Due volte ricevette l'onore trinfale dell'ovazione e tre curili trionfi celebrai; e fui ventuno volte acclamato imperator, pur decretando altri numerosi trionfi a me il senato, ai quali tutti i rinunziai. [...] Triumviro per riordinare lo stato fui per dieci anni continui. Princeps senatus fui fino al giorno in cui scrissi queste memorie per anni quaranta. E fui pontefice massimo, augure, quidecemviro alle sacre cerimonie, settemviro degli epuloni, fratello arvale, sodale Tizio, feziale. [...] Nel mio sesto e settimo consolato, dopo di aver estinto l'avvampare delle guerre civili, avendo io per consenso universale assunto il potere supremo, trasferii dalla mia persona al senato e al popolo romano il governo della repubblica. Per questo mio atto, in segno di riconoscenza, mi fu dato il titolo di Augusto per deliberazione del senato. Dopo di allora a tutti sovrastai per autorità, ma potere non ebbi più ampio di quelli che in ogni magistratura mi furono colleghi.
- Ottaviano Augusto -
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Roma antica, un milione di abitanti
Nel resoconto della sua ascesa al potere si mette in evidenza il suo rifiuto di contrastare le regole tradizionali dello stato repubblicano e di assumere poteri arbitrari in modo illegittimo.
Si narra inoltre che sotto il suo governo venne incrementato il numero dei patrizi e fu ordinato un censimento della popolazione, da cui risultò che gli abitanti di Roma sfioravano il milione.
Narrando dei propri donativi, si asserisce che le elargizioni erano sempre dirette a più di 250.000 persone e che in quattro occasioni avesse aiutato la tesoreria pubblica.
Vengono poi citati gli edifici costruiti, tra cui la Curia (sede del Senato) ed i Templi di Apollo e del Divo Giulio. Su alcuni di questi edifici non fece apporre il suo nome.
Collegamenti esterni
- http://classics.mit.edu/Augustus/deeds.html
- http://www.usask.ca/antharch/cnea/DeptTransls/ResGest.html
- http://www.roman-emperors.org/auggie.htm
Augusto
Augusto
ja:アウグストゥス
ko:아우구스투스
Publio Ovidio Nasone
:"Io non avrei il coraggio di difendere costumi disonesti e di impugnare armi ingannatrici in difesa delle mie colpe. Anzi, confesso, se confessare i peccati può in qualche modo giovare; ma ora, dopo la confessione, ricado come un insensato nelle mie colpe" - (Ovidio, Amores 1, Libro Secondo)
Publio Ovidio Nasone - (Sulmona, 43 AC – Tomi, 18 DC) - fu un poeta ed uno scrittore romano.
Biografia
Nacque a Sulmona, nell'attuale Abruzzo, nel 43 AC, da un'agiata famiglia equestre, destinato ad intraprendere la carriera forense e politica frequentò a Roma le migliori scuole di retorica. Completò gli studi in Grecia, ma al ritorno a Roma, esercitate alcune cariche minori, abbandonò la carriera politica ed entrò nel circolo letterario di Messalla Corvino.
Ben presto conseguì il favore del pubblico, ma, all'apice del successo, lo colse, nell'8 DC, l'improvviso provvedimento punitivo di Augusto, che relegò il poeta sul Mar Nero, a Tomi (oggi Costanza). Le cause della relegazione che, a differenza dell'esilio, non comportava perdita dei beni e della cittadinanza, non sono state mai pienamente chiarite.
Forse, dietro le accuse ufficiali di immoralità della sua poesia, soprattutto l'Ars amatoria, si volle in realtà colpire un suo coinvolgimento nello scandalo dell'adulterio di Giulia, la nipote di Augusto, con Decimo Giunio Silano.
Morì a Tomi nel 18 DC.
Opere
Le sue opere possono essere raggruppate in tre periodi: opere giovanili, della maturità e dell'esilio.
Opere giovanili
- Amores, sono la prima opera di Ovidio, furono pubblicati dopo il 20 AC, una seconda edizione, quella pervenuta, risale forse all'1 DC. Gli Amores comprendono 49 elegie il metro è il distico elegiaco.
