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Gela

Gela

Gela è un comune di 72.444 abitanti della provincia di Caltanissetta sulla costa meridionale della Sicilia.

Geografia

Città agricola e industriale, sorge sulla costa del Canale di Sicilia a destra della foce del fiume Gela su un dolce rilievo allungato parallelo alla costa stessa.

Storia

Fu fondata nel 689 a. C. (44 anni dopo Siracusa) da una colonia formata da Rodiesi, comandati da Antifemo, e da Cretesi guidati da Entimo. Questi, attirati dalla bellezza del luogo, vi si accamparono e fondarono la città, allora abitata da nuclei di indigeni, i Siculi, e la chiamarono Gela dal nome del fiume che vi scorreva. Antifemo ed Entimo incontrarono l'ostilità degli abitanti del luogo, ma in breve tempo riuscirono a sopraffarli e a cacciarli sulle montagne. La città di Gela cominciò a svilupparsi tanto che, dopo appena un secolo, una colonia di geloi comandati da Pistilo e Aristomo si spostò sul fiume Akragas e fondò nel 580 a. C. la città di Agrigento. Divenuta potente, Gela iniziò una politica espansionistica, ma nel VI sec. a.C. avvenne, per motivi economici, la secessione della plebe che, abbandonata la città, si recò nella vicina Maktorion. Il gran sacerdote del culto di Diana riuscì a sedare il contrasto e a far rientrare i fuggiaschi a Gela. Dai primi due secoli di vita dalla sua fondazione nulla si sa di preciso dell'ordinamento politico e amministrativo della città. Il primo tiranno di Gela di cui si ha notizia fu Cleandro che regnò dal 505 al 498 a.C. Dopo la sua morte, avvenuta per mano di Sabello, cittadino gelese, il potere passò al fratello Ippocrate, il quale continuò la politica espansionistica sottomettendo le città di Callipoli, Leontini, Nasso, Ergezio e Zancle (Messina). In tal modo Ippocrate realizzò il suo progetto di fondare uno stato forte di cui Gela divenne la metropoli. Soltanto Siracusa era scampata al pericolo della dominazione geloa grazie all'aiuto dei Corinzi e dei Corciresi, ma la sua conquista era di vitale importanza per Ippocrate che avrebbe avuto la possibilità di controllare i territori conquistati e, per la sua presenza a Siracusa di un florido porto, si sarebbe assicurato le comunicazioni con l'oriente dove intratteneva scambi commerciali, mentre il porto di Messina, allora Zancle gli assicurava il controllo sul movimento delle navi. L'occasione per muovere guerra ai siracusani si presentò quando Camarina, colonia di Siracusa, si ribellò alla madrepatria nel 552 a. C., ma l'esercito camarinese fu sconfitto e fatto prigioniero. Ippocrate allora prese lo spunto dal fatto che dell'esercito sconfitto facevano parte dei geloi, mosse guerra a Siracusa e, dopo avere sconfitto i siracusani presso il fiume Eloro, cinse d'assedio la città che sarebbe capitolata se non fossero intervenuti Corinto e Corcira a fare da pacieri. Ippocrate accettò le condizioni proposte e, in cambio di Camarina, rilasciò i prigionieri e abbandonò Siracusa. Mentre Ippocrate era impegnato nella guerra contro Siracusa, i Siculi, che non avevano sopportato l'usurpazione delle loro terre da parte dorica, minacciarono di rompere il patto d'alleanza con Gela, costringendo il tiranno ad attaccarli nella loro roccaforte di Ibla dove perse la vita. Alla morte di Ippocrate (491) prese il potere Gelone che continuò la politica espansionistica del predecessore. Nel 484 a. C. conquistò Siracusa, dove si trasferì, lasciando Gela nelle mani del fratello Gerone. Intanto Terone, tiranno di Agrigento, che mirava ad ingrandire il suo stato, conquistò Himera nel 480 a. C. Terillo, signore di Himera, chiamò in suo aiuto i Cartaginesi, che, guidati da Amilcare, accorsero con un forte esercito e assediarono la città. Nel frattempo, Terone, avvertito il pericolo di una sconfitta, chiese aiuto alle città di Gela e di Siracusa. Gelone, allora, riunito un esercito di cinquemila uomini, insieme ai fratelli Gerone, Polizelo e Trasibulo, partì alla volta di Himera. Con una geniale mossa strategica, fece penetrare un drappello di suoi uomini nell'accampamento cartaginese, che incendiarono le navi nemiche e fecero entrare il grosso dell'esercito siceliota. Durante la cruenta battaglia che ne seguì perse la vita il condottiero cartaginese Amilcare. In breve tempo l'esercito cartaginese, rimasto senza guida, fu sconfitto. Le condizioni di pace offerte dal vincitore Gelone furono piuttosto miti. Egli impose il pagamento delle spese di guerra e l'abolizione dei sacrifici umani nei loro riti religiosi. Alla morte di Gelone, avvenuta nel 478 a.C., il fratello Gerone abbandonò, a sua volta, il governo di Gela per prendere possesso di Siracusa e lasciò la città geloa a Polizelo. Durante questo periodo della sua storia non si hanno più notizie certe; si pensa tuttavia che Gela si sia liberata della tirannide di Polizelo e si sia data un governo democratico. Intanto i siracusani cacciarono Trasibulo che, dopo la morte di Gerone, tiranneggiava la città, e molti geloi tornarono nella madre patria che riacquistò la floridezza di un tempo. Nel 424 si affacciarono sulla scena gli Ateniesi che intendevano conquistare la Sicilia, e pertanto Gela si mise alla testa delle città sicule e ricacciò gli Ateniesi. Ma il pericolo non era scongiurato in quanto l'isola era tormentata da lotte cittadine per il sopravvento per cui si rese necessario riunire a Gela i rappresentanti delle città sicule e fare un trattato di pace con lo scopo di unificare i popoli della Sicilia contro il pericolo straniero e in questa occasione il siracusano Ermocrate pronunciò la sua mirabile orazione concludendo col grido: "Noi non siamo né Joni né Dari, noi siamo Siciliani! La Sicilia deve essere dei Sicelioti, stretti in un unico patto d'alleanza". Nel 406 a.C. i Cartaginesi conquistarono Agrigento e la rasero al suolo e Gela, non volendo fare la stessa fine, chiese aiuto a Dionigi tiranno di Siracusa che, per ragioni non conosciute, non arrivò in tempo a dare man forte al popolo di Gela. Pertanto, dopo alterne vicende che videro atti di eroismo anche di donne e bambini. la città fu presa e rasa al suolo dopo essere stata depredata di tutti i tesori (405 a.C.). I cittadini superstiti intanto si erano rifugiati a Siracusa. Nel 397 a. C. tornarono in patria e si unirono a Dionigi II nella lotta per la liberazione e nel 383 ebbero riconosciuta la loro indipendenza. Dal 338 al 317 Gela sentì l'influenza benefica di Timoleonte, tiranno di Siracusa. Sotto il governo di Agatocle (317-289 a.C.) fu nuovamente angosciata e combattuta da lotte interne tra il popolo e gli aristocratici che non sopportavano il governo democratico. Quando nel 311 i Cartaginesi ritornarono nella città trovarono il popolo debilitato e, aiutati dagli aristocratici, la occuparono nuovamente e la distrussero uccidendo un gran numero di cittadini. Gela subì un'ulteriore distruzione da parte di Finzia, tiranno agrigentino, il quale, avendo fondato la città di Finziade (Licata), per paura che questa non potesse svilupparsi a causa della vicinanza con Gela da cui distava soltanto 30 Km. occupò la città di Gela e con ferocia fece abbattere le mura e i palazzi. portando i materiali demoliti nella nuova città. Dopo questa immane distruzione, per diversi secoli, non si parlò più di Gela. Sotto i Romani di Gela esisteva ancora un piccolo nucleo. Ne parlano infatti Virgilio, Plinio, Cicerone e Strabone. Dopo i Romani in Sicilia e quindi anche a Gela si stabilirono i Bizantini, ma della città non si hanno notizie importanti. In seguito fu occupata dagli Arabi che la chiamarono "Città delle colonne" e il fiume "Fiume delle colonne" per le numerose colonne sparse nel suo territorio. Nel 1230 Federico Il di Svevia fece ricostruire, a ovest dell'antico abitato. la città che volle chiamare Terranova e la fortificò con un'ampia cerchia muraria. Terranova fu demaniale fino al 1369, quando il re Federico III la donò a Manfredi Chiaramonte, ma già la città si era messa spontaneamente sotto la tutela della potente famiglia. La situazione non piacque ad Artale Alagona che lo cinse d'assedio e, dopo una strenua difesa la città si consegnò alle truppe dell'Alagona. La famiglia Chiaramonte tenne il governo di Terranova fino al 1392 quando l'ultimo discendente, Andrea, fu giustiziato per essersi messo a capo della congiura dei baroni siciliani contro re Martino e i suoi beni furono confiscati. La città fu affidata a Pietro de Planellis fino al 1401 anno in cui re Martino I la concesse a Ludovico de Rayadello al quale succedette la nipote Giovanna sposa di Arnaldo Villademanio. Nel 1432 donna Beatrice, vedova di Gabriele de Faulo acquistò la città di Terranova e la donò alla figlia Costanza che la portò in dote al marito Berengario de Cruillas. Quindi, Beatrice, figlia di Costanza con il marito Giovanni d'Aragona nel 1453 entrarono in possesso della città. Nel 1507 il loro figliolo Carlo acquistò per sé e per i suoi discendenti il "mero e misto impero". A Carlo succedette la figlia Antonia che portò in dote la città allo sposo Giovanni Tagliavia Aragona che nel 1530 chiese e ottenne dal re il titolo di marchese di Terranova. Nel 1561 il figlio Carlo ricevette il titolo di duca. La famiglia Terranova Aragona tenne il possesso della città fino al 1640 fino a quando cioè la figlia di Diego Tagliavia Aragona, Giovanna, la portò in dote al marito Ettore Pignatelli la cui famiglia la tenne fino all'abolizione della feudalità in Sicilia (1812). Nel 1799 la città di Terranova insorgeva insieme ad altri paesi siciliani al grido di: "Morte ai giacobini". Durante la rivolta popolare vennero uccisi alcuni cittadini, ma i responsabili vennero facilmente identificati e impiccati. Nel 1927 la città riprese il suo glorioso nome: Gela. Durante la seconda grande guerra fu crudelmente bombardata dagli alleati che ne occuparono il porto e la cittadina.