- Heroides («Le eroine»), la prima serie di epistole risale forse allo stesso periodo degli Amores, la seconda serie è assai più tarda e fu composta negli anni immediatamente precedenti l'esilio (4 - 8 DC). Il metro è il distico elegiaco.
- Medea, tragedia (perduta), composta nel periodo fra il 12 AC e l'8 AC, ebbe grande successo.
- Ars amatoria, i primi due libri furono pubblicati tra l'1 AC e l'1 DC, seguiti dal III libro; i primi due libri dell'Ars sono dedicati agli uomini, il terzo alle donne.
- Remedia amoris
- Medicamina faciei femineae («I cosmetici delle donne»), dell'opera restano 100 versi, che sono menzionati nel III libro dell'Ars amatoria.
Opere della maturità
- Metamorfosi (Metamorphòseon libri) in 15 libri, composto fra il 2 DC e l'8 DC. L'esilio ne impedì la revisione finale.
- Fasti, composti nello stesso periodo, sono un calendario poetico in distici elegiaci rimasto interrotto a metà. Comprende infatti solo 6 libri, ciascuno dedicato a un mese, da gennaio a giugno.
Opere dell'esilio
Tutte in distici elegiaci.
- Tristia, comprendono 5 libri: il I fu composto durante il viaggio verso Tomi; il II (un'unica lunga elegia di autodifesa) nel 9, gli altri tra il 9 ed il 12 DC.
- Epistulae ex Ponto (48 elegie), in quattro libri, i primi tre pubblicati nel 13, il IV probabilmente postumo.
- Ibis, poemetto cripticamente erudito di invettive contro un suo detrattore (anni 11-12): l'ibis è un uccello che si ciba di serpi ed è immune dal loro veleno; la metafora era già stata usata da Callimaco contro un suo nemico.
- Haliéutica, poemetto didascalico didascalico sulla pesca (attribuzione non certa)
Attribuzioni dubbie
Sotto il nome dì Ovidio sono anche pervenuti componimenti di autenticità dubbia, o sicuramente spuri, come la Consolatio ad Liviam o l'elegia Nux.
Opere perdute
Oltre alla Medea sono andate perdute di Ovidio varie poesie leggere, o d'occasione, e due poemetti per la morte o l'apoteosi di Augusto, di cui uno nella lingua getica, che si parlava a Tomi.
Poetica
Le scelte letterarie di Ovidio non coinvolgono scelte esistenziali, ne sono indizio la produzione vastissima e la varietà dei generi poetici trattati. L'adesione al genere dell'elegia erotica non è, per Ovidio, al contrario che per i suoi predecessori, una scelta di vita, incentrata sull'amore e non esclude altre esperienze poetiche. Lo sperimentalismo che lo portò a tentare generi poetici differenti, senza identificarsi in nessuno di essi, è la conferma dell'atteggiamento di Ovidio, che fece della poesia in sé, non limitata ad un genere, né subordinata ad altri valori, il centro della propria esperienza. Tale forte autocoscienza letteraria si accorda con la tendenza di Ovidio ad analizzare la realtà nei suoi differenti aspetti. Il poeta ha un atteggiamento relativistico, contrario a scelte assolute e, tra i vari aspetti della realtà, privilegia quelli conformi al gusto ed alle tendenze etico-estetiche del tempo e proprie.
Ovidio restò estraneo al periodo delle guerre civili e, quando entrò in scena, la pace era consolidata ed era diffuso un costume di vita raffinato e meno severo di quello tradizionale proposto dal regime. Di tali aspirazioni Ovidio si fece interprete, senza tuttavia contrapporsi al regime, elaborando una poesia che corrispondeva ad uno stile di vita assai raffinato. Sia nei contenuti, sia nella forma la poesia di Ovidio è assai innovativa e programmaticamente autonoma dalla realtà. La modernità letteraria si rivela nel linguaggio poetico, nello stile terso ed elegante, nella musicalità del verso (Ovidio perfezionò il distico elegiaco, facendone il modello seguito nei secoli successivi), nel compiaciuto estetismo, nella scettica eleganza dei versi.
Gli Amores 1 (20 AC)
L'esordio poetico di Ovidio è costituito da una raccolta di elegie amorose, gli Amores, accanto ai temi e ai toni della tradizione dell'elegia erotica di Tibullo e, soprattutto, di Properzio, presentano già gli elementi caratterizzanti dell'elegia ovidiana. Anzitutto manca una figura femminile, attorno alla quale si raccolgano le varie esperienze amorose. La Corinna ovidiana è una figura tenue, discontinua e, probabilmente, priva di riscontro nella realtà, il poeta dichiara a più riprese di non sapersi appagare di un unico amore e di subire il fascino di qualunque donna bella.
La figura della donna ispiratrice diviene un topos del genere elegiaco, il pathos, che aveva caratterizzato le voci della grande poesia d'amore latina, con Ovidio si stempera e si banalizza e l'esperienza erotica è analizzata dal poeta con ironia e distacco intellettuale. Parimenti manca negli Amores il servitium amoris, la totale dedizione dell'amante all'amata, mentre un'elegia è dedicata alla professione di servitium nei confronti di Amore (non è più rilevante la singola donna, ma l'esperienza d'amore in sé).
Rispetto alla poesia elegiaca precedente, è preminente la coscienza letteraria del poeta che concepisce la poesia come strumento di immortalità e come autonoma creazione, affrancata dall'obbligo di rispecchiare la realtà. L'elegia ovidiana non è subordinata alla vita, suo fedele riflesso, ma rivendica la sua centralità nell'esistenza del poeta.
La poesia erotico – didascalica (1 AC – 1 DC)
La presenza negli Amores di alcune elegie di carattere didascalico e lo snaturamento ironico che l'esperienza erotica subisce nella prima opera ovidiana, preludono al gruppo di opere erotiche costruito da Ars amatoria, Remedia amoris e Medicamina faciei femineae, che formano un vero ciclo di poesia didascalica (anche cronologicamente sono molto vicine). Il progetto di scrivere un'opera come l'Ars amatoria e i suoi corollari, in cui impartire una precettistica sull'amore, sembra la naturale conclusione della concezione dell'eros già delineata negli Amores.
Un aggancio importante fra le due opere, è costituito da un'elegia degli Amores, dove il poeta rielabora un motivo tradizionale della poesia elegiaca, quello della vecchia lena, l'astuta ed esperta mezzana che impartisce consigli a una giovane donna sul modo migliore di sedurre. Ad Ovidio, però, quella figura tanto deprecata dalla tradizione elegiaca appare sotto una luce positiva, infatti, lo smaliziato realismo ed i cinici avvertimenti della vecchia, non sono diversi dai precetti che lo stesso poeta impartisce all'amante nella sua opera didascalica. La Iena degli amores è la progenitrice del poeta didascalico, del maestro d'amore, perché analoga è la concezione dell'eros che le due opere presuppongono, ma, negli Amores, il poeta, vincolato dalla convenzione elegiaca, è anche amante, ruolo che depone nell'Ars amatoria, per fungere compiutamente da "regista" della relazione erotica. La relazione d'amore, ha perduto il carattere di passione devastante e diviene un gioco intellettuale e galante, soggetto a un codice etico-estetico ricavabile dall'elegia erotica latina. Ruoli, situazioni, comportamenti sono tutti previsti e codificati nei testi letterari. L'Ars amatoria è un'opera in tre libri, in metro elegiaco, che impartisce consigli sui modi di conquistare le donne (I) e di conservarne l'amore (II); il III libro, aggiunto più tardi per risarcire scherzosamente le donne del danno procurato loro coi primi due, fornisce viceversa insegnamenti su come sedurre gli uomini. Ovidio descrive i luoghi d'incontro, gli ambienti mondani della capitale, i momenti di svago e passatempo, le occasioni della vita cittadina (l'opera è un documento importante su usi e costumi quotidiani di Roma). La veste formale è quella del poema didascalico (Lucrezio e le Georgiche virgiliane), da cui Ovidio spiritosamente mutua moduli, movenze, schemi compositivi. L'andamento precettistico è interrotto da esempi di carattere mitologico e storico. La figura del perfetto amante delineata da Ovidio si caratterizza per la disinvolta spregiudicatezza e l'insofferenza impertinente verso la morale tradizionale, soprattutto nell'ambito dell'etica sessuale e matrimoniale, cui l'impegno restauratore di Augusto annetteva particolare importanza.