Archeologia

In contrada "Molino a vento" gli scavi hanno portato alla luce uno strato preistorico dell'età del bronzo. ricoperto da templi e santuari dell'età ellenica. Nel "Parco delle rimembranze" si trovano una parte dello stilobate e una colonna di un tempio dorico del V secolo a.C. probabilmente dedicato a divinità ctonie. Più a ovest nel 1906 sono stati scoperti i resti di un tempio del VI secolo a.C. dedicato ad Atena e nel 1951 è stato ritrovato il deposito votivo del tempio con numerose suppellettili in ceramica e statue. Al periodo della ricostruzione voluta da Timoleonte nel 405 a.C. risalgono inoltre le abitazioni, le botteghe e i bagni pubblici ritrovati nel corso di scavi archeologici più recenti. Tutti i reperti si trovano ora custoditi nel museo archeologico costruito nelle vicinanze dell'antica città. Tra il 1950 e il 1956 nella collina di Capo Soprano sono stati riportati alla luce imponenti tratti di fortificazioni greche risalenti alla fine del V secolo a.C. Presentano una doppia tecnica di costruzioni: hanno, cioè, blocchi di calcare squadrati alla base, mentre la parte alta è costituita da mattoni di terra cruda seccata al sole. Al suo interno si notano due scale, una nella parte sud, e l'altra nella parte nord. attraverso le quali si accedeva al cammino di ronda. Nel piazzale interno sono ancora visibili i resti delle abitazioni del presidio.

Arte e Cultura

Nella piazza principale si trova la chiesa madre dedicata alla SS. Vergine Assunta ricostruita tra il 1766 e il 1794 su una preesistente chiesetta della Madonna della Platea, ha la facciata a due ordini di semi colonne doriche e colonne ioniche. L'interno a tre navate custodisce una tavola del Transito della Vergine di Deodato Guidaccia, un quadro di San Francesco Saverio del 1786; agli altari vi sono tele settecentesche purtroppo in cattivo stato di conservazione. La chiesa del SS. Salvatore e Rosario costruita nel 1796 su una preesistente, al suo interno è custodito un quadro proveniente dalla chiesa di Santa Maria di Betlemme. Il convento dei cappuccini fu costruito nel 1261 (la data è incisa sulla campana scampata all'incendio del 1577). Fu sede dei conventuali fin dalla sua edificazione, in seguito abbandonato, fu donato ai pp. Cappuccini nel 1574 che lo ricostruirono avendolo ricevuto in pessime condizioni. La torre campanaria è del 1585. La chiesa attigua al convento è dedicata alla Madonna degli Angeli. Al suo interno si trovano una tela del Paladino dedicata alla Madonna, una custodia del Divinissimo. Sotto la chiesa è stata rinvenuta la sepoltura dei frati. Dopo la soppressione degli ordini religiosi il convento è stato adibito a sanatorio. Tra i personaggi che si sono distinti vogliamo ricordare, come nota il prof. Santi Correnti: il cardinale Antonio Maria Panebianco (1808-1855), francescano che ebbe grande influenza nella Curia pontificia, specie in occasione del Concilio Vaticano I del 1869-70, che condannò il materialismo storico, e definì il dogma dell'infallibilità pontificia; il politico democristiano Salvatore Aldisio (1890-1964), che fu uno dei padri dell'Autonomia regionale siciliana, e fu in vari governi nazionali Ministro della Marina Mercantile, dei Lavori Pubblici e dell'industria e Commercio, legando il suo nome a parecchi importanti provvedimenti legislativi: Salvatore Damaggio Navarra (1851-1928) di famiglia benestante, frequentò la scuola tecnica conseguendo la licenza nel 1869. Dimostratosi abile amministratore, si occupò della cosa pubblica dal 1896 al 1913 ricoprendo la carica di assessore. Scrisse numerose monografie. Tra le ricorrenze che vedono la partecipazione dell'intera cittadina sono di particolare rilievo la festa patronale in onore di Maria SS. Alemanna l'8 settembre; la tavolata di San Giuseppe e i riti della settimana santa. Nel periodo di luglio-agosto si tengono rappresentazioni di tragedie greche nella zona archeologica di Capo Soprano.

Economia

L'economia di Gela un tempo era esclusivamente basata sull'agricoltura e la pesca. Dal 1956 è stato scoperto un grosso giacimento di petrolio che ha consentito la costruzione dello stabilimento Anic e di oleodotti sottomarini. Vi operano anche la Società Idrocarburi Siciliani e la Società Mineraria Idrocarburi. Il porto è attrezzato per l'attracco di grosse petroliere. Vi operano inoltre un'industria di carpenteria e riparazione navale, diverse fabbriche di laterizi e manufatti in cemento e diverse altre piccole aziende di confezioni. di conservazione dei prodotti agricoli. L'agricoltura occupa ancora un posto notevole nell'economia gelese infatti nella piana di Gela si producono cotone, ortofrutticoli, agrumi, olive e cerali. È presente anche l'allevamento di equini e ovini.

Amministrazione comunale

Categoria:Comuni della provincia di Caltanissetta Categoria:Comuni della Sicilia Categoria:Comuni italiani

Provincia di Caltanissetta

La Provincia di Caltanissetta è una provincia della Sicilia. Affacciata a sud sul Canale di Sicilia, confina:
- ad ovest con la Provincia di Agrigento,
- a nord con le Province di Palermo ed Enna,
- a est con le Province di Provincia di Catania e Ragusa.

Dati

La provincia conta 22 comuni, 274.035 abitanti (il 5,5% della popolazione siciliana) e si estende per 2.124 kmq (l'8,3% del territorio siciliano).

Territorio

Il comune di Resuttano si trova in un'enclave nella provincia di Palermo.
Presso Caltanissetta, tra il Monte Stretto e la Portella del Vento, si trova un'enclave (senza località) della provincia di Enna. Territorio collinare all'interno, con la Piana di Gela sul Golfo di Gela. È attraversata in brevissima parte dall'Autostrada A19.

Storia

Economia

Cultura

Turismo

Collegamenti esterni


- [http://www.regione.sicilia.it/turismo/web_turismo/sicilia/it/localita/provincia_cl.htm Provincia di Caltanissetta (informazioni turistiche dal sito ufficiale della Regione Sicilia)] Categoria:Provincia di Caltanissetta ja:カルタニッセッタ県

Sicilia

La Sicilia è una regione dell'Italia meridionale di 5,1 milioni di abitanti, con capoluogo Palermo. È completamente circondata dal Mar Mediterraneo e con i suoi 25.710 km2 di superficie è la regione più estesa d'Italia. La lingua ufficiale parlata in Sicilia è l'italiano anche se parte della popolazione locale parla anche la lingua siciliana, u Sicilianu (il Siciliano), parlato anche in Calabria e nel Salento (Puglia). Questa regione - ritenuta unanimemente una delle più complesse ed affascinanti dell'intera Italia - è conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo ed è visitata annualmente da milioni di visitatori provenienti da ogni parte del mondo. I suoi colori, i suoi sapori, gli aromi delle sue valli e i profumi che si irradiano dalle coste ventose hanno contribuito a perpetuare nei secoli il fascino di una terra talvolta dura ma ugualmente florida e ricca di possibilità. Per questa terra - per l'asprezza che contraddistingue chi vi vive e vi opera - è stato coniato un apposito termine, tramandato da uomini d'arte e di cultura: sicilianità.

Storia

La Sicilia, a causa della sua posizione geografica, ha svolto sempre un ruolo di una certa importanza negli eventi storici che hanno avuto come protagonisti i popoli del Mediterraneo. L'avvicendarsi di molteplici civiltà ha arricchito la Sicilia di insediamenti urbani, di monumenti e di vestigia del passato che fanno della regione uno dei luoghi privilegiati dove la storia può essere rivissuta attraverso le immagini dei segni che il tempo non ha scalfito e ha tramandato sino ai nostri giorni
- Preistoria
- Periodo greco
- Periodo romano
- Periodo arabo
- Periodo normanno-svevo
- Periodo aragonese

Geografia

La Sicilia è la principale "isola" dell'intero Mar Mediterraneo, ma geologicamente appartiene alla stessa placca tettonica della penisola italiana, ed orograficamente è una regione appenninica come molte altre regioni italiane. Comprende - oltre all'omonima regione - anche diverse isole minori, quali il gruppo delle Eolie o Lipari, quelo delle Egadi, delle Pelagie nonché le isole di Pantelleria, Lampedusa e Ustica. L'arcipelago in cui si trova anche l'isola di Malta è solo geograficamente parte integrante della Sicilia. Malta, peraltro, è stata unita alla Sicilia (anche politicamente) fino al 1798 quando fu occupata (per circa due anni) da Napoleone Bonaparte. La Sicilia è separata dal continente e dall'Italia peninsulare mediante lo Stretto di Messina di soli 3 km ca., su cui si affaccia, col suo magnifico porto naturale a forma di falce la città di Messina. Il comune (e la provincia) di Messina è a suo modo associata alla provincia ed al comune di Reggio Calabria, nella regione successiva, ovvero l'unica regione con la quale confina, la Calabria, formando a loro modo un'area metropolitana integrata dello Stretto. La regione stessa nonché le isole circostanti sono interessate da intensa attività vulcanica. I vulcani più noti sono: Etna, Stromboli e Vulcano. Di forma triangolare, la Sicilia ebbe nell'antichità il nome di Trinacria. Le coste settentrionali, alte e rocciose, si aprono sul Mar Tirreno con frequenti ed ampie insenature, come i golfi di Castellammare del Golfo, di Palermo, di Termini Imerese, di Milazzo e molti altri minori che ospitano ampie spiaggie coperte di finissima sabbia. Milazzo Ad est la costa ionica è più frastagliata verso sud, mentre il litorale meridionale - di fronte all'Africa - è sabbioso ma generalmente uniforme. Il rilievo è vario e, mentre nella Sicilia orientale si può riconoscere nei Monti Peloritani, Nebrodi e Madonie l'ideale continuazione dell'Appennino calabro, la Sicilia centrale e occidentale ospitano massicci isolati. Al centro infatti vi sono i Monti Erei su cui si trova, a 948 metri di altezza, la città di Enna. Ad ovest sorgono altri monti dall'altezza variabile, come i Sicani, la cui cima più alta è il Monte Cammarata di 1580 metri, e i monti che circondano la Conca d'Oro, la pianura dove, affacciata sul mare, si stende Palermo, città capoluogo di questa regione. Ad est si erge, visibile dallo Stretto di Messina, la cima dell'Aspromonte, la cima innevata del vulcano Etna, alto 3.263 metri. Con le sue frequenti eruzioni, l'Etna ha ricoperto il territorio circostante della sua lava nera che ha colmato una pianura estesa sino al mare, la piana di Catania, una delle provincie della regione, che sorge lungo il litorale. I fiumi siciliani sono tutti di portata ed estensione limitate (a volte detti "fiumare". Sboccano nel Mar Ionio il Simeto e l'Alcantara, lungo la costa meridionale l'Imera, il Platani e il Belice.