Lo scandalo dell'Ars fu, pare, il pretesto ufficiale per la cacciata del poeta da Roma. In realtà il carattere libertino e spregiudicato dell'Ars ne è solo l'aspetto più provocatoriamente allettante, poiché, nel divertito gioco intellettuale si perde ogni impegno etico, ogni volontà di ribellione contro la morale dominante. L'eros come scelta di vita era stato il tratto più "rivoluzionario" della poesia elegiaca, ma in Ovidio viene meno ed il poeta rivendica solo una certa tolleranza nello spazio ristretto degli amori libertini, escludendone la società rispettabile. Nell'elegia ovidiana manca la ribellione: nel negare l'impegno totalizzante della precedente poesia d'amore, Ovidio tenta di riconciliare la poesia elegiaca con la società ed individua la contraddizione della poesia elegiaca, che nel suo orgoglioso contrapporsi ai valori sociali e culturali tradizionali non aveva saputo elaborare modelli etici alternativi e dalla tradizione aveva mutuato alcuni dei suoi moduli caratteristici. A tale atteggiamento contraddittorio, Ovidio contrappone i valori della modernità e l'accettazione entusiastica dello stile di vita della brillante Roma augustea
All'esaltazione degli agi e delle raffinatezze, risponde anche il poemetto (restano 100 versi) sui cosmetici per le donne, Medicamina faciei femineae, che si oppone a tradizionale rifiuto della cosmesi e illustra la tecnica di preparazione di alcuni trattamenti di bellezza. Il ciclo didascalico è concluso dai Remedia amoris, l'opera, ribalta alcuni precetti dell' Ars amatoria, insegnando come liberarsi dall'amore. Era un motivo topico della poesia erotica che per il male d'amore non esiste medicina, e di questa condanna il poeta elegiaco sembrava compiacersi, Ovidio capovolge tale posizione affermando che dell'amore non solo si può, ma ci si deve liberare se esso comporta sofferenza (stoici ed epicurei condannavano l'amore come malattia dell'anima).
Le Heroides (20 AC - 4-8 DC)
Eros e mito sono i temi unificanti della poesia giovanile di Ovidio. Prima delle Metamorfosi, si ispirano al mito soprattutto le Heroides, una raccolta di lettere poetiche. La prima serie (1–15) è scritta da donne famose, (eroine del mito greco, la Didone virgiliana e un personaggio storico, Saffo) ai loro amanti o mariti lontani; la seconda (16-21) è costituita dalle lettere di tre innamorati accompagnate dalla risposta delle rispettive donne. I due gruppi testimoniano due diverse fasi di composizione: molto difficile da datare la prima serie (forse contemporanea agli Amores, entro il 15 AC), da collocare poco prima dell'esilio (cioè dal 4 all'8) la seconda.
Dell'originalità di quest'opera, con cui crea un nuovo genere letterario, Ovidio si dice orgoglioso. L'idea della lettera in versi è tratta, probabilmente da un'elegia dell'amico Properzio (da Aretusa al marito lontano Licota), più volte evocata nelle Heroides; il materiale letterario è tratto soprattutto dalla tradizione epico-tragica greca, ma anche da Callimaco e dalla poesia ellenistica e latina (Catullo e Virgilio). Personaggi e situazioni appartengono al mito, ma molti elementi sono mutuati dalla tradizione elegiaca latina (lontananza, recriminazioni, lamenti, suppliche, sospetti accuse). Le lettere si configurano come monologhi (sono testi "chiusi", non attendono risposta) costruiti su una situazione-modello, il "lamento della donna abbandonata". La struttura della lettera non permette molte variazioni: data per nota al lettore colto la situazione di partenza, l'andamento monologico (con l'alternarsi ricorrente di disperazione, invocazione del ritorno dell'amato, esortazione a mantener fede alle promesse) è interrotto da qualche analessi, che evoca vicende lontane. La mancanza di uno sviluppo dinamico e drammatico ingenera una certa monotonia, parzialmente superata nelle lettere finali, che presuppongono uno scambio epistolare.
Un tratto rilevante delle Heroides, in confronto al resto della produzione giovanile ovidiana, è l'ampio spazio concesso al pathos rispetto all'atteggiamento ironicamente distaccato dell'Ars amatoria. Alcune epistole risentono notevolmente del modello elegiaco (temi, situazioni, atteggiamenti), assertore di una nuova morale sessuale, beffardamente insofferente delle antiche convenzioni. Ovidio attua una "modernizzazione" dell'antico materiale letterario, ma l'operazione di "riscrittura" consiste soprattutto nella ripresa di grandi soggetti della tradizione letteraria privilegiando le situazioni e gli aspetti funzionali al nuovo contesto e rielaborando i testi spostando la prospettiva e dando voce, per la prima volta, alla donna e alle sue ragioni. L'approfondimento della psicologia femminile (modello è Euripide) è uno degli aspetti più notevoli delle Heroides.
Le Metamorfosi (2 DC - 8 DC poema epico in esametri)
Schema dell'opera: un brevissimo proemio, nascita del mondo dal caos primordiale, creazione dell'uomo, Deucalione e Pirra segnano il passaggio dal tempo primordiale al tempo del mito, l'età mitica si conclude con le nozze di Peleo e Teti, i protagonisti della guerra di Troia segnano il passaggio alla storia, "piccola Eneide", i re di Roma, Numa introduce Pitagora (metamorfosi come base filosofia del poema, anche se Ovidio non appare molto convinto di tale assunto), apoteosi di Cesare e celebrazione di Augusto. Negli ultimi versi Ovidio si dice sicuro di aver attinto una fama immortale.
Con l'Eneide Virgilio aveva scritto un poema di tipo omerico, creando l'epos nazionale romano, invece Ovidio, nel realizzare un'opera di grande respiro, adottò la veste formale dell'epos (esametro e grandi dimensioni), mentre il modello (Esiodo: Teogonia) è un "poema collettivo" che raccoglie una serie di storie indipendenti accomunate da uno stesso tema. Ovidio sceglie la poetica alessandrina per i contenuti e per la forma, ma compone un poema epico, che Callimaco escludeva. Ovidio vuole realizzare un'opera universale, che superi i limiti delle differenti poetiche, come conferma l'impianto cronologico del poema, dalle origini del mondo ai giorni di Ovidio, che risponde a una tendenza alla sintesi di storia universale presente nella cultura coeva e nella storiografia ellenistica. Ciò permetteva ad Ovidio, di avvicinarsi agli orientamenti del principato, facendo del nuovo regime il culmine della storia del mondo. Nella sezione finale del poema è presente una "piccola Eneide", concepita a margine del testo virgiliano, di cui Ovidio colma alcune ellissi narrative sviluppando episodi funzionali al contesto.
Pitagora).]]Le vicende mitico-storiche narrate nel poema sono ordinate secondo un filo cronologico che è più percepibile quando, con gli ultimi libri, dall'età vagamente acronica del mito si entra nella storia. Gli episodi possono sono collegati per contiguità geografica, analogie tematiche, contrasto, e rapporto genealogico fra i personaggi o analogia di metamorfosi. Alla fluidità della struttura corrisponde la varietà dei contenuti e delle dimensioni delle storie narrate, oscillanti dal semplice cenno allusivo, fortemente ellittico, all'epillio. Diversi sono i modi e i tempi della narrazione, che indugia sui momenti salienti e gli eventi drammatici, come è in genere l'atto della metamorfosi, descritto minuziosamente, nel progressivo realizzarsi. Alla varietà dei temi e dei toni si accompagna la mutevolezza dello stile, epico, elegiaco, drammatico.