Clima

Il clima della Sicilia è mite, ma negli ultimi decenni le estati sono divenute sempre più calde e anche nelle altre stagioni dell'anno ha fatto sentire maggiormente il proprio influsso il vento di Scirocco proveniente dall'Africa che ha creato anche improvvise variazioni di temperatura. La piovosità è scarsa e la scarsità di tale fenomeno atmosferico si ripercuote sull'approvvigionamento idrico.
Tuttavia ciò non impedisce all'agricoltura di essere la prima risorsa economica della regione. Notevole è la produzione dei cereali - tra cui il frumento - che già rendeva la Sicilia importante per i Romani, abbondante quella delle olive, che assicura un'ottima produzione di olio.

Pesca, produzione agricola e alimentare

Ben nota è la coltura degli agrumi: aranci, limoni e mandarini, insieme a mandaranci, bergamotti e cedri. Non mancano neppure gli ortaggi, i legumi,i fichidindia e le carrube. Mandorle, nocciole e pistacchi sono infine alla base di molti prodotti dolciari caratteristici di questa terra. La coltivazione della vite consente la produzione di ottimi vini che vengono sempre maggiormente apprezzati anche all'estero. Tra i più noti vi sono il Marsala, della provincia di Trapani, il Moscato di Pantelleria, la Malvasia di Lipari. Ovini, caprini ed equini sono allevati in buona quantità, mentre i bovini sono presenti in numero limitato. Per contro, la pesca costituisce una risorsa preziosa per la Sicilia. Si pescano, oltre al pesce spada, il tonno, le sardine e gli sgombri, ovvero il pesce azzurro tipico del Mar Mediterraneo, che consente di fornire all'industria conserviera la materia prima necessaria alla produzione del pesce in scatola e del pesce affumicato. A Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, si pratica l'allevamento di pesci come spigole, occhiate, gamberoni; a Ganzirri, in provincia di Messina, quello di ostriche e mitili. Inoltre a Trapani ben note sono le saline da cui sin dall'antichità si preleva finissimo sale marino.

Energia, turismo e altre attività

Un elettrodotto che supera lo Stretto di Messina esporta dalla Sicilia una parte dell'energia elettrica che in essa è prodotta, ma soprattutto consente alla regione di ricevere oltre la metà dell'energia proveniente dal nord Europa, richiesta dai 5 milioni di abitanti siciliani. L'energia principale, più una parte di quella ausiliaria prodotta dalle centrali energetiche della regione viene utilizzata nelle città e per le FS (le linee ferroviarie elettrificate da 3 KV). Dal sottosuolo si estrae il petrolio che proviene dai pozzi di Ragusa e di Gela e che fornisce il 90% della produzione italiana. Le miniere di zolfo delle province di Enna, Caltanissetta e Agrigento - da cui un tempo veniva estratto il minerale - sono state chiuse perché il processo estrattivo è risultato troppo costoso e perciò scarsamente remunerativo. Il traffico marittimo ha i suoi maggiori punti di riferimento nei porti di Messina,Palermo, Catania, Siracusa e Trapani; quello aereo negli aeroporti di Palermo e Catania. Da poco è stato riattivato anche l'aeroporto di Trapani. L'industria del turismo è un'attività in crescita, favorita dalla presenza sul territorio di numerosi siti archeologici e di bellezze naturali che, come nel caso di Taormina, suscitano l'interesse dei visitatori. Il cotone prodotto in Sicilia costituisce il 78% della produzione nazionale.

Trasporti

Veicoli

La Sicilia dispone di una buona rete autostradale, da metterla in esigenza al sistema trasportistico nazionale. Le autostrade sono:
- A18 Messina - Catania, che collega due città della Sicilia orientale, a pedaggio;
- A19 Palermo - Catania, che collega le due metropoli principali, non a pagamento;
- A20 Messina - Palermo, completata nel luglio 2005, importante asse autostradale a pedaggio;
- A29 Palermo - Trapani/Mazara Del Vallo, senza caselli, che collega il capoluogo con la parte occidentale della regione. Gran parte di queste autostrade sono sopraelevate, per via della presenza dei massicci, tipici di questa regione montuosa. Messina è il principale snodo autostradale della regione e del sud Italia, collegando la A3 Salerno - Reggio Calabria con le autostrade A18 ed A20. Gli autoveicoli sono accompagnati da una sponda all'altra dello stretto di Messina per mezzo di ferryboats, traghetti di limitata autonomia adibiti al trasporto di cabotaggio, ossia da/verso le due sponde. Questi traghetti sono in servizio anche nei laghi navigabili del paese. Ufficialmente, la società per azioni Stretto di Messina sta provvedendo a selezionare i responsabili per la costruzione di un viadotto sullo stretto, un ponte sospeso a campata unica, entro la fine del 2005. La costruzione di questo lungo ponte, che sarà quello con la campata centrale più grande al mondo, è prevista per l'inizio del 2006. Quando sarà costruito, segnerà la storia delle vie di comunicazione, come prima volta per la Sicilia, connessa fisicamente al resto d'Italia, e d'Europa.

Treni

La Sicilia è connessa al resto della penisola dal gruppo nazionale FS (Ferrovie dello Stato) e da Trenitalia.

Aerei

La Sicilia è servita da due aeroporti internazionali (sopratutto Europei) da e verso gli aeroporti di Catania Fontanarossa e Palermo. Esiste anche un'altro aeroporto nazionale a Trapani.

Amministrazioni


- Comuni della provincia di Agrigento (43)
- Comuni della provincia di Caltanissetta (22)
- Comuni della provincia di Catania (58)
- Comuni della provincia di Enna (20)
- Comuni della provincia di Messina (108)
- Comuni della provincia di Palermo (82)
- Comuni della provincia di Ragusa (12)
- Comuni della provincia di Siracusa (21)
- Comuni della provincia di Trapani (24)

Voci correlate


- Elenco dei Presidenti della Sicilia
- Isole italiane
- Mar Mediterraneo, Mar Tirreno, Mar Ionio, Canale di Sicilia, Stretto di Messina
- Triscele
- L'incastellamento in Sicilia nell'alto-medioevo
- Regno di Sicilia
- Regno delle Due Sicilie
- Sulla sicilitudine

Collegamenti esterni


- [http://www.sputnix.it/accessibilita Accessibilita dei siti della PA Siciliana]
- [http://www.siciliano.it Motore di ricerca esclusivo per la Sicilia]
- [http://sicilia.indettaglio.it La Sicilia in dettaglio] Categoria:Regione Sicilia Categoria:Isole dell'Italia ja:シチリア島 ko:시칠리아 zh-min-nan:Sicilia

Canale di Sicilia

Il Canale di Sicilia è il tratto di mare del Mediterraneo compreso tra la Sicilia e la Tunisia. Divide il Mediterraneo orientale da quello occidentale. Proprio al centro del canale stesso si trova l'isola di Pantelleria Oggi il canale viene anche chiamato, mutuando in parte la dizione inglese, Stretto di Sicilia. categoria:Italia categoria:geografia ja:シチリア海峡

689 AC

Eventi


- ...

Nati


- ...

Morti


- ... 012

Siracusa

Siracusa è un comune di 121.000 abitanti, capoluogo della omonima provincia.

Storia

Siracusa è stata fondata nel 734 AC.

Tiranni


- Ierone I (478 AC - 467/466 AC)
- Dionisio I (405 AC - 367 AC)
- Dionisio II (367 AC - 357 AC e 347 AC - 344 AC)
- Dione (357 AC - 347 AC)
- Timoleone (344 AC - 337 AC)
- Agatocle (316 AC - 289 AC)
- Ierone II (275 AC - 215 AC)

Cultura

L'aspetto più caratterizzante della città di Siracusa è dato dalle testimonianze di epoca classica della città. I grandiosi monumenti, realizzati prevalentemente a partire dal sec. VI -V a.C., il periodo di maggiore fulgore della città, fino all'età imperiale romana, costituiscono un insieme di straordinario valore storico-artistico, cui dà ulteriore rilievo e documentazione il ricchissimo Museo archeologico regionale. Attorno a questi episodi monumentali si è andata conformando, a partire soprattutto dal sec. XIX, la città moderna, che, ricalcando quasi le orme delle precedenti espansioni di epoca classica, ha ormai colmato gli spazi fra l'antico insediamento dell'isola di Ortigia e gli estremi limiti urbani della città greca.

I monumenti

215 AC
- Cattedrale
- Chiesa S. Giovanni alle catacombe,
- Chiesa dell'Immacolata,
- Chiesa di S. Lucia alla badia,
- Chiesa di S. Maria dei Miracoli,
- Chiesa Parrocchiale di S. Martino,
- Arcivescovado,
- Chiesa di S. Filippo Neri,
- Chiesa di S. Pietro del Carmine
- Chiesa di S. Maria
- Chiesa del Collegio
- Chiesa di S. Benedetto,
- Chiesa di S. Lucia al Sepolcro
- Chiesa del Carmine
- Chiesa di S. Tommaso
- Chiesa dei S. Leonardo e Biagio
- Chiesa di S. Francesco D'Assisi
- Chiesa di S. Anna
- Chiesa di S. martino
- Chiesa dello Spirito Santo
- Chiesa del S. Cristoforo
- Chiesa di S. Paolo
- Chiesa di S. Nicolò ai Cordari
- Fonte Aretusa
- Fontana degli Schiavi
- Convento del Carmine
- Convento del Ritiro
- Monastero di S. Benedetto
- Chiesa Ex Convento di S. Maria Montevergine
- Chiesa di S. Giovannello
- Chiesa di S. Giovanni Battista alle Catacombe
- Chiesa di S. Giuseppe
- Chiesa di S. Lucia al Sepolcro
- Chiesa di S. Maria alla Concezione
- Ex Chiesa del Ritiro
- Chiesa di S. Filippo Neri
- ruderi Chiesa dei Santi Quattro Coronati
- Ex Chiesa del SS. Salvatore
- Chiesa di S. Maria delle Monache
- Chiesa di S. Filippo Apostolo
- Chiesa di S. Nicolò ai Cordari
- Chiesa delle Giuseppine
- Chiesa dei Cappuccini
- Chiesa Rupestre della Grotta Santa
- Palazzo Bellomo
- Teatro Greco
- Anfiteatro Romano
- Orecchio di Dionigi
- Latomie dei Cappuccini
- Catacombe di Vigna Cassia

Amministrazione comunale

Il sindaco è stato eletto in una lista di centro destra.

Voci correlate


- Archimede Categoria:Comuni della provincia di Siracusa Categoria:Comuni della Sicilia Categoria:Comuni italiani !Siracusa Categoria:Patrimoni dell'umanità in Italia ja:シラクサ ko:시라쿠사

Creta

Creta (Κρήτη, Kriti), nel Mar Egeo, è la più grande isola della Grecia e la quinta (8.261 Km²) per grandezza tra quelle del Mediterraneo.