Le Metamorfosi sono anche una galleria dei generi letterari, infatti, Ovidio non mira all'unità e all'omogeneità dei contenuti e delle forme, bensì ad una calcolata varietà ed alla continuità della narrazione. Ne è prova la tecnica di divisione fra i libri del poema: diversamente dall'Eneide virgiliana, dove il singolo libro è dotato di una sua relativa compiutezza e autonomia, la cesura fra i libri cade spesso nel mezzo di una vicenda, per non allentare la tensione narrativa. È importante a tale scopo anche la tecnica di narrazione, infatti, l'ordinamento cronologico è piuttosto vago ed interrotto da analessi. Ovidio è il narratore principale, ma, spesso, i personaggi raccontano altre vicende all'interno delle quali può ancora riprodursi lo stesso meccanismo. La tecnica del racconto a cornice permette al poeta di adattare toni e stile del racconto alla figura del personaggio narrante. La metamorfosi è il tema unificante, ma l'argomento centrale dell'opera è l'amore, alla dimensione mitica non corrisponde però, grandezza o solennità di valori, infatti, Ovidio fa del mito un ornamento della vita quotidiana e le divinità assumono una connotazione terrena e agiscono istigati da sentimenti e passioni umani e spesso meschini. Il mondo del mito, per il letteratissimo Ovidio, è anzitutto il mondo delle finzioni poetiche e le Metamorfosi sono anche il compendio di uno sterminato patrimonio letterario che va da Omero ai tragici greci e latini, alla letteratura ellenistica fino ai poeti della Roma di Ovidio.
Della propria natura complessa ed intertestuale Ovidio esibisce compiaciuto le fonti della propria memoria poetica e la consapevolezza della propria letterarietà si traduce in un distaccato sorriso sul carattere fittizio dei contenuti ed in garbata ironia sull'inverosimiglianza delle leggende narrate in un'opera che vuole intrattenere e stupire. Il mondo descritto dalle Metamorfosi è ambiguo e ingannevole ed anche la lingua e lo stile sottolineano la natura ambigua delle cose. I personaggi agiscono convinti di padroneggiare la realtà. Il poeta, solo depositario del vero, analizza il moltiplicarsi delle prospettive, segue i personaggi che si allontanano dalla realtà e mostra al lettore l'esito fatale che li attende. Rifiutando l'impersonale oggettività del poeta epico, Ovidio spesso commenta il corso degli eventi. Tale poesia, amante dei paradossi e della spettacolarità spesso nelle sue forme più orride, anticipa il gusto letterario, del "manierismo" imperiale del nuovo secolo.
I Fasti (2 – 8 DC calendario poetico in distici elegiaci incompiuto)
I Fasti sono l'opera ovidiana che più si avvicina alle tendenze culturali, morali, religiose del regime augusteo. Ovidio si dedicò alla poesia civile (come Properzio nelle elegie romane) progettando di illustrare gli antichi miti e costumi latini, seguendo la traccia del calendario romano. Erano previsti dodici libri in metro elegiaco, uno per ogni mese, ma l'improvvisa relegazione del poeta interruppe a metà l'opera che fu solo parzialmente rivista negli anni dell'esilio. Il modello, comune ad Ovidio e a Properzio è Callimaco, Ovidio vuole realizzare un nuovo genere poetico. In questa nuova veste di cantore di Roma, Ovidio si dedicò ad accurate ricerche antiquarie, in quella riscoperta delle antiche origini che costituiva un indirizzo fondamentale dell'ideologia augustea, ma l'adesione di Ovidio al programma culturale del governo, resta superficiale. Sullo sfondo di carattere antiquario (i Fasti un documento di eccezionale importanza sulla cultura romana arcaica) egli inserisce materiale mitico di origine greca o di carattere aneddotico, con frequenti accenni alla realtà e alle vicende contemporanee. Ciò gli permette di far spazio all'elemento erotico, ai toni ironici ed al suo sorridente scetticismo di fronte al mito.
Opere dell'esilio
La relegazione a Tomi (8 DC) segnò una brusca frattura nella carriera poetica di Ovidio, che era ormai da tempo il massimo poeta vivente. Abituato alla vita brillante della capitale, al successo e all'ammirazione del pubblico Ovidio si ritrovò solo, ai margini dell'impero, tra gente che non parlava latino. La sua condizione di artista senza pubblico, gli ispirò la malinconica immagine di uno che danza al buio (Epistulae ex Ponto). Nelle due maggiori opere dell'esilio Ovidio riscopre consapevolmente l'elegia come poesia del pianto.
La prima opera composta lontano da Roma fu la raccolta elegiaca dei Tristia, (8 – 12 DC) in cinque libri, che illustra l'infelice condizione del poeta esule: durezza del clima e degli abitanti, la solitudine, nostalgia, speranza in un atto di clemenza dell'imperatore (la lunga elegia che costituisce il II libro, indirizzata ad Augusto è una puntigliosa autodifesa) Ovidio implora l'intercessione della moglie e degli amici, ma i destinatari delle elegie in forma di lettera sono cautamente omessi. La forma epistolare caratterizza le elegie raccolte nei quattro libri dell'altra raccolta dell'esilio, detta Epistulae ex Ponto. Il carattere epistolare si manifesta nell'uso delle formule proprie del genere, nel riferimento ai destinatari nei topoi ricorrenti nella letteratura epistolare (lettera come colloquio fra amici lontani). Le Epistulae rivelano analogie con l'altra opera di Ovidio a struttura epistolare, le Heroides.
Collegamenti esterni
- 1 - il testo indicato è disponibile [http://www.miti3000.org/biblioteca.htm su questo sito]
Ovidio
Ovidio
Ovidio
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ko:오비디우스
Filologia
La filologia è la disciplina che studia i testi per risalire al loro significato originario attraverso l'analisi critica e comparativa delle fonti che li testimoniano.
Il termine deriva dalle radici greche philos (“amare”/“avere cura”) e logos (“parola/discorso”), ovvero “amore per la parola, il linguaggio”.
Curiosità
Riportiamo di seguito la definizione di filologia data da Friedrich Nietzsche, che scrive nel 1886 nell'Introduzione ad Aurora:
:«Filologia è quella onorevole arte che esige dal suo cultore soprattutto una cosa, trarsi da parte, lasciarsi tempo, divenire silenzioso, divenire lento, essendo un'arte e una perizia da orafi della parola, che deve compiere un finissimo attento lavoro e non raggiunge nulla se non lo raggiunge lento.. Ma proprio per questo fatto è oggi più necessaria che mai; è proprio per questo che essa ci attira e ci incanta quanto mai fortemente, nel cuore di un'epoca del "lavoro": intendo dire della fretta, della precipitazione indecorosa e sudaticcia, che vuol "sbrigare" immediatamente ogni cosa (...). Per una tale arte non è tanto facile sbrigare qualsiasi cosa perché essa ci insegna a leggere bene, cioè a leggere lentamente in profondità, guardandosi avanti e indietro, non senza secondi fini, lasciando porte aperte, con dita e con occhi delicati».
Categoria:Linguistica
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StoriaLa storia è la disciplina che si occupa dello studio dei fatti del passato tramite i documenti scritti (o trascritti, in caso di testimonianze orali) lasciati dalle varie comunità e civiltà umane. Il termine viene spesso usato genericamente per indicare una raccolta di informazioni su ciò che è accaduto in un tempo assai remoto, come in "storia geologica della terra".
Il termine storia deriva dal greco "ιστορία" (in latino historia), "un resoconto delle informazioni di una persona". Gli storici usano diversi tipi di fonti, registrazioni scritte o stampate, interviste (storia orale) e archeologia. Approcci differenti possono essere usati a seconda del periodo sotto esame, e lo studio della storia ha le sue mode e manie (si veda storiografia, la storia della storia). Gli eventi avvenuti prima delle registrazioni umane sono conosciuti come preistoria.
La nascita della storiografia è attribuita ad Erodoto.
Voci correlate
- Indici per le biografie
- Wikipedia:Progetto Storia
- Portale:Storia
Collegamenti esterni
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