Storia

Civiltà minoica

La prima civiltà conosciuta dell'isola cretese, venne definita "minoica" dall'archeologo Arthur Evans, che agli inizi del secolo scoprì la città di Cnosso, riportando alla luce il Palazzo di Minosse. Questo eponimo concorda con la mitologia greca, in quanto tutti i leggendari re di Creta avevano per nome Minosse. La civiltà cretese presenta una scrittura cuneiforme denominata "lineare A" che,a differenza della scrittura "lineare B" dei micenei, non è stata ancora decifrata; una testimonianza di questa scrittura è la tavoletta di Festo. Creta era centro di un fiorente impero marittimo che controllava una rete commerciale che raggiungeva l'Egitto, la Britannia e le regioni a nord del Mar Nero.
Verso il 1400 a.C fu invasa da forze straniere, che abbatterono la stirpe reale. Il mito di Teseo e del Minotauro è molto probabilmente legato a questa distruzione, il cui triste onore va ad Atene. Un'altra invasione nel 1200 a.C., compiuta dai greci dorici, distrusse ciò che rimaneva della gloria di Creta. Creta appare frequentemente nella mitologia greca. Oltre a Minosse e Teseo, l'isola aveva legami con Zeus, che la leggenda indica nato sul monte Ditte o sul monte Egeo.

Geografia

Creta è divisa amministrativamente in 4 regioni:
- Iraklion (capoluogo Iraklion )
- Rèthymno (capoluogo Rèthymno )
- Lassithi (capoluogo Haghios Nikolaos )
- Chanià (capoluogo Chanià ) A Creta appartengono anche alcune isolette che si trovano intorno ad essa: Dia, Mikronissi, Chrysi, Ghàvdos.

Economia

La Grecia ha una tradizione agricola, ma dagli anni '60 ha compiuto un notevole sforzo di industrializzazione che le ha permesso di essere ammessa alla Comunità economica europea. Nel settore industriale ha avuto infatti un forte sviluppo in particolare nel settore tessile (soprattutto cotone, ma anche fibre sintetiche) nel settore alimentare (industrie vinicole, zuccherifici, oleifici, birrifici) e nella manifattura del tabacco. Il prodotto principale è il frumento, ma vengono coltivati anche l'orzo, il mais, il riso e l'avena. L'olio d'oliva è una produzione importante per la Grecia (è il terzo produttore al mondo), inoltre produce uva (da cui si ricavano vini, rinomati anche all'estero) e gli agrumi, destinati in buona parte all'esportazione. Sono infine in crescita le produzioni di cotone e di tabacco. Infino di grande importanza, ed in continua crescita, è il contributo del turismo.

Principali monumenti e luoghi di interesse turistico


- Agía Triáda
- Monastero di Arkadi
- Górtys
- Gournia
- Heraklion - Museo archeologico
- Káto Zákros - Palazzo minoico
- Palazzo di Cnosso
- Lato
- Mália - Palazzo minoico
- Festo (Phaistós) - Palazzo minoico
- Fourní (Phourni) - Necropoli
- Tylisos
- Vathypetro
- Preveli: Monastero e Spiagga con palme
- Gole di Samaria

Voci correlate


- Isole greche

Collegamenti esterni


- [http://www.travel-images.com/crete.html Immagini di Creta] Categoria:Isole della Grecia Categoria:Luoghi della mitologia greca ja:クレタ島

Siculi

I Siculi sono stati un popolo italico di etnia europea, arrivati in Sicilia attorno al 1400 AC.

Storia

Pare che la loro organizzazione fosse tribale, e l'economia prevalentemente agricola. Praticavano la sepoltura dei morti in tombe di tipo "a forno" riunite in grandi necropoli (famosa quella di Pantàlica, Siracusa). Traversando lo stretto di Messina essi introdussero nell'isola l'uso del cavallo e del rame. Cacciarono poco per volta i Sicani, la cui società era già in decadenza, verso l'interno dell'isola e verso la parte occidentale di essa. Dopo una serie di scontri con i Sicani si giunse a dei trattati di pace che delimitavano i reciproci confini (il corso del fiume Salso). Con la colonizzazione dei Greci i Siculi si ritirarono sempre più nell'entroterra fino a confondersi con tale popolo.

Fonti Storiche

I Siculi dall'Italia (ivi infatti abitavano) passarono nella Sicilia, fuggendo gli Opici, su zattere, secondo la leggenda e la verosimiglianza, dopo aver aspettato di passare allo spirare di un vento favorevole o forse sbarcando in qualche altro modo. Nell'Italia vi sono ancora dei Siculi e il paese fu chiamato Italia da Italo, un re dei siculi che aveva questo nome. Giunti in Sicilia, grosso popolo com'erano, vinsero in battaglia i Sicani, li scacciarono verso le parti meridionali e occidentali del paese e fecero sì che la terra si chiamasse Sicilia invece di Sicania. La abitarono, possedendo,dopo la traversata, le parti migliori della terra, circa trecento anni prima della venuta dei Greci in Sicilia. Anche ora posseggono le regioni centrali e quelle volte a borea. (Tucidide, Storie VI,4,6). Diodoro Siculo (V,6,3-4) riporta che le aree lasciate libere dai Sicani a seguito dell'eruzione dell'Etna furono occupate dai Siculi provenienti dall'Italia. Dopo una serie di conflitti con i Sicani si giunse alla stipulazione di trattati che definivano le frontiere dei reciproci territori. Altre notizie su questo popolo sono riportate dagli storici: Dionigi di Alicarnasso, Antioco di Siracusa, Ellanico, Timeo di Tauromenio, Fillisto di Siracusa. Dagli studi di vari ricercatori e dagli scavi archeologici, si può suddividere la civiltà dei Siculi in quattro periodi:
- dal 1200 al 1000 AC identificato con la necropoli di Pantàlia;
- dal 1000 al 850 AC identificato nella necropolo di Cassibile (Siracusa);
- Dall'850 al 730 AC identificato nella necropoli sud di Pantàlica, e nelle tombe più antiche del monte Finocchito presso Noto (Siracusa);
- dal 730 AC al V secolo AC identificato nelle tombe più recenti del monte Finocchito e nella necropoli del monte Bubbonìa (Caltanissetta), di Sant'Angelo Muxaro (Agrigento) e di Licodia Eubea (Catania).

Archeologia

I Siculi hanno lasciato scarse testimonianza linguistiche, da esse, però, si evince che l'origine è indubbiamente è indoeuropea. Tre sono in particolare le iscrizioni rinvenute: nella prima, posta su di un vaso votivo in terracotta a Centuripe (Enna), si legge che è un vaso votivo agli dèi quindi si pregava di non usarlo per il vino; nella seconda, rinvenuta ad Adrano (Catania), su due tegole, si legge che erano state offerte ad Asso da sei anni; nella terza, rinvenuta su di una stele sepolcrale, a Sciri Sottano in territorio di Mazzarrone (Catania), si legge che la stele era stata edificata da Nendas per Praari. Dalle note degli antichi storiografi che hanno riportato parole e frasi del linguaggio siculo si evince che alcuni termini Kampos, kornos, karkaron, leporin, katinon, ghela sono correlati ai corrispondenti termini latini campus (campo), cornos (corno), carcer (carcere), lepus (lepre), katinus (secchio), gelu (gelo). Altri legami si notano in geografia e toponomastica, i principali centri siculi, Messina, Catania e Siracusa originariamente chiamate rispettivamente Zancle, Katane e Sùraka sono di origine sicula.

Bibliografia


- Tucudide (La guerra del Peloponneso o storia) categoria:Popoli dell'Italia antica Categoria:Preistoria Categoria:Storia della Sicilia

VI secolo AC

II millennio AC | I millennio AC | I millennio

IX secolo AC | VIII secolo AC | VII secolo AC | VI secolo AC | V secolo AC | IV secolo AC | III secolo AC

Anni 590 AC | Anni 580 AC | Anni 570 AC | Anni 560 AC | Anni 550 AC
Anni 540 AC | Anni 530 AC | Anni 520 AC | Anni 510 AC | Anni 500 AC
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Avvenimenti

Europa

Asia

Personaggi significativi

Invenzioni, scoperte, innovazioni

Categoria:VI secolo AC ja:紀元前6世紀 ko:기원전 6세기

505 AC

Eventi

Nati

Morti

096

Lentini

Lentini è un comune di 23.711 abitanti della provincia di Siracusa.

Geografia

Lentini è un importante centro agricolo (comune di 215,84 Km²), 47 Km a Nord-Ovest del capoluogo, a 53 m.s.l.m., sulle prime propaggini collinari al margine meridionale della piana di Catania. Possiede un fiorente mercato agricolo (agrumi, prodotti ortofrutticoli), industrie alimentari, del vetro, meccaniche, del legno e del cemento. È l'antica Leontinoi, una delle prime colonie greche in Sicilia, ed ha notevoli resti archeologici. Poco lontano dall'abitato, a Nord-Ovest, si estende la conca dell'antico lago di Lentini (Biviere), un tempo interamente prosciugato e oggi ricostruito nel vecchio sito. Il mare (golfo di Agnone bagni) dista 10 km dal centro abitato.

Storia

Il mito

Il periodo antecedente la colonizzazione greca di Leontinoi è avvolto nel mito. Delle civiltà preelleniche rimangono i ritrovamenti nelle zone archeologiche, in particolare grotte murate e capanne del tipo italico. Secondo Sebastiano Pisano Baudo, che ha scritto, attingendo a piene mani alla mitologia ("Storia di Lentini antica e moderna"), i primi abitatori dei campi leontini furono i Lestrigoni, popolazioni vicine ai Ciclopi, che dimoravano sull'Etna. Un capo di questo popolo, il cui nome è stato tramandato per la saggezza e il valore, era Antifate. Richiamando autori mitologici greci, soprattutto Omero, l'autore descrive i Lestrigoni come popolazioni evolute, dedite principalmente alla pastorizia e organizzate sotto un governo federato, rinnegando la rappresentazione di essi come giganti incivili e persino antropofagi. Considerandoli pacifici, ma molto patriottici, giustifica la strage dei seguaci di Ulisse, descritta nell'Odissea. Lo stesso autore, citando Tucidide, Polibio ed altri, ritiene che la città di Camesena, fondata da Cam, re dei Saturni, sorgesse nei campi leontini e fosse la prima città siciliana. In epoche successive i Lestrigoni, avanzando nella civiltà, si chiamarono Sicani, da Sicano, il loro eroe più illustre e coraggioso. Oltre alla pastorizia, si dedicarono all'agricoltura, in particolare alla coltura delle biade. Per Pisano Baudo il mito di Cerere trova origine nell'attitudine a coltivare il grano da parte dei Sicani. Ricorda che, secondo la mitologia, Cerere fu generata da Cam Saturno e da Rea ed opina che sposò Sicano. A lei furono attribuite le leggi che regolavano la pastorizia e l'agricoltura e fu appellata Tesmofora, creatrice della ricchezza, Mallefora, porta lana e Melafora, porta pecore. Dalla coppia venne alla luce Proserpina, bellissima tra le belle, che Orco, re dei Molossi, rapì nei pressi del Bevaio (Biviere) di Lentini (e non nell'ennese o a Catania, come altri asseriscono). Nel mito dei campi leontini trova posto anche Ercole, capo dei Fenici, che, dopo aver ucciso Erice e fondato Mozia, si spostò ad est della Trinacria, richiamato dal mito di Cerere, alla quale sacrificò un toro nei pressi della fonte del Ciane. I Sicani, temendo l'invasione fenicia, organizzarono un numeroso esercito e ne affidarono la guida a sei condottieri: Leucaspi, Pediacrate, Bufona, Caucate, Cigeo e Crisida. I fenici, niente affatto impauriti e forti dell'audacia del proprio capo, ingaggiarono la battaglia e sconfissero i Sicani. Ercole si distinse per forza e coraggio, uccidendo i sei capi nemici. Giunto ai campi leontini, fu accolto da un tripudio. Riconoscente, lasciò segni eterni del suo passaggio, facendo edificare maestosi monumenti. Una medaglia, raffigurante un uomo nudo con la patera, che sacrifica presso un'ara, tenendo in mano un ramoscello d'orzo, fa dire al Pisano Baudo che si tratta di Ercole che sacrifica a Cerere. Pare, comunque, che il mito di Ercole sia stato nei campi leontini celebrato per secoli e addirittura si fa originare il nome Leonzio dal leone ucciso dall'eroe fenicio. Scrive Pisano Baudo che Leonzio, beneficiata dal simbolico Ercole e tanto ammirata dai Fenici, divenne di giorno in giorno più popolata, acquistando grande rinomanza per la laboriosità e la civiltà. Ma quando vi furono le terrificanti eruzioni dell'Etna che devastarono l'intera area, i Sicani, impauriti, si ritirarono a occidente dell'isola. L'area venne successivamente ripopolata dai Sicoli, guidati dal re Sicolo, dal quale prese nome l'intera isola. Con la colonizzazione dei Sicoli, Leonzio fu eletta capitale della regione leontina. Ben presto, spinti da mire espansionistiche, i Sicoli entrarono in guerra con i Sicani, prendendo a saccheggiare le loro campagne. Le ostilità cessarono con la stipula di un trattato di pace che fissava i confini tra i rispettivi territori. I contrasti, però, ripresero quasi subito e si tornò a belligerare. Lo stato permanente di guerra turbava lo sviluppo economico e civile di entrambe le popolazioni. Per queste ragioni, essendo pervenuta fino a loro la fama di Euo, uomo giusto e sapiente, che aveva insegnato ai marinai l'uso delle vele, affidarono a suo figlio Xuto, anch'egli ritenuto saggio ed equo come il padre, il governo di entrambi i popoli. Poiché il prescelto si rivelò all'altezza del compito, la regione che va dal Simeto fino a Leonzio fu chiamata Xutia. Nelle età successive si mantenne la pace e la prosperità, perché i successori di Xuto furono sempre scelti come gli ottimi tra i buoni.

L'età greca

La città di Lentini è stata fondata, secondo la tradizione derivata da Tucidide, da coloni greci, provenienti da Calcide, che, sotto la guida di un certo Tukles (Teocle), occuparono le colline a sud della ricca piana alluvionale del Simeto. Ma molti secoli prima che il piede calcidese calpestasse la terra di Sicilia, popolazioni di varia origine avevano occupato le stesse colline. Tra queste popolazioni, una gente di origine peninsulare che gli storici hanno identificato con i Siculi. Essi passarono nella Sicilia dall'Italia (dove abitavano) fuggendo gli Opici, su zattere o in qualche altro modo. Giunti in Sicilia, essendo un popolo numeroso, vinsero in battaglia i Sicani e li scacciarono verso le parti meridionali e occidentali del paese. Questa popolazione, che basava la sua economia sull'agricoltura, ma anche sulla pesca e sul commercio, esercitato attraverso lo scalo di Castelluccio, si stanziò sul colle di Metapiccola, dando origine ad un insediamento che gli studiosi hanno identificato con la mitica Xouthia. Contemporaneamente, sui colli circostanti continuano a vivere popoli indigeni, che sembrano aver mantenuto con i Siculi rapporti amichevoli e che continuano ad occupare la stessa zona anche quando dei Siculi si perdono le tracce. Sono queste le genti che i calcidesi trovano sul colle di San Mauro nel 729 o,come è più probabile, nel 751-750 a.C. Dapprima i Calcidesi coabitarono con gli indigeni, ma poi, con la collaborazione dei Megaresi, con i quali avevano fatto città comune, li cacciarono dal San Mauro, costringendoli ad insediarsi sui colli circostanti, fino al definitivo assorbimento. L'agricoltura, in particolare la coltivazione dell'orzo, che ritroviamo nelle rappresentazioni monetali, e l'allevamento dei cavalli furono le attività economiche prevalenti, che determinavano lo status sociale della classe dominante, i cavalieri (ippeis). A questa classe appartiene il primo tiranno della storia siciliana, Panezio, che, sul finire del VII secolo a.C., approfittando della guerra per motivi di confine con Megara, prese il potere a Leontini. La città, che fu diretta per molto tempo da un regime oligarchico, ebbe molto presto un grande sviluppo ed uscendo dai ristretti limiti del San Mauro, occupò i colli circostanti e fondò nuove colonie (Euboia). La ricchezza della città, molto florida sia dal punto di vista agricolo che da quello commerciale, suscitò ben presto gli appetiti dei vari potenti che si contendevano il dominio della Sicilia in questo periodo. Attaccata ed occupata da Ippocrate di Gela nel 494 a.C., Leontini perde l'indipendenza e viene costretta ad entrare in un'alleanza militare, prima sotto il controllo di Gela (che vi insedia Enesidemo), e poi di Siracusa, che la trasforma in una piazzaforte militare per il controllo del territorio. Nel 476 a.C., Ierone, signore di Siracusa, deporta a Leontini gli abitanti di Nasso e di Catania, dopo averli scacciati dalle loro città. La fine, con Trasibulo, della dinastia dei Dinomenidi riporta a Leontini la libertà, che viene però minacciata dall'avventura di Ducezio che nella zona dei Palici cerca di realizzare un dominio personale sul modello degli stati tirannici greci. Circondata da nemici da ogni parte, Leontini ricorre ad Atene, con la quale si allea con un trattato militare negli anni intorno alla metà del V secolo a.C. Di fronte alle azioni di Siracusa, che non nasconde le sue mire di dominio su tutta la Sicilia, l'alleanza precedente viene rinnovata nel 433 a.C. Nel 427 a.C., un'ambasceria, guidata dal retore leontino Gorgia, viene inviata ad Atene a perorare la causa degli alleati (le città calcidesi, Camarina e Reggio) contro Siracusa. La novità del suo eloquio, che avvince gli ascoltatori, ma anche gli interessi che Atene ha nell'isola, convincono la città greca ad intervenire militarmente in Sicilia. Le vicende della guerra sono alterne e si concludono con il convegno di Gela (424 a.C.), nel quale si stabilisce l'indipendenza delle varie città siceliote, l'estromissione di Atene dalla Sicilia, e di fatto la supremazia di Siracusa. A Leontini la fine della guerra non porta la pace. Si riaccendono, infatti, subito le lotte tra aristocratici, legati a Siracusa, e democratici, legati ad Atene. Questi ultimi chiedono la ridistribuzione delle terre e l'allargamento del diritto di voto, con la concessione dei diritti politici a molti nuovi cittadini. Per non essere costretti a cedere una parte del loro potere, gli aristocratici si rivolgono a Siracusa, che interviene immediatamente. I democratici vengono espulsi e si disperdono in varie parti della Sicilia, i nobili si trasferiscono a Siracusa, della quale ottengono la cittadinanza. Ad impedire che in futuro ci siano sorprese, le fortificazioni vengono distrutte. Il territorio viene inglobato nella chora di Siracusa e Leontini resta priva di abitanti, tranne i lavoratori servili alle dipendenze degli aristocratici. Dopo qualche anno, però, i nobili, non contenti del trattamento che riserva loro la nuova patria, fanno ritorno in città ed alleatisi con i democratici fanno scorrerie contro i Siracusani dal quartiere fortificato di Foceas e dalla fortezza di Brikinnia. La nuova situazione, che vede i democratici alla riscossa, spinge Atene ad intervenire in favore degli antichi alleati. Infatti, risponde positivamente alle richieste di aiuto che vengono formulate da Segesta, nella guerra contro Selinunte, alleata di Siracusa, e dagli esuli Leontini, che chiedono di essere rimessi nella loro città. Ha inizio così la seconda spedizione ateniese che finisce con la sconfitta definitiva di Atene, la quale, battuta all'Assinaro, vede il proprio esercito lasciato morire di fame e di stenti nelle latomie, mentre Leontini vede svanire ancora una volta il sogno della libertà (413 a.C.). Ad accentuare lo stato di sudditanza nei confronti di Siracusa, ecco che di lì a poco la città viene occupata dai cittadini di Akragas, duecentomila persone (406 a.C.), e subito dopo dagli abitanti di Gela e di Camarina, alleati di Siracusa nella guerra contro Cartagine. La fine della guerra, con la sconfitta di Siracusa, porta all'autonomia di Leontini, che dopo tanto tempo si ritrova libera dalla potente vicina. L'indipendenza dura poco. Infatti, alla partenza dei Cartaginesi dalla Sicilia, Dionisio, da poco divenuto tiranno di Siracusa, la riconquista e deporta ancora una volta gli abitanti a Siracusa. La città si trasforma e diventa nello schema siracusano semplicemente una città magazzino, in cui conservare provviste per la guerra nei depositi a tal uopo costruiti. Alla fine della guerra, non potendo pagare i mercenari, Dionisio cede loro la città in cambio degli stipendi arretrati. Nelle lotte che si scatenano a Siracusa per il potere tra Dionisio II e Dione, Leontini parteggia per quest'ultimo e viene coinvolta fino ad essere occupata parzialmente da Filisto, generale di Dionisio. Nel periodo successivo, che vede il dissidio tra il corinzio Timoleonte ed Iceta, generale siracusano, Leontini prende le parti del secondo. La sconfitta di Iceta si porta dietro per Leontini ancora una volta lo spopolamento con la deportazione a Siracusa dei cittadini di parte popolare. Durante il regno di Agatocle, Leontini passa da una fase di appoggio al monarca siracusano all'alleanza con i Cartaginesi. Agatocle, al ritorno dall'Africa dove aveva portato la guerra, per punirla del tradimento ne massacra i dirigenti politici ed i loro seguaci. Durante l'intervento in Italia di Pirro, Leontini assieme a Siracusa e ad Akragas chiama il re epirota in aiuto contro Cartagine. In quella occasione, il tiranno di Leontini, Eraclide, offre a Pirro la città con i castelli ed un contingente di quattromila soldati e cinquecento cavalli (278 a.C.) La partenza di Pirro dalla Sicilia lascia Leontini saldamente in mano di Siracusa. Durante la prima guerra punica gode di un periodo di pace, inserita com'è nell'alleanza cui l'ha costretta il signore di Siracusa, Ierone II, che riesce a non restare coinvolto nella lotta tra Roma e Cartagine, barcamenandosi tra l'una e l'altra potenza. La morte di Ierone e l'ascesa al trono di Ieronimo, suo nipote, che nella seconda guerra punica parteggia per Cartagine, rappresentano l'ultimo atto dell'esistenza di Leontini. Ieronimo, giovane di sedici anni, si reca con l'esercito e con il tesoro regio a Leontini, ai confini della provincia romana, per procedere alle operazioni di guerra. Quivi giunto, però, cade vittima di una congiura ordita dal partito filoromano. Mentre, infatti, si sta recando in piazza per una via stretta, Ieronimo viene circondato dai congiurati e trafitto a colpi di pugnale. Leontini, abbandonata dai congiurati, diventa poco dopo la base delle operazioni dei filocartaginesi, espulsi da Siracusa. Costoro attaccano e distruggono un reparto romano e Roma chiede l'allontanamento dei Cartaginesi. La risposta sprezzante dei Leontini, che sperano nell'aiuto di Annibale che in Italia sta portando un duro attacco alle forze romane, provoca l'intervento armato dei Romani. Attaccata da tutte le parti, distrutte le mura, la città soccombe(214 a.C.). Leontini entra nell'orbita di Roma e perde definitivamente la sua autonomia.

Il periodo Romano e quello Bizantino

Poche e scarne le notizie relative a Leontini sotto il dominio di Roma. Inquadrata in primo momento tra le città decumane, sottoposte al pagamento della decima parte del raccolto, si trasforma a poco a poco in città censoria, il cui territorio viene dato in affitto a cittadini di altre città dietro pagamento di un canone prestabilito. Alla fine del I secolo a,C., il territorio di Leontini viene usato per i donativi agli alleati dei triumviri. La città entra in un periodo di grande decadenza, scompare praticamente come città, mentre la popolazione preferisce trasferirsi nelle campagne e nelle fattorie sparse nel territorio. Quasi del tutto assenti le notizie relative alla città in periodo imperiale. Le poche informazioni giunte fino a noi sono inserite nel contesto delle vicende dei santi martiri Alfio, Filadelfo e Cirino, chiaramente leggendarie e quindi di poca utilità. Secondo la tradizione, la chiesa leontina è una delle prime ad affermare che Maria è madre di Dio, prima che questa verità di fede venga ufficialmente proclamata dal concilio di Efeso (431 d.C.). Dopo la conquista da parte dei Barbari, Lentini, assieme a tutta la Sicilia, nel 535 d.C., entra a far parte del dominio bizantino e subisce le conseguenze del rapace governo orientale. Su questo periodo sono poche le notizie. Di certo si sa che Lentini è sede vescovile, almeno a partire dal VII secolo d.C., e che viene scelta per ospitare un monastero maschile. Questo fatto si inserisce nella politica del papa del tempo, Gregorio Magno, il quale cerca di opporsi strenuamente alla tendenza della chiesa siciliana di quel periodo a seguire nel campo religioso l'esperienza orientale e bizantina che si manifesta anche nell'uso della lingua greca. La scelta di Lentini non è casuale e dimostra che essa è una sede importante, di grande prestigio, che può dare un grande contributo nella lotta per l'occidentalizzazione della Sicilia. A sancire il grande ruolo del vescovado di Lentini, il prestigio di cui gode presso la corte di Costantinopoli l'ultimo vescovo di Lentini, Costantino. Questi, infatti, in occasione della lotta contro l'iconoclastia sferrata dal papato contro l'impero bizantino, viene incaricato dall'imperatrice Irene nel 785 d.C. di recapitare al papa una lettera nella quale il pontefice viene invitato a partecipare al concilio di Costantinopoli (sede iniziale). Il compito affidato è delicato ed il vescovo viene scelto perché già conosciuto dal papa e per il ruolo di cerniera che la chiesa siciliana assume in questo arco di tempo tra Roma e Bisanzio. Durante il concilio che si svolge a Nicea (settembre 787 d.C.), il prelato partecipa attivamente ed ha l'onore di parlare per primo tra i vescovi siciliani. Con Costantino, il vescovato di Lentini cessa di esistere.

Il periodo Arabo e quello Normanno

Si avvicina, intanto, a grandi passi il dominio dei Musulmani. Essi, nell'847 d.C., assediano Lentini e, sfruttando a loro favore il piano di difesa che era stato architettato dagli abitanti della città, la conquistano, massacrando un buon numero di abitanti. Durante il dominio musulmano, Lentini vive come un tranquillo borgo agricolo e deve godere di un certo benessere, in parte commerciale, se le descrizioni dei geografi arabi ne lodano le case di pietra e il traffico fluviale, che si svolge attraverso il fiume San Leonardo che è navigabile fino alla città. A tutto ciò bisogna anche aggiungere il fatto che Lentini gode di una certa importanza strategica per via delle sue fortificazioni, tanto che il geografo arabo Edrisi la definisce "forte rocca". Caduta sotto il dominio dei Normanni, Lentini viene inquadrata nello Strategato di Messina, mentre ai nobili leontini, Alanfranco ed Alaimo, vengono concessi i castelli di Militello, Ossino e Hidria con i rispettivi territori. Lentini decade ulteriormente, la sua popolazione diminuisce drasticamente e di conseguenza è retta da un vicecomite. Per accrescere la popolazione viene favorito il trapianto a Lentini di una colonia di Cosentini, che danno il nome ad un quartiere della città. Nonostante la decadenza, però, Lentini mantiene tutto il suo territorio ed i fondachi, che ne fanno uno snodo importante del sistema viario dell'epoca, mentre continua a produrre grano in grande quantità, che viene anche esportato in tutta la Sicilia nei periodi di carestia. I terremoti del 1140 e, soprattutto, del 1169, a causa dei quali crollano molti palazzi, determinano l'ulteriore degrado della città, che viene ridimensionata, perdendo anche, molto probabilmente, la navigabilità del fiume ed il contatto diretto col mare a causa dell'interramento del corso d'acqua, mentre viene realizzato, con uno sbarramento artificiale ad opera probabilmente dei Templari, il lago Biviere. Le sorti della città si risollevano, almeno in un primo momento, con l'avvento al trono di Federico II di Svevia. Viene iniziata la costruzione della chiesa del Murgo, nei pressi di Agnone, che deve essere affidata ai monaci Cistercensi; l'imperatore concede poco dopo ai Templari il Pantano con diritto di pesca nel fiume, che da quel momento in poi assume il nome di San Leonardo, per una chiesa dedicata al santo nei pressi. Nel 1223 Lentini viene scelta come sede per la riunione del primo parlamento siciliano, nel quale si stabilisce che il primo maggio ed il primo novembre di ogni anno si deve procedere in una pubblica adunanza alla presentazione delle lagnanze contro l'operato dei giustizieri e delle persone rivestite di pubblica autorità. Tutto questo non impedisce ai lentinesi di partecipare alla ribellione, partita da Messina, contro l'imperatore, la sua politica accentratrice ed il suo sistema fiscale e di controllo conseguente. I lentinesi, in questa occasione, prestano ascolto alle lusinghe di Vinito di Palagonia e giurano fedeltà al papa. La rivolta subito sedata ed il ritorno della normalità nel regno permettono a Federico di riunire a Foggia nel 1239-1240 il parlamento dei comuni del regno. Fra le undici città siciliane chiamate ad intervenire, Lentini, si trova accanto a Siracusa, Messina, Catania e altre. L'adesione alla rivolta non manca di avere conseguenze sui rapporti tra l'imperatore e la città. Infatti, per migliorare il controllo militare sul centro urbano, viene riattato il vecchio castello (castrum vetus) sul colle Tirone, mentre sulle propaggini settentrionali del San Mauro viene costruito un altro castello per i divertimenti dell'imperatore (castellum novum). I motivi del malcontento nei confronti dell'imperatore non sono però cessati ed hanno una base reale nella situazione di crisi dell'agricoltura, in particolare feudale. Non è un caso se nel corso del 1247-48, i reintegratores, ufficiali regi mandati appunto a reintegrare i feudi, trovano a Lentini, ma anche a Siracusa, parecchi contratti tra feudatari e borghesi, per cui molti terreni sono stati venduti, mentre altri, vuoti, sterili o poco utili ma demania feudorum, sono stati dati in censo per piantarvi vigna dietro pagamento di denaro. Alla corte di Federico II, intanto, si sviluppa la scuola poetica siciliana che vede in posizione di primo piano un cittadino di Lentini, Jacopo, notaio di corte, ritenuto universalmente l'inventore del sonetto. La morte di Federico, nel 1250, dà via libera al papa per intervenire nelle vicende di Sicilia. Ed è sotto la protezione della Chiesa che Lentini, assieme a Palermo e ad altre città, si proclama Comune, affermando la sua autonomia nei confronti degli Svevi, nel 1254, sotto la guida del nobile Ruggiero Fimetta. La libertà dura poco, però, e nel 1256, a Favara, l'esercito leontino è sconfitto, molti soldati sono uccisi, parecchi si salvano con la fuga, mentre il Fimetta si rinserra nella rocca di Lentini, riuscendo con molta probabilità a salvare la vita con l'esilio, seguendo la sorte del conte Alaimo, anch'egli ostile agli Svevi.

Angioini ed Aragonesi

Alla morte di Manfredi, nel 1266, si riaccende lo scontro tra il papa, che appoggia gli Angiò, e gli Svevi, rappresentati dal giovane Corradino. A Lentini si accende una disputa tra i fautori degli uni e degli altri. I seguaci degli Angioini, Ferracani, si rinserrano nelle zone fortificate (Tirone e Castello) da cui controllano la città, ma poi si arrendono per mancanza di acqua e perché si accorgono che i rivali, Fetenti (come venivano chiamati allora i seguaci degli Svevi), hanno cominciato a scavare gallerie sotto le fortificazioni per renderle instabili. A questo punto anche Lentini si dichiara partigiana di Corradino. Sconfitto Corradino nella battaglia di Tagliacozzo, Lentini rimane fedele agli Svevi e ne segue le sorti, accogliendo l'esercito tra le sue mura. Nella battaglia di Sciacca, la vittoria arride agli Svevi, ma poco dopo, con la presa di Centuripe, la Sicilia passa nelle mani dei Francesi. Gli Angioini non erano venuti in Sicilia a portare la libertà e ben presto se ne accorgono tutti, soprattutto quelli che hanno appoggiato gli Svevi e quindi sono naturalmente sospetti. Infatti, tra i primi atti del nuovo governo c'è l'aumento delle guarnigioni nei castelli sparsi in varie parti della Sicilia, che garantiscono un controllo capillare del territorio contro possibili sommosse (1278). Tra i castelli occupa un posto di rilievo quello di Lentini, che si vede popolato da un grande numero di soldati, ai quali viene garantita una provvigione di ben 100 salme di miglio. Questo trattamento, totalmente dissimile da quanto avveniva prima (1272), mette la guarnigione di Lentini alla pari dei castelli strategicamente più importanti di Messina, Palermo ecc. Se ne accorgono anche i nobili che li hanno appoggiati. Come in altre occasioni di intervento straniero, molti avevano appoggiato gli Angioini, in odio ai vecchi governanti, forse sperando in un miglioramento delle loro condizioni sociali. Ma gli stessi erano sempre pronti a cambiare padrone non appena il nuovo dimostrava di volersi rifare delle spese sostenute per l'impresa. Non va sottovalutato, inoltre, il fatto che molte famiglie nobili sperano di ricavare dei benefici privati dal cambiamento dinastico conseguente ad un'invasione straniera. Tra questi, il conte Alaimo che, mandato in esilio dagli Svevi fuori dalla Sicilia, vi fa ritorno, al seguito dei francesi, dopo la battaglia di Benevento (1266), prende parte alla lotta in favore degli Angioini e nel 1274 viene premiato per la sua fedeltà dal re Carlo con la nomina a Giustiziere nel Principato e nella terra di Benevento. Nel 1279 ottiene l'incarico di Secrezia di Sicilia (ufficio che si otteneva pagando un fitto e che si occupava della riscossione di alcuni tributi) e nel 1282 è elevato alla carica di Strategoto di Messina. I Francesi non sono diversi da tutti gli altri invasori che hanno calpestato il suolo siciliano ed il loro fiscalismo non è diverso da quello delle altre popolazioni che erano venute in Sicilia. Ma la situazione economica è cambiata, ed in peggio, le carestie non sono infrequenti e questo fa apparire le tasse che vengono imposte ancora più esose, anche se Lentini sembra soffrire meno degli altri, se nel 1281 riesce a fornire a Messina ottomila salme di frumento delle trentamila di cui ha bisogno la città dello stretto. La reazione alle angherie dei Francesi non si la attendere ed il 2 aprile 1282, a Palermo, scoppia la rivolta del Vespro, fomentata dai nobili e con l'appoggio degli Spagnoli. Lentini insorge il 5 aprile. Esasperati anche perché il governatore Papirio Comitini, qualche giorno prima, ha imposto un contributo forzoso che è superiore alle finanze della città, i cittadini, al comando di Giovanni La Lumia, assaltano il castello dove si è rinchiuso il governatore e, fattolo prigioniero, lo uccidono. La stessa sorte subiscono tutti i Francesi che si trovano nella città, che di lì a poco si eleva a Comune libero, con la giurisdizione su Militello, Palagonia, Francofonte e Sortino. A reggere la vita del Comune viene eletto capitano del popolo Giovanni Foresta. La guerra del Vespro non era stata un movimento repubblicano per l'autonomia comunale e ben presto i nodi della politica siciliana vengono al pettine con l'intervento degli Aragonesi, che operano nei confronti della popolazione esattamente come avevano operato gli Angioini. Delusi restano soprattutto molti dei nobili che avevano abbandonato i Francesi, sperando di avere dai nuovi padroni molto più di quello che avevano dato loro i vecchi alleati. Tra essi il conte Alaimo, che aveva abbandonato Manfredi per Carlo di Francia, abbandona quest'ultimo per Pietro d'Aragona, che gli dà immensi possedimenti, e poi entra in combutta di nuovo con Carlo sperando di avere, in questo continuo cambiare bandiera, ulteriori, personali, vantaggi territoriali. Caduto in disgrazia presso gli spagnoli, viene fatto morire per annegamento in mare. Morto il re Alfonso III, nel 1291, gli subentra il fratello Giacomo II d'Aragona che nomina il fratello Federico vicerè di Sicilia. Questi, d'accordo con i baroni, nel 1296 si fa incoronare re di Sicilia col nome di Federico III. Nella lotta che si apre immediatamente tra Federico, da un lato, e Giacomo, al quale si sono alleati il regno di Napoli e il Papato, dall'altro, Lentini si schiera a favore di Federico. Questi, nel 1299, viene a Lentini, dove organizza le difese, rafforzando il castello e concentrando le sue forze. Dopo la pace di Caltabellotta (1302), ritorna a Lentini, dove viene accolto festosamente e dove riceve omaggi dalla popolazione. In quella occasione, premia i suoi fedelissimi, insignendo i soldati che meglio lo avevano servito di titoli nobiliari (tra questi i La Lumia, gli Sgalambro, i Passaneto). In questo modo, mentre lega ancor più a sé i sostenitori, allarga anche le basi del feudalesimo su cui si basava la sua monarchia. La città viene premiata della sua fedeltà con la concessione dell'uso delle consuetudini di Messina nel 1313.

La guerra fra le famiglie patrizie

Con i successori si scatena la lotta tra le famiglie patrizie, che caratterizza la storia della Sicilia per molti anni e vede schierate da una parte o dall'altra i Chiaramonte ed i Ventimiglia. Lentini parteggia per i re spagnoli e viene ripetutamente assalita, subendo gravi conseguenze. Per ripagarla dei danni subiti nel corso delle guerre, i re spagnoli fanno alla città una serie di concessioni. Viene esteso il numero delle merci soggette a gabella per soddisfare i debiti contratti, riparare le mura e costruire baluardi per il castello (13 gennaio 1339, Pietro II); viene concesso il titolo di città con dignità di Senato, ufficio del Patrizio e uso del sigillo (19 gennaio 1339, Pietro II); infine, la città può incamerare i proventi della gabella del vino, mentre le merci vengono esonerate dal pagamento della dogana (4-5 settembre 1349, Ludovico). La pace, firmata nel 1350, dura poco e Lentini, fortezza in mano a Manfredi Chiaramonte, diventa la base per le operazioni contro Catania, schierata sull'altro versante, e contro i Ventimiglia, ma anche l'obiettivo della reazione delle truppe regie. Nel 1359 viene assediata dall'esercito regio agli ordini di Artale Alagona. La città, ben difesa sull'asse costituito dai due castelli, resiste per molto tempo. Alla fine, grazie alla defezione del comandante delle truppe, è occupata ed abbandonata al saccheggio. Per ultimo è occupato il castello a causa del tradimento dei soldati che trattano segretamente con Artale e gli consegnano il castello ed i familiari di Manfredi Chiaramonte. Alla fine, per esaurimento delle forze dei contendenti, si arriva ancora una volta alla pace. Il periodo successivo vede ancora una volta la Sicilia preda delle lotte tra le famiglie nobili che, approfittando della mancanza di un re forte, si impadroniscono di gran parte delle terre demaniali. Questa situazione ha fine nel 1392 quando Martino, che ha sposato Maria, figlia di Federico IV, conquista militarmente l'isola, imponendo il suo dominio e cercando di recuperare le prerogative reali che erano state usurpate dai feudatari e dalle città. Si scontra con l'opposizione dei baroni, ai quali, se da un lato concede la ratifica dei terreni usurpati, dall'altra cerca di sottrarre l'amministrazione della giustizia, avocando a sé l'ultimo grado di giudizio. Numerose città chiedono esenzioni e tra queste Lentini che presenta i propri titoli di merito (diplomi di re Federico e di re Pietro) ed ottiene, pur essendo una città demaniale, il "mero e misto imperio", cioè di amministrare la giustizia anche per i reati per i quali sono previste la pena dell'esilio, la mutilazione o la condanna a morte. Inoltre, poco dopo (1395), ottiene tutte le esenzioni tradizionali e quei privilegi (titolo di città, uso del sigillo, ecc.) concessi dal re Pietro, ma mai avuti a causa della guerra. Per meglio controllare i feudatari ed evitare abusi di qualsiasi tipo, nel 1408 re Martino procede ad un censimento dei feudi e dei feudatari. Lentini annovera in questa occasione 34 feudi ed altrettanti feudatari. Intanto, nel 1402, è morta la regina Maria, che è stata sepolta nella chiesa dei PP. Cappuccini, e Martino sposa la principessa Bianca alla quale affida la rinata Camera reginale della quale rientra a far parte il territorio di Lentini diminuito del Biviere e del Pantano, affidati a due fedeli servitori del re. Martino muore nel 1409 ed il padre, che gli succede, muore l'anno dopo. L'avvento al trono di Alfonso (1416) peggiora la situazione. Lentini chiede di essere esclusa dalla Camera reginale, ma la sua domanda non viene accolta. In questo periodo, la politica estera del sovrano, se da un lato aumenta la potenza politica dei baroni del cui appoggio ha bisogno per la guerra, dall'altra fa aumentare le tasse per sopperire alle enormi spese militari. Si ha così un aumento dei privilegi dei nobili che ottengono la concessione di feudi, anche di quelli acquisiti illegalmente. Nel 1434, il castello di Lentini viene concesso al nobile Vincenzo Gargallo col mero imperio, con la possibilità, quindi, di amministrare la giustizia almeno per i primi gradi del giudizio. Il livello alto delle spese, lo spopolamento delle campagne, le carestie, in questo periodo molto frequenti, costringono alla miseria molte città. Il re, per recuperare denaro, fa ricorso ad una pratica che avrà molto successo, la vendita in servitù feudale di alcune città, tra le quali Lentini. La città è costretta a ricomprare la propria autonomia, ma cade, in conseguenza del dispendio di risorse, in uno stato di profonda prostrazione e di crisi.

Da Carlo V alla Rivoluzione francese

Nel 1516 sale al trono Carlo V, col quale sembra risolversi quello che era stato ritenuto il problema più grave di Lentini, l'appartenenza alla Camera reginale. Carlo, infatti, scioglie la Camera ed incorpora tutte le città nel regio demanio. Ma le enormi spese di guerra che caratterizzano il regno di Carlo costringono il vicerè Ferdinando Gonzaga a minacciare la vendita ancora una volta della città. L'amministrazione comunale, per evitare così grande rovina, offre il pagamento di 20.000 ducati d'oro per l'acquisto del territorio e del mero e misto imperio con tutti i privilegi (1537). La città, a causa di queste spese, si carica di debiti e nel 1540 è costretta ad imporre ai cittadini una serie di tasse per usufruire di alcuni diritti antecedentemente goduti gratuitamente. Il terremoto del dicembre 1542 contribuisce alla decadenza della città, con la distruzione totale del castello nuovo, parziale del vecchio e di gran parte delle case attorno. L'aumento del dazio sul grano, che scoraggia l'esportazione, il conseguente fallimento della produzione cerealicola, la necessità di far fronte al debito nei confronti della corona spagnola gettano in uno stato di totale crisi Lentini. Ad accentuare il quadro, la fondazione, nel 1551, di Carlentini, che, nei progetti del vicerè Vega, doveva costituire il baluardo della difesa contro le invasioni turche che il castello vecchio di Lentini secondo lui non garantiva più. Per popolare la nuova città e favorire l'esodo da Lentini, il vicerè concede a Carlentini una serie di privilegi: terreno gratuito per la costruzione della casa, esenzione dalle tasse, gabelle e donativi, esenzione dalla dogana per due anni, tutti i privilegi della città di Lentini. Nonostante questo, i Lentinesi si rifiutano di abbandonare la loro città, anche quando il Vega fa ricorso alle blandizie, chiamando Nuova Lentini la città-fortezza. Il vicerè allora passa a mezzi più duri, arrivando addirittura a togliere a Lentini la fiera di aprile, fonte di grande ricchezza, con la scusa che si deve, coi proventi di essa, edificare la nuova Chiesa Madre a Carlentini. Gli anni successivi sono estremamente difficili. Le carestie, il fiscalismo regio, le annate agrarie poco redditizie (1658, 1671)riducono a mal partito la città, che decade rapidamente, con una diminuzione drastica della popolazione, che passa dai 14.756 abitanti del 1569 ai 7.360 del 1616 per poi lentamente risalire ai 10.063 del 1681. Il terremoto della Val di Noto del 1693 distrugge totalmente Lentini, provocando un elevato numero di morti. Il tentativo di ricostruire la città in un altro sito, come aveva previsto il duca di Camastra, vicario del re per la ricostruzione, su pianta disegnata dall'architetto fra' Angelo Italia, fallisce miseramente, per una serie di opposizioni convergenti, non ultima probabilmente quella della Chiesa. La città viene ricostruita sul vecchio sito, ma l'operazione dura molti anni e comporta ingenti spese. Il numero dei cittadini si è intanto ridotto (4.369 nel 1737), anche a causa dell'abbandono da parte di molti che preferiscono recarsi nella vicina Carlentini che sembra non aver sofferto molti danni per il terremoto e che vede aumentare la popolazione, che passa dai 2.751 abitanti del 1681 ai 3.331 del 1714. Tra essi, numerosi nobili, il cui numero diminuisce drasticamente, tanto che non è possibile garantire l'amministrazione regolare della città col necessario ricambio. Ad allargare la vecchia nobiltà di sangue si procede con il riconoscimento della nuova nobiltà di censo, alla quale si permette di entrare nell'amministrazione della cosa pubblica, pur rimanendo distinti e separati i privilegi, con la costituzione di due Mastre, dei nobili e dei civili, alle quali si attinge per la nomina degli amministratori della città (1728, 1755). Si cerca da parte dei vari sovrani che si succedono di risollevare le sorti della città, ma invano. Infatti, sotto Carlo III di Borbone, si pensa di aumentare la popolazione, che è arrivata al punto più basso della sua storia (4.268 nel 1747), esentando per cinque anni dal pagamento dei debiti, ovunque contratti, tutti coloro che si stabiliscono in città; viene ristabilita la dignità del Senato; la città diventa Capo Comarca ed ha sotto di sé le città di Francofonte, Avola, Ferla, Sortino, Melilli, Militello, Grammichele, Noto, Spaccaforno, Cassaro e Palagonia (1760). Ma tutto questo non basta e viene ripreso il vecchio progetto di spostare la popolazione a Carlentini, adducendo il solito pretesto dell'aria malsana e della malaria. Il Senato si ribella all'idea, fa appello al re ed il progetto viene abbandonato (1789). Allo scoppio della Rivoluzione francese e durante l'avventura napoleonica, Lentini è sotto Ferdinando III che nel 1806, nel giro che fa dell'isola, giunge in città, dove viene ospitato nel palazzo del barone Sanzà, un esponente della nuova nobiltà.

Il Risorgimento

I primi moti carbonari trovano buon terreno a Lentini. Si formano, infatti, due sette di carbonari, l'una sul Piano Fiera, della quale fanno parte i nobili Sanzà, Carmito, Magnano San Lio, e l'altra nell'ex convento di Santa Maria di Gesù, che vede la presenza della famiglia Bugliarello. Queste sette non hanno programmi molto chiari ed i dirigenti, appartenenti alle classi media ed alta, sono molto più interessati ad un futuro in comune con Napoli che alle mire separatistiche di Palermo o alle voglie di rivoluzione sociale dei contadini. La rivolta di Palermo contro la costituzione del 1820 suscita negli strati più umili della popolazione lentinese grande entusiasmo. Riuniti in piazza, i popolani cercano di distruggere i registri dell'ufficio del macino e quindi di assalire un deposito di frumento. L'intervento di un prete, che, dietro consiglio di un esponente della nobilità, Federico Bugliarello, fa passare il SS. Sacramento in mezzo ai rivoltosi e li conduce in chiesa ad adorarlo, porta alla fine del tumulto popolare, mentre i nobili assumono il comando del movimento. Un esercito lentinese, agli ordini del barone Sanzà, si unisce al generale Florestano Pepe, che era venuto in Sicilia per combattere contro Palermo e ricondurla alla ragione, e partecipa alla repressione del moto rivoltoso. Gli ultimi anni del dominio borbonico sono caratterizzati dai ritardi nello sviluppo economico, ma anche dal colera del 1837 che causa gravi disagi sociali che sfociano in una rivolta dalle connotazioni politiche. Se all'inizio il moto vede insieme nobili e popolani, subito i patrizi si rendono conto che la rivolta non ha molte possibilità di riuscita e, per timore di una rivoluzione sociale, cambiano fronte, facendo arrestare tramite la delazione quelli tra loro che sono più radicali e più propensi a continuare la lotta. A Lentini fanno le spese della reazione di Del Carretto, Alto Commissario Regio, in tutto 27 persone, tra cui il barone Sanzà, i fratelli Bugliarello e soprattutto popolani. Il barone Sanzà ed un suo servo, Paolo Pizzolo, sono arrestati e condotti nel carcere di Catania dove muoiono di colera, mentre tutti gli altri fuggono in attesa di tempi migliori, che non tardano ad arrivare con la grazia concessa dal re nel 1839. Ma il tempo dei Borboni è ormai alla fine e cominciano a fiorire le idee risorgimentali, anche se abbastanza confuse. A Lentini sorge una setta segreta legata alla mazziniana Giovane Italia. L'ora della riscossa suona il 12 gennaio 1848 a Palermo, che viene subito seguita da tutta la Sicilia. Lentini aderisce al movimento l'1 febbraio con un manifesto pubblico ed inalberando il tricolore. Se all'inizio la rivolta ha un carattere sociale eterogeneo, ben presto gli elementi più liberali della classe patrizia ne assumono la guida, costituendo dei Comitati provvisori che si occupano di gestire il governo delle città. A Lentini, il Comitato provvisorio vede la presenza degli elementi più in vista della nobiltà e della borghesia, che si mettono in contatto con gli altri gruppi dell'isola e costituiscono una forza di cento uomini agli ordini di Giovanni Ielo per partecipare alla liberazione di Augusta e di Siracusa. Quando le truppe borboniche abbandonano Augusta per concentrarsi a Siracusa, Lentini invia ad Augusta un contingente di venti uomini, ai quali se ne aggiungono poco tempo dopo altri quaranta, per impedire che le armi del castello di Augusta cadano in mani nemiche. La riunione del Parlamento siciliano mette a nudo i problemi da affrontare, primo fra tutti quello dei contingenti armati, costituiti in gran parte da personaggi ambigui, al confine con la malavita, possibili eversori dell'ordine sociale. I contingenti vengono sciolti e viene costituita una Guardia Nazionale, dalle caratteristiche di milizia di classe, col precipuo compito di difendere la proprietà. A Lentini viene chiamato a comandare il battaglione della Guardia Nazionale il barone Francesco Beneventano. L'entusiasmo iniziale, nel frattempo, è calato. Il carattere di classe assunto dal governo, l'impreparazione dei dirigenti, l'incapacità di risolvere i problemi, l'isolamento internazionale portano rapidamente alla fine del moto ed al ritorno dei Borboni. Ad evitare problemi, a Lentini il libro dei verbali e delle deliberazioni del Comitato provvisorio è nascosto. Ma questo non significa la fine del movimento risorgimentale a Lentini. Infatti, viene costituito un comitato segreto con il compito di diffondere materiale propagandistico, di organizzare la futura insurrezione nella provincia di Noto ed in parte di quella di Catania ed assumerne la direzione. La spedizione di Garibaldi dà inizio alle operazioni. Il 20 maggio Lentini insorge e nomina un Comitato centrale che chiama a raccolta i cittadini per la guerra e, nell'immediato, per dare aiuto ai catanesi. Una squadra, alla quale si uniscono volontari di Modica, Vizzini, Scordia, Scicli, Palazzolo, Sortino e Noto, si attesta a Primosole per chiudere la via verso Siracusa ed intervenire da sud su Catania. Dopo qualche giorno, i volontari, su ordine di Garibaldi, si riconcentrano a Carlentini, marciano su Scordia e quindi entrano a Catania il 5 giugno. Il Comitato lo stesso giorno 5 manifesta la propria adesione al programma di annessione al regno di Vittorio Emanuele II e si affida alla dittatura di Garibaldi. Il 21 ottobre Lentini vota compatta per l'annessione al Piemonte: 1.654 sono i voti a favore. Il 14 febbraio 1861, il Consiglio civico di quaranta membri, che ha soppiantato il Comitato provvisorio, presenta omaggi al nuovo governo e chiede che la città di Lentini sia aggregata alla provincia di Catania. Molti i motivi addotti, e tutti validi, la distanza, la cultura, l'economia, ma senza risultato. L'istanza non viene presa in considerazione. Il passaggio allo Stato unitario rappresenta un evento positivo per Lentini, con notevoli cambiamenti nelle condizioni di vita degli abitanti. Tra le realizzazioni dello Stato unitario, la copertura dei fiumi Lisso e Carrunchio, vere fognature a cielo aperto, l'apertura di nuove strade per migliorare il rapporto con la campagna, l'organizzazione dell'ospedale civile, l'apertura delle scuole elementari e tecniche (1866) e dell'asilo infantile (1867), l'acquedotto cittadino che ha portato l'acqua potabile nella case (1903). A corollario di queste mutate condizioni di vita si ha un aumento della popolazione, che passa dai 9.417 abitanti del 1861 ai 20.578 degli inizi del secolo XX (1901), con l'apporto considerevole di emigrati da altre parti della Sicilia. Si è andata, nel frattempo, modificando la struttura economica della città. Alla tradizionale economia basata sulla coltivazione latifondistica dei cereali (grano, orzo, riso), dei mandorli, degli ulivi, e su una fiorente industria di cordame e di vasi, se ne affianca un'altra destinata ad un grande sviluppo, quella degli agrumi, che vengono prodotti nei terreni vicini alla città ed esportati in Europa e nel mondo. Tutto questo determina le condizioni per la nascita d